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Dei muri, delle bombe senza spoletta e di altre amenità

Per spiegare le cose, bisognerebbe intendersi ben bene sui punti di partenza.

Per esempio, qui ogni città ha le mura.
La maggior parte, per altro, ha le mura ancora intatte, con le porte – aperte, ovvio –  e tutte tenute per benino.

Io guardo le mura, San Gimignano, Volterra, Siena, Lucca, e trovo che siano anche belle, così tutte alte, e solide.
Fatte per sentirsi sicuri.

Ma poi, appena entro, mi dimentico che ci sono, le mura.
E se me ne ricordo, be’, allora voglio subito uscire.

Perché le mura difendono, chiudono fuori e chiudono dentro.
Così uno è al sicuro, mette gli arceri in mezzo ai merli, o un paio di cannoni, o non so cosa va di moda in questo secolo per difendere le mura di una città, e va a dormire tranquillo.

Ma, intanto, a me pare che tutta questa sicurezza, questa tranquillità, sia un’illusione; perché noi ci aspettiamo sempre che i mostri arrivino da chissà dove, e invece, si sa, i mostri di solito sono dentro.
Perché i mostri della nostra vita siamo noi.

E poi le mura chiudono fuori i nemici, sì, ma anche gli amici.

E quindi?

Così, penso io quando tutti quelli che conoscono mi sussurrano saggiamente presérvati (deve essere la parola d’ordine del 2012 e non ne sapevo niente), se la scelta è alzare il muro per non fare entrare il dolore, allora devo ricordarmi che terrò fuori anche il piacere, per esempio.
E poi va detto che non ci sono mura abbastanza solide per difendersi da chi hai lasciato entrare nella prima cerchia; da chi ti ha guardato negli occhi davvero, una volta tanto.
E poi, dai, le mura sono un concetto medievale, e qui se ci va bene abbiamo a che fare con bombe senza spoletta, sì, ma di ultimissima generazione, mica di qualcosa che si possa arginare – che so io? – con un ponte levatoio e una serratura complicata.

E infine, c’è proprio una cosa che mette la parola fine a tutto questo ragionamento.
Che io credo che alla vita e ai doni che ti fa vada detto .
Sempre, o comunque spesso.

E che non si rinuncia a un dono, anche quando ci fa paura. 

La perfezione di un attimo

E così, mentre la macchina accarezza le curve tra le colline toscane, e la musica è assordante, e il cielo è azzurro, e le mura dei mille paesi di questa terra che chiudeva le città nelle mura svettano in alto, è lì che è successo.

Che d’un tratto ho sentito le gambe che volevano correre, e lo sguardo dritto all’orizzonte, e il collo che si raddrizzava.
E il cuore che batteva regolare, e l’energia equilibrata, e i pensieri calmi.
E il fuoco, la passione che brucia, e l’odore della primavera, e le fasi della luna.

E mi sono sentita completa.
Ricca.
Donna.
Invincibile.
Una donna che corre con i lupi.

E ho capito che sto amando con una forza che avevo dimenticato di avere, e che sono pronta a rischiare.

E che non mi importa nulla di quello che potrò perdere (e la bomba senza spoletta, e il muro di cemento, e tutto il resto).
Perché il regalo di questo amore, la forza di questo amore, il fuoco di questo amore sono io.

Perché sono finalmente una donna che sa stare sola.
Perché sono finalmente una donna che sa amare.

Confessioni

Io, quando amo qualcuno, sono eccessiva.
Esagerata.
Esosa.
Estrema.

Amo con ogni pensiero, con ogni cellula, con ogni respiro.

Io, quando amo qualcuno, a volte mi faccio paura.

Prossemica dei sentimenti

Io/Tu

Questa è la prima fase.
Ci sono io con le mie cose, e ci sei tu, con le tue cose.

Alcune di queste cose le condividiamo: film, registi, musica (anche musica di cui vergognarsi), cottura della pasta.
Pregi.
Difetti; soprattutto difetti.

La fase Io/Tu è fatta di due persone intere che cercano di incastrarsi una nell’altra.
Ogni somiglianza sembra avvicinarli; ogni differenza sembra allontanarli.
Io/Tu è fatto del timore che basti una piccola differenza (che so? preferire il dolce o il salato, il mare o la montagna) a spazzare via il sottile filo che li unisce.

Così c’è il tentativo di andare a caccia delle somiglianze, e di ignorare le differenze, che pure vengono annotate sull’agendina apposita che teniamo in fondo al cervello, lì a destra.
Ma le differenze non si vogliono vedere, soprattutto se i punti di contatto sono molti.

Così Io/Tu prendiamo le misure per incastrarci.
E, va detto, incastrarci ci piace molto.

 

Io E Te

Io E Te è la seconda fase.
Intanto abbiamo deciso di essere abbastanza simili da provare a toccarci davvero.
E poi abbiamo deciso che le nostre differenze ci arricchiscono e non ci allontanano.

Siamo così entusiasti di quello che ci sta accadendo che programmiamo incursioni uno nel mondo dell’altro.
Guardiamo il futuro sorridendo.
Tutto ci sembra possibile, anche quello che non abbiamo mai provato a fare.
Soprattutto, quello che non abbiamo mai provato a fare.

Io E Te è una specie di quarantena di adattamento.
Vediamo se quella E non si trasforma come in un incubo in una O.
Vediamo se le nostre differenze possono stare insieme; vediamo se non sono troppe; vediamo se riusciamo a trovare spazio per entrambi, in questa E.

Vediamo se davvero ci piacciamo come ci sembra.
Anche con l’emicrania, i casini, il malumore, le rimostranze.
Anche con il lavoro, la stanchezza, e le cose che vanno storte.

Vediamo se c’è un modo per trovarci a metà di questo ponte che ha sostituito il fragile filo della prima fase.

Metà, poi.
Non è mica necessario trovarsi alla metà esatta.
Va bene a tre quarti.
Insomma, basta che entrambi si facciano dei passi, perché la E è un passo uno verso l’altro, e infatti è una lettera bellissima, se la guardi bene.

 

Noi.
La terza fase, rarissima.

Cioè; c’è gente che si sposa e fa 3 figli, senza arrivare al Noi, sia chiaro.

Noi è la versione riveduta e corretta dell’Io E Te.
La versione in cui gli amori dell’altro sono i tuoi amori, non per strategia, o per calcolo, o per tentativo di seduzione; ma per sincerità di cuore, totale.
Per abbandono.
E la cosa è reciproca.

Noi è travalicare i limiti del nostro Io per far posto all’altro quando l’altro è ingombrante.
Sapendo – sapendolo con certezza – che l’altro farà posto a te, quando sarai ingombrante.

Noi è fatto di piccoli cedimenti, di concessioni all’ego altrui, di gioie per le gioie dell’altro, di dolori spartiti a metà.
Di condivisioni.

Noi è una chimera, un ideale quasi irraggiungibile.
Noi è Amore, e non sente bisogno di altro, tanto meno di parole per definirlo.

Noi è quasi impossibile.
Per questo ci accontentiamo di chiamare amore qualcosa di meno, o per lo meno di diverso; perché Noi lo desideriamo tanto, ma è per pochi, e fortunati.

Noi vorrei fossimo noi.
Ma quello che voglio io, va detto, conta poco, perché io sono quella dei sogni impossibili.

Sedici anni, praticamente

Stamattina ho controllato il telefono 11 volte, contate.

Ogni cambio dell’ora, ogni intervallo; all’uscita, durante la riunione straordinaria, durante il pranzo.

Cioè: ho acceso il telefono, che tengo spento, e ho controllato.
Messaggi – due o tre (sono pochi? sono tanti?) – mail (nessuna) socialini vari.

Mi sono nascosta dietro a una colonna per telefonare in pace, sono uscita di corsa dal lavoro per beccare il quarto d’ora giusto per chiamarlo.

Anche ieri.
Anche l’altro ieri, se non ricordo male.

L’idea, insomma, è che io sia regredita all’età delle mie alunne, che è una cosa divertente, ma senza avere l’energia la forza e la faccia da culo delle mie alunne, che nemmeno a scaricargli addosso una tonnellata di marmo di Carrara le spezzi.
Perché – loro sì – hanno sedici anni davvero.
E amano come sedicenni, cadono come sedicenni, si rialzano, come sedicenni.

Così, se innamorarsi è sempre avere 16 anni, in un certo senso, io ne ho decisamente 15 e mezzo.
Ho gli occhi a cuoricino, la voce mielosa e faccio pensieri terribilmente pucciosi, di cui mi vergogno fortemente.

Ma so – so? davvero? – delle cose in più di quando avevo 16 anni.
Per esempio che le storie così non durano mai a lungo in questo folle modo – anche se è l’unico modo in cui voglio essere innamorata – e che, se cadrò, cadrò da molto più in alto di quando avevo sedici anni.
E che ho le ossa molto più fragili di quelle di una sedicenne.

E che cadrò.
Soprattutto quello. 

E che voglio goderne ogni istante, caduta compresa.
Soprattutto questo. 

L’amore è una cosa semplice

Amore è esserci, non come vorrei io, ma come vuoi tu.

Amore è esserci, non come ne avrei bisogno io, ma come ne hai bisogno tu.

Amore è tenderti la mano, sapendo di correre il rischio che tu non la stringa, e farlo lo stesso.
Perché la mia mano è tua, se la vuoi, ma non posso importela solo perché ti amo, la mia mano.

Amore è quando mi allontano se me lo chiedi, o se capisco che vuoi stare solo; e senza mettere il muso.
Amore è tornare da te sorridente quando mi chiami, senza recriminare.

Amore è che io ti dico “ovunque, se vuoi”, e non sto esagerando; o meglio, sto esagerando, ma sto dicendo una cosa dannatamente vera.

Amore è che io sono il compagno alla tua destra, quello che ti protegge con il suo scudo, che è uno scudo fatto delle cose che vuoi, quelle di cui hai bisogno.

Amore è che dopo esserci scambiati parole e sospiri, è prendere atto che ci si scambia la vita, anche; e allora io, e te, diventiamo un io&te, che ha tutto un altro suono.

Amore è pensare che non possa succederti niente di male, ed è una convinzione stupida, perché io mica posso fermare i colpi del fato, e nemmeno quelli delle persone cattive; ma sapere che senza il mio amore ti farebbero più male, di sicuro.

Amore è che dopo giorni di neve e freddo e gelo, e proprio quando sembrava che non finisse più, stasera alle sei era ancora chiaro, e il cielo è rosa. E no, non può essere un caso.

Amore sono io, seduta, qui, che ti penso da qui, e non ho nemmeno bisogno di dirtelo, e non ho nemmeno bisogno di sapere che mi cercherai, perché se ti amo – e ti amo, mi sa – non è nemmeno importante che tu mi cerchi; è solo importante che tu sappia che mi troverai.

L’amore è una cosa semplice: io, qui, per te.

Un post scriptum, che è un avvertimento

Poi, tra le mille cose dette – sono logorroica, hai ragione, almeno quanto lo sei tu – ho dimenticato una di quelle importanti.

Che, se questa cosa questa storia questa magia questa follia questa assurdità chiamala come vuoi, insomma; se questo continua, allora io non riuscirò più tanto a fare la splendida, a pensare che sì, vedersi un finesettimana (mezzo, mica intero) al mese è una cosa bellissima, un dono, un evento romantico.

Io, se questa cosa, storia, magia, follia eccetera continua, a un certo punto vorrò vederti di più.

E tu avrai il compito ingrato di farmi capire che no, non si può.
E avrai il compito ingrato di farmelo capire per bene, di modo che non ci siano dubbi.

Io, da parte mia, ti prometto che non me lo farò ripetere una seconda volta.
E che sorriderò ricordando che ogni minuto è un dono del cielo, e che tutto questo, così sbagliato, così incompleto, così assurdo è perfetto così com’è.

E questo post scriptum, questo avvertimento, è la più vera lettera d’amore che io ti abbia scritto.

Passato, presente, futuro

Il passato è un campo minato, anche se non ce lo diciamo.
Ci raccontiamo chi siamo e da dove veniamo per svelarci uno all’altro, e io sento la mia testa che mi avverte dei momenti di pericolo, delle cose importanti da sapere, da ricordare.

Imparo da quello che dici, e, credo, impari anche tu da quello che dico io.
Ma, mentre imparo, so già che non ne saprò mai abbastanza, o, forse, che è peggio, ne saprò abbastanza per non sbagliare, eppure sbaglierò lo stesso.
Perché mentre tu diventavi quello che sei e io diventavo quella che sono, io e te aprivamo il cuore ad altre persone e ad altre vite, che non possono essere cancellate, che hanno lasciato dei segni; e si deve venire a patti con quei segni, anche se vorrei spazzarli via ed essere la prima, e l’unica, e l’ultima.
Ma non si può, e non si fa.
Soprattutto, non si fa.

Così ti ascolto, e fatico a farti vedere davvero come sono – e sì, è per quello che rido meno, avendoti davanti agli occhi – perché sono molto diversa da come so che tu vorresti che io fossi, e freno l’istinto di mentire per incarnare la tua donna ideale; e, del resto nemmeno lo so scrivere in buon italiano quello che sento, e questo, sì, è il segno inequivocabile del fatto che lo sento davvero, e tanto.

Così mi accontento, davanti a quello che racconti e quello che non racconti ma che intuisco, di provare ad alzare muri per proteggermi; ma sono muri come la baracca di legno dei tre porcellini, e tu sei molto più forte di lupo Ezechiele, e le mie ridicole difese vengono spazzate via da un sorriso, o da un tuo sguardo.

Quindi ripeto a me stessa che riuscirò a non essere una rappresentazione di me, e che ti farò vedere quello che sono fino in fondo, correndo il rischio di perdere quello sguardo e quel sorriso.
Perché, come ti avevo promesso, deve essere vero, non necessariamente bello; e quindi che vero sia.

 

Il presente sono io che mi sveglio dolorante, senza motivo.
Perché far l’amore è anche un esercizio, un’abitudine, e io non sono più abituata da molto.
Così ogni muscolo mi ricorda delle nostre ore insieme, e ogni dolore è un sorriso.

Il presente sono io che mi fermo, stamattina mentre preparo il Nescafé, e mi vedo davanti alla tua cucina che cerco le tazze e le posate, e apro il frigorifero come se fosse il mio, e mi stupisco del fatto che condividi con me le tue cose e la tua casa senza sforzo; e mi stupisco perché non ho mai amato un uomo che racconta una storia per ogni tazza; e mi sento privilegiata.
Poi, immediatamente, comprendo che non è un privilegio, ma solo il tuo modo di essere, e per questo mi piaci anche di più, perché sei raro, e le persone rare sono poche, in questo mondo.

Il presente sono io che mi stupisco di essere qui quando solo 24 ore fa ero in una casa che riesco a percorrere al buio anche senza averla vista più di un minuto, che qualcosa vuol dire, no?

Il presente sono i regali di ieri, fatti di parole giuste e sbagliate, di racconti, di mani, di sospiri.
Di avvertimenti inascoltati.
Di desiderio di lasciarsi andare, eppure forse non si può.
Ma chissenefrega se non si può, no?

Il presente sei tu piantato saldo in un posto della mia testa; un uomo che si era perso e si è ritrovato (e lo sapevo bene che non è stato merito mio, anche se per un istante mi sono illusa che lo fosse, ma dai, sono davvero troppo intelligente per averci creduto sul serio) e io sono tanto felice che tu ti sia ritrovato, perché ogni persona ha diritto alla sua dose di amore e felicità, e questo, te lo giuro, è il tuo turno.
Il presente siamo noi che abbiamo già un ricordo in comune, che, se ci pensi, è un miracolo.
Un miracolo come averti trovato, in questo vasto universo, ed esserti venuta ad annusare, e averti scoperto.
Un miracolo come io e te che ci chiamiamo nello stesso momento, e ci svegliamo la mattina alla stessa ora nonostante i chilometri di distanza, e chiamiamo le cose con gli stessi nomi storpiati.

E lo so che penso che è un miracolo perché sono innamorata – e lo sei anche tu, dici – e tutti gli innamorati pensano di vivere un miracolo, e una magia, e che quindi non c’è niente di eccezionale, su, siamo sinceri, eppure.
Eppure mi piacerebbe che fosse un miracolo vero, e una storia vera, insomma.
Così: come un bel film con un gran finale, una volta tanto.

 

Poi, se guardi bene, eccolo lì, il futuro.
Del futuro ho paura di parlare, perché nessuno lo conosce, anche se finge il contrario.
Eppure, come sempre, come tutti, lancio uno sguardo e lo vedo.

È lì, che ci guarda con un sorriso sornione, come un dio che si diverte a mescolare le carte e guarda come ci muoviamo, noi, nel caos che ci costruisce intorno.

E io cerco di rimanere piantata qui, perché sono un segno di terra e so come restare piantata da qualche parte, o almeno, dovrei saperlo, eppure lancio uno sguardo al calendario e faccio silenziosi programmi per il futuro, incurante di quello che rischio.

D’altra parte – e l’hai capito bene, l’ho visto da come mi hai guardato – sono una che vive senza rete, come i trapezisti veri, non quei buffoni dei circhi di oggi.
Perché nulla è serio come il gioco: soprattutto questo.

Il futuro siamo io e te che continuiamo a non fare programmi.
Io che evito di guardare le rocce contro cui sto correndo, speranzosa di scansarmi, o che siano illusioni come quelle che si hanno nei deserti (e poi dovresti dirmelo, se è vero che nei deserti si vedono cose che non ci sono, perché sono sicura che tu lo sai), o che tutto questo slancio sia in grado di polverizzarle, le rocce.
Anche se so che non è vero, ma insomma, ecco.

Il futuro è quella cosa che abbiamo toccato continuando a mettere le mani avanti, e ripetendoci che no, non è una cosa saggia, non è una cosa giusta, non è una cosa possibile, non è cosa e basta.

Alla fine, il futuro siamo io e te, così sbagliati, così danneggiati e così felici, che a guardarci mi commuovo.

Una promessa è una promessa

Poi, io lo so, se davvero arriverà il giorno, ti dirò un sacco di cose guardandoti negli occhi, e ti prometterò il sempre degli amanti, che tutti sanno che è falso, ma poi alla fine lo promettono lo stesso.

Per questo mi pare sensato fartele qui, le promesse che contano, di modo che poi, lo so, lo sai, andremo a rileggerle, e non potremo fare finta di no, di esserci sbagliati o di avere capito male.

Intanto, parliamo di quella che ho già rotto, di promessa.
Avrei voluto, sì, non innamorarmi di te nemmeno un po’.
Ma poi, come insegno io stessa per prima ai miei ragazzi pieni di progetti che mi dicono “no, prof, una storia seria no”, l’amore quando arriva arriva.
Non aggiungo mai che arriva sempre nel momento sbagliato, ma noi siamo abbastanza adulti per saperlo, e quindi.

Allora intanto ti prometto che non farò la vocina, e che cercherò di non regredire – anche se è difficile – perché, dai, non è cosa, davvero.

Poi ti prometto che rideremo tanto, a costo di far la scema tutto il tempo, guarda.
Perché se proprio si deve andare a fondo, almeno come sul Titanic, con la musica; e le risate, che ci vengono benissimo.

Poi ti prometto che userò sempre il tempo presente.
Perché siamo già scivolati un paio di volte sul futuro semplice, e, dai, non è una cosa che si possa davvero fare.
Non ora, almeno.
In futuro, chissà.
(e già questo chissà è più di quanto volessi scrivere, ma io non correggo, e quindi rimane lì, al suo posto).

Poi ti prometto che alzerò le antenne per capire quando sarà basta; ma dato che non sarò troppo lucida, e forse in generale non sono così intelligente, facilmente non lo capirò, quando sarà ora di dire basta.
Per questo, e mi dispiace, temo che basta lo dovrai dire tu.
Ma io ti prometto che andrà bene il momento in cui lo dirai, e che non ti chiederò nemmeno il perché, o se, o ma.
Che, guarda, te lo scrivo qui per benino, non mi metterò nemmeno a piangere, perché io e te ci meritiamo sorrisi e siamo abbastanza dissacratori da evitare lacrime e drammi.

Poi ti prometto che non farò finta di essere meglio di come sono, a costo di farti scoprire che non sono come mi vedi tu, anche se mi piace, come mi vedi tu.

Poi ti prometterei altre mille cose, ma temo che non avremo nemmeno abbastanza tempo per portare a termine metà dei nostri programmi, figurati, addirittura, le promesse.

Così, tu, ascolta.
Io non ti prometto che sarà bello.
Ma, ti prometto, sarà vero. 

Degli inizi

All’inizio è solo curiosità: qualcuno dice/scrive qualcosa di interessante che vuoi approfondire.

Poi tocca al gioco: una cosa tipo vediamo se capisce che sono intelligente brillante simpatica.

Poi, a volte, non sempre, è un brivido dietro la nuca; forse ha capito che sei intelligente brillante simpatica, e magari lo è anche lui, hai il dubbio.

Così è la volta dell’ansia: chissà se sono abbastanza carina.

Come una specie di partita di poker, prima guardi le tue carte, poi fai due conti, poi bluffi.
Poi devi decidere se andare a vedere.
La maggior parte delle volte non vai, a vedere, perché il gioco è pericoloso, si sa.
E poi di solito non hai buone carte.
E poi, soprattutto, il gusto di giocare a volte è superiore a tutto il resto, con buona pace di chi gioca solo per vincere.

Ma se vai a vedere?

Ecco.
Se vai a vedere il gioco diventa qualcosa di simile a un gioco d’affetto.
Cominci con il messaggio del buongiorno, magari della buonanotte.
Poi ci si racconta delle cose.
Poi ci si telefona raccontandosi cazzate.

Non è ben chiaro qual è il momento in cui cominci a occuparti dell’altra persona.
Sei in pena per una preoccupazione, per un mal di testa.

Se il gioco si fa serio, ma serio davvero, cominci a fare pensieri assurdi, tipo non importa se non sei per me, basta che tu sia felice.

Quello, sia chiaro, è il segno che si è passato il segno.
Che un gioco è diventato un’altra cosa, a cui, come al solito, non si sa dare il nome.

Ma le cose senza nome, non è che non esistano.
Anzi.
Le cose senza nome, dato che non si sa come chiamarle, si ficcano direttamente sotto lo sterno e ci fanno casa.

E lì, mentre ti alzi, lavori, cammini, riposi, cucini, sistemi, vivi, insomma, cresce qualcosa che ti fa sorridere senza motivo; che ti incupisce senza motivo; che ti commuove senza motivo.

E noi qui, a chiederci quando è iniziato.
E, soprattutto, come andrà a finire.

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