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Trovare un senso, dare un senso

Tanti anni fa guardando una puntata di un telefilm che non guardavo e che non ricordo, avevo sentito questa meraviglia:

“Il senso non è qualcosa che si trova; il senso è qualcosa che si dà “.

E per anni ho dato testardamente un senso a tutte le cose che mi accadevano, perché io sono una che ha bisogno di trovare sensi: e avevo trovato la scusa per darne quando non ne trovavo nelle cose che avrei voluto le avessero.

Anni dopo, sto cercando di imparare che le cose possono non avere un senso, e sto cercando di smettere di cercare, che non è facile ma si fa, e sto cercando di smettere di inventare, che è più difficile.

Perché chi ha bisogno di un senso in tutte le cose è una persona destinata all’infelicità o a farsi suora.

E io per la seconda cosa ho già perso l’occasione.

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Vedere lontano 

È successo che il 26 di settembre ho fatto l’intervento per la riduzione della miopia.

Ora mi affaccio alla finestra e guardo. Cerco di guardare lontano.

Al di là della meraviglia, delle cose che non avevo mai visto, di quelle che non avevo mai notato, della stanchezza, delle medicine da mettere ogni momento negli occhi, del timore di ricominciare a non vedere, la cosa più rilevante è che in questi giorni non ho paura del futuro.

Guardo lontano, e vedo qualcosa: sembra poco. E invece.

Del cambio degli armadi e altre catastrofi 

Ho fatto il cambio degli armadi. 

Ho lasciato nelle scatole dell’estate una serie di minigonne che non metterei mai; anche lo scorso anno che ero magra e in forma mi sono resa conto che ho le gambe da vecchia, e le vecchie non si mettono le minigonne, su.

Il prossimo obiettivo è buttarle.

Stavo per buttare un vestito che ho messo a un primo appuntamento. Poi non l’ho buttato, perché mi dispiaceva per quel primo appuntamento, che è uno dei ricordi più belli della mia vita. Per altro è uno dei pochi ricordi che conservo con i dettagli, perché alla fine io sono molto più incline a dimenticare che a ricordare. Che poi è per quello che tengo un blog. Forse.

A proposito di gambe. Avrei ricominciato per l’ennesima volta a correre. Ma le ginocchia mi hanno mollato subito. La colpa è mia, sulla fiducia, che ho messo le scarpe sbagliate, ma a una settimana dall’ultimo allenamento ancora le ginocchia fanno male. Quindi prima i piedi, ora le ginocchia: i simboli si sprecano.

Dopodomani mi faccio la PRK per la miopia. Sono terrorizzata e contemporaneamente emozionata all’idea di potere, nel giro di boh, qualche settimana, vedere.

Vedere.

È quarant’anni che porto gli occhiali, non ho idea di come possa essere stare senza, anche solo per fare alcune cose, tipo, che ne so, guardare la sveglia.

Mi sono fatta raccontare i dettagli orribili della convalescenza da un sacco di persone, perché voglio essere pronta a stare male senza spaventarmi per quello che mi succede. 

Un’amica dice che la faccio grossa, che faccio sempre così. 

Ha ragione. Le ho detto che mi preparo al peggio per una sorta di strategia di controllo.

Lo feci anche quando si ammalò mia madre: mi feci raccontare l’agonia dello zio di una cara amica, che aveva anche lui un cancro al fegato perché volevo sapere cosa poteva succedere. La vita mi ha regalato che non successe niente di tutto quello che mi aspettavo, e questa cosa mi diede, anche in mezzo ai momenti neri, la certezza che avrebbe potuto essere così peggio che mi veniva da ringraziare anche mentre stavo male.

Sto facendo i conti con il mio non essere coraggiosa ed essere invece sostanzialmente sola. Sono sicura che imparerò molte cose da questa esperienza. 

Sempre sperando che vada tutto bene, perché ci va, perché è ora, perché la voglio vedere bene in faccia questa vita che mi resta. 

Maledetta me

E quindi va tutto bene, ci sono programmi positivi, mi sono buttata a capofitto in nuovi progetti e sono uscita dalla palude del senso di inutilità è vuoto.

Poi vabbè, mi prende l’angoscia, così a caso.

Ma perché sono scema col botto io; è ovvio.

1 settembre (parte ennesima)

Buon (non) compleanno.

Citazione sempreverde

La verità è che non gli piaci abbastanza.

Salti nel tempo

Oggi timehop mi ha portato la memoria di alcuni 24 di agosto, molto interessanti.

In uno era appena partita l’avventura fiorentina, ed ero tutta piena del sacro fuoco del progetto esistenziale definitivo della mia vita.

In un altro tornavo da un viaggio a Nord ed ero malinconica come sono sempre al ritorno dai viaggi.  

In un terzo ero disperata e mi chiedevo cosa ci facessi a Firenze, che senso avesse la mia vita, quanto presto sarei potuta scappare da questa trappola senza uscita.

In un quarto sognavo una nuova città, una nuova casa, un nuovo progetto, una famiglia (addirittura!), e tutto mi sembrava a portata di mano.

Il sunto è che a volte sto bene, a volte malissimo, non sono morta a Firenze (anzi), non voglio (quasi) più scappare, nessun progetto definitivo è andato in porto, sono successe cose che non mi aspettavo affatto, molte molto belle, sono diventata bionda, mi sono tagliata i capelli e faccio shopping di cose che nella mia testa definisco chic e che mi danno la scusa per mettere scarpe con il tacco basso, dal momento che i piedi vanno come vanno.

Ora qui ci vorrebbe tutto un pippone sui sogni che non diventano realtà – “se puoi sognarlo puoi farlo” è una di quelle cagate sesquipedali che ti si appiccicano addosso e non te ne liberi più, davvero; ma è vero che se non lo sogni nemmeno non cominci nemmeno a provare, a farlo – e sulla resilienza. Ma la resilienza è divenuta così di moda che il mio animo snob e truzzo schifa le mode, così dico che semplicemente sono sopravvissuta.

Ho delle cicatrici enormi, alcune mi deturpano l’anima, e lo vedo dallo sguardo quanto sono profonde, ma, cazzo, somo sopravvissuta. 

Non mi sono buttata giù da un viadotto sulla FI-PI-LI, ho tenuto botta, non ho ricominciato a prendere gli antidepressivi e sono spesso di umore accettabile.

Sono più cinica, ci credo di meno, non sogno quasi più niente. Ma viva. In piedi. Sorridente.

E vaffanculo. Non è poco.

No, donna, no.

Questioni d’età

La sensazione è che ogni anno diventi tutto più difficile.

Chiudere

Sono successe delle piccole cose che hanno buttato della sabbia in mezzo a ingranaggi che erano oliati benissimo.

Parole dette al momento sbagliato, parole sbagliate dette al momento giusto, parole giuste non dette nel momento giusto.

Niente di grave; sabbia, appunto.

Basta mettersi lì e spazzarla via; non ci vuole nemmeno troppo impegno, perché sei una che ha tirato via a mani nude intere montagne di roba detta male o non detta ma fatta peggio.

Hai ancora le cicatrici sulle mani, ma sei fiera di averle tolte di mezzo quelle rocce lì, davvero.

Ma la sabbia è noiosa, come un sibilo insistente, il ronzio di un insetto odioso, qualcosa di cui non hai voglia di occuparti aspettando che passo da sé: gli insetti escono se lasci le finestre aperte, anche la sabbia se ne andrà e smetterà di bloccare la macchina, se lasci passare abbastanza tempo.

O forse no, ma non hai più voglia di pulire.

Vuoi solo che gli altri smettano di sporcare casa tua; perché non la meriti più questa cosa qui, che la gente non fa attenzione quando parla con te.

Così chiudi le porte e le finestre e ripulisci tutto finché nemmeno ti ricorderai le cose che hai sentito.

Ma, soprattutto, chiudi tutto perché nessuno possa mai più permettersi di dirti la sbagliata.

Dei viaggi e dei rientri

Mi piace andare lontano, in posti in cui non sento parlare italiano e imparo invece parole nuove, con suoni non familiari, odori e sapori mai provati, paesaggi mai visti.Mi piace l’isolamento che solo le isole sanno darmi, quel senso di fuggire da tutto, di essere ben al di là dalle mani che provano ad afferrarmi, di sentirmi finita come la terra intorno.

Mi piace la terra dei vulcani, che si sente che è più potente di noi, anche se costruiamo dei ponti e delle strade, bellissime.

Mi piacciono gli aerei, che ci permettono di andare lontano in poco tempo e di vedere il mondo, di uscire dal nostro piccolo villaggio in cui ci chiudiamo per sentirci a nostro agio.

Mi piacciono le navi che sfidano i mari in tempesta, perché mi fanno ricordare il coraggio di quelli che partivano con navi di legno spinti dal desiderio di vedere cosa ci fosse al di là.

Ecco, mi piace scoprire cosa c’è al di là: al di là della mia piccola vita, delle cose che do per scontato, delle abitudini che mi sono costruita per avere un vita confortevole come il mio paio di jeans preferiti.

Viaggiare è per me andare al di là: non andare in vacanza, ma fare un viaggio dentro di me, scoprire cose nuove, nuovi sorrisi, nuove rughe, nuovi gesti.

Portare una di queste cose nuove a casa, per far sì che il viaggio non sia stato vano.

Tornare è una ferita.

È tornare piccoli dopo essere stati grandi per un istante.
Tornare è casa.

E trovare una casa che mi riempia il cuore non è mai stato facile.