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Questioni d’età

La sensazione è che ogni anno diventi tutto più difficile.

Chiudere

Sono successe delle piccole cose che hanno buttato della sabbia in mezzo a ingranaggi che erano oliati benissimo.

Parole dette al momento sbagliato, parole sbagliate dette al momento giusto, parole giuste non dette nel momento giusto.

Niente di grave; sabbia, appunto.

Basta mettersi lì e spazzarla via; non ci vuole nemmeno troppo impegno, perché sei una che ha tirato via a mani nude intere montagne di roba detta male o non detta ma fatta peggio.

Hai ancora le cicatrici sulle mani, ma sei fiera di averle tolte di mezzo quelle rocce lì, davvero.

Ma la sabbia è noiosa, come un sibilo insistente, il ronzio di un insetto odioso, qualcosa di cui non hai voglia di occuparti aspettando che passo da sé: gli insetti escono se lasci le finestre aperte, anche la sabbia se ne andrà e smetterà di bloccare la macchina, se lasci passare abbastanza tempo.

O forse no, ma non hai più voglia di pulire.

Vuoi solo che gli altri smettano di sporcare casa tua; perché non la meriti più questa cosa qui, che la gente non fa attenzione quando parla con te.

Così chiudi le porte e le finestre e ripulisci tutto finché nemmeno ti ricorderai le cose che hai sentito.

Ma, soprattutto, chiudi tutto perché nessuno possa mai più permettersi di dirti la sbagliata.

Dei viaggi e dei rientri

Mi piace andare lontano, in posti in cui non sento parlare italiano e imparo invece parole nuove, con suoni non familiari, odori e sapori mai provati, paesaggi mai visti.Mi piace l’isolamento che solo le isole sanno darmi, quel senso di fuggire da tutto, di essere ben al di là dalle mani che provano ad afferrarmi, di sentirmi finita come la terra intorno.

Mi piace la terra dei vulcani, che si sente che è più potente di noi, anche se costruiamo dei ponti e delle strade, bellissime.

Mi piacciono gli aerei, che ci permettono di andare lontano in poco tempo e di vedere il mondo, di uscire dal nostro piccolo villaggio in cui ci chiudiamo per sentirci a nostro agio.

Mi piacciono le navi che sfidano i mari in tempesta, perché mi fanno ricordare il coraggio di quelli che partivano con navi di legno spinti dal desiderio di vedere cosa ci fosse al di là.

Ecco, mi piace scoprire cosa c’è al di là: al di là della mia piccola vita, delle cose che do per scontato, delle abitudini che mi sono costruita per avere un vita confortevole come il mio paio di jeans preferiti.

Viaggiare è per me andare al di là: non andare in vacanza, ma fare un viaggio dentro di me, scoprire cose nuove, nuovi sorrisi, nuove rughe, nuovi gesti.

Portare una di queste cose nuove a casa, per far sì che il viaggio non sia stato vano.

Tornare è una ferita.

È tornare piccoli dopo essere stati grandi per un istante.
Tornare è casa.

E trovare una casa che mi riempia il cuore non è mai stato facile.

Il mio piede sinistro

Cominciò tutto quattro anni fa.

Io, che portavo senza dolori o fastidi o problemi alcuni sia i tacchi alti che infradito, durante un viaggio in macchina da passeggera incastrai l’alluce del piede sinistro non so bene dove e lo tirai verso l’esterno. Mi fece male, lì per lì, ma non ci feci molto caso.

Quell’anno ballavo. Ballavo di nuovo dopo tanti anni e ballavo la salsa su tacchi vertiginosi e scarpe strette. Dopo quel piccolo incidente ballare divenne un problema: c’era un singolo movimento che mi dava scosse al metatarso.

Ma ballavo, mi piaceva, mi veniva, me ne fregai abbastanza.

Continuai a usare i tacchi, ma abbandonai le infradito: da quello “stiramento” in poi anche la minima apertura dell’alluce mi faceva male.

L’anno continuò con me che avevo il piede sinistro con un movimento impossibile da fare al punto che risolsi di comprare scarpe da ballo più basse.

L’estate successiva, padrona da poche ore di un paio di sandali da urlo che usai tutta una giornata, mi trovai la caviglia destra gonfia come un pallone.

Nessun dolore, nessun altro sintomo.

Mi feci vedere dal medico (secondo me non è nemmeno tanto gonfio) dal fisioterapista che mi trattò ottenendo solo che il gonfiore si spostasse dalla caviglia a tutto il piede, da una podologa, che mi consigliò degli esercizi di propriocezione.

Così avevo un piede che mi faceva male, all’improvviso, e un altro che si gonfiava, senza motivo.

Nei successivi due anni abbandonai il ballo perché era chiaro che i piedi soffrivano, abbandonai progressivamente le scarpe con il tacco perché il gonfiore persisteva ed esteticamente faceva schifo e infine andai da un pranoterapeuta: ne uscii con i piedi uguali, dopo due anni interi. 

Una festa.

Un mese e mezzo fa, dovevo andare dal medico per una sciocchezza e faceva caldo, indossai le mie nuove scarpe da ginnastica e ci andai a piedi. Il giorno dopo mi ritrovai con la caviglia sinistra gonfia, senza altri sintomi.

A nulla è valso andare dal medico, dal pranoterapeuta, e nemmeno dal fisioterapista.

Così sono andata da un posturologo che mi ha fatto i plantari.

Dopo due giorni di meraviglia, il piede ha ricominciato a gonfiare, la caviglia fa un po’ male: niente di che, ma è ovvio che non sono a posto.

Oggi sono andata al controllo e mi ha detto che ho un uso assolutamente asimmetrico dei pesi, perché sto tutta a destra, e che appoggio il peso sui calcagni: troppo.

Ecco, questa cosa qui mi ha confermato quello che penso da sempre: che i miei piedi mi dicono che non sono in grado di andare da nessuna parte, mi tengono prigioniera, bloccata in una vita che non mi piace ma da cui non riesco a uscire, e adesso addirittura che sposto il peso all’indietro, come se volessi scappare, difendermi, non procedere.

Sempre sulla difensiva, con le mie radici che dolgono, mi impediscono di liberarmi.

A parte che mi sono detta che se risolvo questo problema faccio una cosa che può cambiare completamente il mio tempo, la mia vita, la mia idea di me stessa, questa cosa che i miei piedi mi dicano tutte queste cose mi fa impressione, un po’.

Vorrei soltanto che mi lasciassero essere libera, e mi accompagnassero fuori da questa prigione.

Tutto qui.

Vigilie

Domani vado via e sono qui che favoleggio drastici cambiamenti per settembre: cose da fare, nuove abitudini, nuovi progetti.
Nel frattempo non passo nemmeno l'aspirapolvere, che invece è quello che servirebbe adesso.

È arrivata la mia lumachina. 

Ora che ho la mia casa sempre con me posso pensare a una casa vera, che duri.

Rischiare, forse

Ieri sono uscita a cena e ho ordinato carpaccio di salmone e sogliola agli agrumi.

Dopo qualche minuto mi è stato detto che nessuno dei due piatti era disponibile.

Così ho ordinato altre cose, ed ero senza menù, e allora ho ordinato quello che hanno ordinato quelli che erano a cena con me: insalata di mare e pesce spada alla griglia.

La cosa interessante è che a me non piace né l’insalata di mare né il pesce spada. Ma così, nella fretta, ho pensato che al massimo mangiavo una cosa che non mi piaceva tanto, ma che insomma, valeva la pena di rischiare, no?

Così sono arrivati i miei piatti, ed erano buonissimi.

E questa banalità dice molto della persona che sono diventata e che mi piace essere diventata.

Sradicata

Ci pensavo ieri quando un mio contatto che vive oltreoceano ha pubblicato una foto di un cortile fiorentino: questa non sarà mai casa mia. 

Ci sto bene, a tratti benissimo, ma non sarà mai casa. 

E pensavo che boh per fare casa chissà cosa serve, forse un cuore, forse due che battono insieme che hanno un progetto o insomma una roba così. 

E ho pensato che casa sarà sempre Torino anche se non lo è più in realtà e non lo è da un po’ perché non mi ci trovo è cambiata troppo e non in meglio e le persone sono sparite una a una come è normale che accada col tempo. 

E mentre guidavo verso una cena con amici che non sono davvero amici, ma semplici conoscenti che però è meglio che niente, ho pensato che dovrei trarre ispirazione dalle chiocciole, che la loro casa ce l’hanno con sé, e anche un sacco di altre cose, che le rende lente ma sagge, e possono sempre vivere bene dove sono perché ogni posto è casa. 

E vado a cercare una chiocciola simbolica da portarmi dietro; per ricordarmela, questa cosa qui. 

Vite serene (che non sono la mia)

Stanotte ho sognato che mia madre era in ospedale, che sarebbe morta a breve, che era arrabbiata con me. 

Io che vivevo lontana, che mi ero precipitata da lei, che nessuno mi raccontava la verità, che ero terrorizzata e che dovevo andare via; non volevo, ma dovevo. 

E lei aveva uno sguardo di odio che lo sento addosso come fosse vero. 

Se qualcuno me lo interpreta, o in alternativa mi spiega come rimuoverlo dal mio conscio e dal mio inconscio, grazie. 

Forse

Il libro va a rilento. 

I piedi fanno male. 

La testa è stanca. 

L’energia di rinnovamento è finita da un pezzo. 

Domani andrà meglio. 

Forse.