Voltare pagina
by fiordilota
Il mio 2012 inizia qui, perché è lunedì e perché domani si va al lavoro.
Inizia dopo tre notti in cui poco prima di addormentarmi mi hanno preso l’angoscia, e le lacrime e la lucida consapevolezza di aver sbagliato, e non cose di poca importanza.
Inizia con una profonda sensazione di solitudine che mi accompagna, insieme a quella domanda ricorrente e inutile “E se invece avessi…?”
E invece no.
Invece ho fatto questo, e niente di quello che posso pensare cambierà le cose.
L’ho già sperimentato, che la macchina del tempo non esiste, e se esiste va soltanto in una direzione.
Il “mio” 2012 inizia con qualche consapevolezza in più.
Con qualche graffio in più.
Con qualche magone in più.
Ho davanti lunghe settimane in cui non pensare pensieri sbagliati, lunghe giornate in cui non fare cose sbagliate.
Ho preso una cantonata, e una facciata, forte, contro un muro di cemento.
E non è che mi sono sbagliata.
Sul muro di cemento c’era scritto “muro di cemento”; ero stata avvertita, e ci sono andata addosso lo stesso, con la voglia il desiderio e la convinzione di poterlo far cedere.
D’altra parte non sono una donna eccezionale io?
Ecco.
Ora mi alzo, mi tolgo la polvere di dosso, spazzo via i pensieri idioti e faccio l’inventario.
Intanto, le illusioni: sono belle, bellissime. E lo sono perché non sono reali: quindi, forse, è bene smettere di fare queste vacanze nei mondi che non esistono, perché tornare indietro è difficile, ed è un’arte che forse ancora non ho imparato.
Poi, gli anni: si può far finta di avere 16 anni, sì.
Ma è falso.
E la lavastoviglie, il corpo, la casa, le spese, il lavoro sono tutte cose che mi spiegano che no, non ho più sedici anni.
I sogni: i sogni svaniscono all’alba, mi sa che lo diceva un tale piuttosto famoso e portato per la letteratura già un sacco di tempo fa, quindi vale la pena di tenerne conto e mettersi il cuore in pace.
Il cuore.
Il cuore non è infrangibile, e devo smettere di trattarlo come se lo fosse.
Ogni volta ne perdo un frammento, ed esiste la possibilità che finiscano, i pezzetti, a giocarli uno alla volta.
Io sono sempre quella che è sopravvissuta, e questo mi dà una gran forza.
Ma non posso continuare a pensare di sopravvivere ogni volta.
Quindi, ora – ora – mi alzo da questo angolino in cui mi sono rifugiata, in questo sogno irrealizzabile che mi ha ospitato in queste bellissime settimane, mi scuoto la polvere dai vestiti, mi metto un paio di cerotti sui graffi, prendo un paio di antidolorifici di quelli buoni, e provo a camminare.
So che zoppicherò per un po’.
So che sarà faticosissimo.
So che un sacco di volte penserò di mollare.
Ma, un passo alla volta, so che posso farlo.
E se non dovessi riuscirci, allora, vorrà dire che questa volta ho giocato troppo.
E ho perso tutto.