lacasadelsole

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Mese: maggio, 2008

CATENE

Domeni, con calma, a emicrania passata, mi dedicherò alla catena dell’avvocato.

(così avrò un po’ di tempo, per due cose fondamentali e niente affatto facili: trovare ben sei cose che mi piace fare, e trovare ben sei blog a cui passare la palla)

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INTERRUTTORI

Nella sua immensa sapienza, la Natura ci ha sprovvisto di interruttori.

Quegli aggeggi acceso/spento, che fanno risparmiare energia e mandano i nostri elettrodomestici a dormire.

Mai come stamattina ringrazio Dio per non avere un interruttore.
Altrimenti, a ottobre avrei schiacciato off.
A novembre avrei schiacciato off.
E così a dicembre, e a gennaio, e a febbraio, anche se non proprio tutti i giorni.

Ringrazio, soprattutto, perché se stanotte avessi avuto il famigerato interruttore, stanotte avrei schiacciato off.

E mi sarei persa la visione di questo cielo ancora carico di nubi, in cui il sole combatte per trovare il suo spazio.

ERRORI

Ho sbagliato, in passato.
E poi di nuovo.
E ancora.

Ma credo che quello di stasera sia l’errore definitivo.

Non ne posso più di me.
Davvero.

FIUMI IN PIENA

Accendo il pc, e scopro che a Torino c’è l’allarme ponti.
Che, dato che piove da giorni, si aspetta l’ondata di piena tra poco, e che quindi i ponti cittadini verranno chiusi, per aspettare l’onda.

Sorrido.

La mia città, in questo momento, è un po’ come me.
Aspetta la piena del fiume, come io aspetto la piena del cuore.

Sento il cuore colmarsi di malinconia, e gli occhi di lacrime al pensiero di ciò che ho perduto – tanto, davvero – in questi mesi, in questi giorni, e se potessi chiuderei i ponti, per evitare la piena.

Naturalmente il cuore non ha ponti da chiudere.
Devo soltanto sperare che l’onda passi, senza fare troppi danni.
Devo soltanto sperare di fare passare il dolore delle perdite, delle rinunce, e scoprire che il sole torna sempre, e che insieme al sole tornerà la primavera, e con la primavera i germogli, e con i germogli il cuore ricomincerà a battere con il ritmo che mi è abituale,  e non con questo ritmo invernale che non mi riconosco,

Aspettiamo la piena.

VINCERE O PERDERE

Questa pare sia una delle definizioni che qualche saggio ha dato del buddismo.

Vincere o perdere.
Sembra che non ci sia nulla di spirituale.

E invece.

Vincere significa, nelle giornate come oggi, in cui sembra che nulla abbia senso e significato, in cui il sonno è atteso come una benedizione, in cui la casa reclama attenzioni che non ho la forza di darle, in cui il mio corpo reclama riposo e coccole, e invece ha in destino la solitudine, non abbattersi, non farsi prendere dall’apatia che pure chiama forte.
Vincere significa alzarmi dalla sedia e riordinare.
Significa non mangiare latte e biscotti.
Significa non rannicchiarsi sul divano a piangere.
Significa non fare telefonate sbagliate.
Significa non far soffrire inutilmente una persona che soffrirebbe, sapendomi soffrire, sentendomi soffrire.

Significa accettare che anche le giornate di oggi sono vita, e va bene così.

Perdere sarebbe lasciarsi portare, non dalla corrente, ma in una spirale che immediatamente ti fa aggrappare alla prima ciambella di salvataggio a disposizione.
Perdere sarebbe lasciarsi andare alla tristezza.
Perdere sarebbe cancellare questo insulso oggi e aspettare domani, mentre la vita è adesso, in ogni istante, anche brutto.
Perché anche quando è triste la vita è bella.
Perché anche quando è brutta, la vita è bella.

E, come dico spesso, non posso impedire di ricevere uno schiaffo; ma posso decidere io che cosa fare dello schiaffo che ricevo.

La vita non sono le cose che ci succedono.
la vita è quello che facciamo, con le cose che ci succedono.

MIOHO

Mio vuol dire vita, e ho vuol dire morte.

Insieme, queste due paroline formano l’ideogramma giapponese che, recitato, suona proprio come morte-vita.
A dire che non c’è vita senza morte, e non c’è morte senza vita.

A dire che l’uomo muore a ogni respiro, quando svuota i polmoni, e non è sicuro di avere la forza per riempirli nuovamente; e rinasce a ogni respiro, quando di nuovo riempie d’aria i polmoni.
A dire che l’uomo muore ogni notte; e ogni giorno rinasce, fino al momento in cui morirà per non rinascere, o per farlo molto tempo dopo, in un’altra vita.

Tutto questo per dire che in ogni inizio c’è già la fine, ma che in ogni fine c’è già un inizio.

Che facciamo parte di un universo di connessioni e legami infiniti e indissolubili.
Che nessun legame mai si può spezzare, esattamente come nessun legame può essere eterno.
Che siamo nel tutto (foglie nella corrente, Sigisfredo?), e ne facciamo così strettamente parte che siamo noi stessi il tutto, e che il tutto è noi.

Pensando questo, il tempo, lo spazio, gli addii, non esistono.
Ogni cosa è soltanto un seme, che muore per far nascere il fiore, che muore per far nascere il frutto, che muore per produrre un seme: un circolo così, infinito.

E allora gli amori nascono, e muoiono, ogni giorno.
E ogni giorno è sia il primo che l’ultimo.
E ogni addio è anche il primo saluto che ci scambiamo.
E ogni primo saluto che ci scambiamo è anche – contemporaneamente – già un addio.

Non so il perché di tutte queste parole.
Credo per darmi consolazione.
O per ricordare a me, e a te, che siamo insieme in un eterno presente, qualunque cosa noi ci si possa dire.

Mioho: so che ti piacerà.

DEL PASSATO

Mi dici che dovrei smettere di frequentare il passato, e quindi anche te, che del passato fai parte.

Ma lo sai come la penso.
Che il passato è padre del presente e che per orientarci, in questo presente nebuloso, abbiamo bisogno di tenere conto del punto da cui siamo partiti.
Per vedere la strada che abbiamo fatto, e sentirci fieri di noi, anche, che siamo stati capaci di cambiare, e di entrare nel presente.

Poi, da quando credo nella legge del karma, allora il passato è divenuto ancora più importante, perché è nel passato che ci sono le cause del nostro presente, e dobbiamo tenerle a mente, se non vogliamo ricadere nei soliti comportamenti.

E poi il passato è il luogo della letteratura.
Il luogo in cui i baci diventano immortali, in cui incontrarsi è un miracolo, in cui le stazioni sono posti profumati, e gli abbracci sono come una musica per i corpi.

Come posso rinunciare a tutto questo?

Sarebbe come rinunciare a un pezzo di anima, a un pezzo di me, proprio adesso che sto cercando di conoscermi, e amarmi per come sono.

E allora, mon amour, continuerò a tenerti nel cuore, dato che non posso tenerti in altro modo nella mia vita.
E ti dedicherò pensieri dolci, e amorosi, e pregherò per te, e per la tua felicità.

E per non perderti per sempre.

 

 

INVESTIMENTI A LUNGO TERMINE

Dopo la crisi della borsa del 2000 (o era il 2001), mi sono ripromessa di non investire più soldi in banca, bensì di risparmiarli o spenderli tutti in balocchi e profumi.
E c’è da dire che ci sono riuscita, soprattutto se guardo il mio estratto conto.

Ma sabato ho fatto un investimento.
Un investimento a lungo termine.

Ho comprato un casco.
Nero, satinato.
Secondo me, bellissimo.

L’investimento è frutto del programma di andare in vacanza in moto.
Il lungo termine è che questa vacanza sarebbe programmata per agosto: e manca un’eternità.

Io – per come sono fatta – so che posso cambiare idea venti milioni di volte.
Io – per come sono fatta – so che avrò mille paranoie a riguardo.
Io – per come sono fatta – posso essere così assurdamente noiosa da far cambiare idea ai miei compagni di viaggio ben più di venti milioni di volte.

Ma il casco che occhieggia sulla sedia mi dà – con la sua regale presenza – un’ancora a cui appoggiarmi, non per programmare il futuro, ma per immaginarlo, un futuro.

E non mi dispiace.
Affatto.

DRAGHI (& C.)

I draghi, carissimo, sono grossi.

Non cattivi, o almeno non sempre, ma grossi.
Soprattutto, i draghi, anche quando non soffiano fuoco, hanno la caratteristica di incutere paura.
Tutti i draghi; anche quelli d’argento e oro, che sono commoventi solo a vederli.

Il fatto è che appena arrivano ci sentiamo terrorizzati: loro sono grandi, e forti, e antichi, e ingombranti.
E noi, invece, siamo piccoli, e finiti, e non troppo furbi.

Quando siamo ingenui pensiamo di poterli sconfiggere, i nostri draghi.
Ma non abbiamo le armi giuste.

Poi arriva il tempo in cui, semplicemente, scappiamo.
Fuggiamo nell’angolo più buio della nostra casetta, ci nascondiamo sotto il tavolo, chiudiamo gli occhi fingendo di diventare invisibili e aspettiamo che passino, i draghi.

Ma anche questa non è la soluzione.
Perché la soluzione – giuro, è scritto in ogni manuale di fantasy che si rispetti  – per affrontare i draghi è aspettarli, e parlare.
Convincerli a lasciarici stare.
Convincerli del fatto che non li vogliamo sterminare.
Perché l’assenza di draghi nella nostra vita la impoverirebbe in modo tale da renderci dei mendicanti.

Quindi, amico mio, quando li vedi arrivare, fatti forza.
Non armarti.
Non scappare.
Non fingere di non avere paura.

Sali sulle mura della tua città e guardali negli occhi.
Loro, se ti vedranno disposto ad affrontarli, ti guarderanno negli occhi, e vi parlerete.

Così, forse, sicuramente, scoprirai che i draghi sono i figli delle nostre paure; e non vedono l’ora di trasformarsi nei nostri più potenti alleati.

BELLI

Con la quinta, ci siamo scambiati i contatti msn, per non perderci dopo il sette giugno, che si sa come vanno queste cose.

Così, dopo averli visti per otto mesi e mezzo a distanza di un banco, ora vedo le frasette che scrivono nel loro profilo, le foto che si fanno con le loro ragazze e i loro morosi.
Leggo i loro messaggi pieni di k (aiutooo!), e mi raccontano dei loro dubbi, del fatto che non riescono a finire i progetti da consegnare, che sono stanchi, che non sanno se iscriversi all’università o se andare a lavorare.
Mi raccontano che hanno paura, che si sentono crescere e non vogliono crescere, che hanno storie d’amore già lunghe anni, e non sanno che fare, se tenerle in piedi o mollare lì e divertirsi e amen.

Insomma, ci parliamo.
Utilizziamo un sacco di emoticon, e ci diciamo un sacco di verità.

E sono belli.
Così belli che mi commuovo.