L’amore è un’altra cosa

di Calexandrìs

C’è un momento nella vita, che credo sia quello in cui diventiamo grandi, in cui ci diciamo che no, questa volta è troppo; questa volta il cuore in pezzi no.

Magari è subito successivo alla lettura di uno di quei libri di saggezza vattelapesca che ti insegnano che solo se sei autonomo, se sai stare da solo, se non hai bisogno dell’altro, allora è amore.

Magari hai deciso che l’ultima volta, quella in cui ti sei spezzato tutte le ossa contro il muro delle tue illusioni infrante, quello in cui hai rinunciato alla tua vita, ai tuoi sogni, alle tue abitudini, per l’amore del tuo cuore, deve essere davvero l’ultima volta.

E che da adesso in poi non rinuncerai nemmeno al pisolino della domenica pomeriggio, per un’altra persona.
Non al gatto se chi ami è allergico (si faccia vaccinare, se vuole), non a dormire dalla tua solita parte nel letto, non a uscire una volta a settimana per i cazzi tuoi. Nemmeno per una settimana all’anno, sia chiaro.
Non ai tuoi tempi – nemmeno a un minuto, dei tuoi tempi.
Non ai tuoi spazi – nemmeno a un centimetro, dei tuoi spazi.

E così ti metti al sicuro.
Sai che la persona che ami (che dici di amare, almeno) potrebbe lasciarti, tradirti, scomparire, deluderti, e tu sopravviveresti senza battere ciglio.
Oddio, magari due lacrimucce sì; due lacrimucce, un paio di pasti saltati, una sonora sbronza.
Ma niente di più.

D’altra parte, su, quella persona non era così importante da aver visto in fondo a te.
Mica eri folle d’amore.
Solo i folli d’amore muoiono d’amore, o ci vanno vicini, no?

Noi, equilibrati equilibristi, saldamente egoisti, fortemente egocentrati, provati da mille dolori – anche, soprattutto – siamo sopravvissuti a ben altro.
Non possiamo morire per un amore che finisce.
Non siamo morti con le macerie della nostra vita in pezzi, figurati.
Siamo sopravvissuti alla morte reale di persone che amavamo molto; siamo rimasti in piedi, le abbiamo anche dimenticate, almeno in parte (che faccia aveva mia madre? che odore aveva, davvero, mia madre? che espressione aveva quando era felice? e la voce? insomma, si perdono un sacco di ricordi, basta dare tempo al tempo): la fine di un amore non può che farci un po’ di solletico.

Poi passa.

Ecco.

Al netto di tutta la saggezza, i mantra, lo yoga, il buddismo, l’autonomia psicologica e altre cose, tutto questo non è amore.

L’amore non è morirne, sia chiaro.
Ma è sentire, con ogni pezzo di te, che potresti, morirne.
Non riuscire nemmeno a concepire di stare senza l’altro, pur sapendo che potresti, certo, ma non riuscire nemmeno a immaginarlo senza sentire una fitta lancinante da qualche parte.

L’amore è credere di morirne se veniamo lasciati, credere di impazzire per il tradimento dell’altro, sentirci mancare il cuore per la lontananza, essere convinti di aver bisogno dell’altro, se non per vivere, almeno per vivere felici; o per vivere più felici.

Anche solo un capello in meno è come fare un viaggio guardando invece che con gli occhi con l’obiettivo di una macchina fotografica.
Parlare di un libro per sentito dire.
Annusare un piatto invece di mangiarlo.

L’amore, insomma, è una cosa terribilmente seria.
L’amore, se è vero, è un’altra cosa.

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