lacasadelsole

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Mese: novembre, 2008

LIBRI

Oggi, in più d’uno, mi ha consigliato di scrivere.
Un libro.
Anzi, possibilmente un best seller.

E’ nato un po’ come scherzo, poi, ora dopo ora, mi sono resa conto che tutti gli amici con cui ero sono davvero convinti che io possa scrivere un libro.
Ho contestato loro che non ho una storia da raccontare, nè un personaggio da descrivere, nè una trama, o un ambiente: niente da cui partire.
Nemmeno mi piacerebbe l’idea di scrivere un giallo con ambientazione nella Torino esoterica.
Tanto meno un libro di scuola, o un libro fantasy, che per ogni genere a cui ho pensato c’è qualcuno che l’ha fatto prima – e meglio – di me.

Tornando a casa, però, mi è rimasta questa cosa in testa.
Anche loro, antrambi, pensavano che dovessi scrivere.

E mi chiedo come sia possibile che qualcuno veda così chiaramente in me qualcosa che io in me non riconosco affatto.

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VITA, VITA

Alla sensazione di vuotezza di cui sopra, si unisce una intensità di vita e impegni senza precedenti.

(e continuo ad amarti, dannazione)

PARALISI EMOZIONALE

A tratti, mi sento come una persona incapace di parlare, di sentire, di esprimermi.

Ci sono momenti in cui tutto è chiaro, nella testa e nel cuore (questa è una citazione, chi la becca?), ma è inutile: quando è ora di fare/dire qualcosa, tutto si blocca.
Mi sento come se stessi guardando un film, solo che il film è la mia vita.
Mia.
Vita.

Non mi sento protagonista, mi sento tiepida.
Incapace di ardore, di amore, di donare.
Una sorta di essere animal-vegetale che guarda la vita da dietro un vetro.

A volte è così bello ciò che vedo che sono quasi felice.
Il trucco, credo, è quel quasi.
Dall’ultima volta, da quando ho staccato definitivamente la spina, ferita una volta di troppo, uccisa una volta di troppo, non riesco a prendere nulla sul serio.
Non riesco a prendere nè me nè gli altri, sul serio.
C’è sempre un margine di "ma", che ferma il mio proposito, ferma il mio entusiasmo, ferma il mio cuore.
Un attimo prima di lasciarmi andare.

Forse passerà.

LA CURA

Perché sei un essere speciale
e io avrò cura di te.

Ci penso da stamani, da quando ne ho sentito la versione di Celentano.

Capisco, stasera, che è una frase importante, e che c’è al mondo almeno una persona che possa dirmela, ed essere sincera.
Quella persona, l’unica, sono io.

(Quasimodo aveva ragione)

MEMORIAE

Alla fine, risulto una persona con un sacco di memoria.
Una che ricorda parole di canzonni pop che passano alla radio, e particolari della vita di persone semisconosciute.
Una sorta di banca-dati di dati inutili.

Infatti.
Infatti, a essere sincera, ho una memoria iperselezionata, e interamente concentrata sull’astratto.
E sul presente.

A parte alcuni flash della mia infanzia, non ho memoria di ciò che mi è accaduto in passato.
Si perdono nelle nebbie i primi baci, le prime esperienze, le lunghe ore passate a scuola, i volti e i nomi delle persone che in un certo periodo della mia vita mi sono parse insostituibili.
Non ricordo la maggior parte dei miei Natali, delle vacanze, dei posti visitati.
Non ricordo, soprattutto, i momenti belli passati, per esempio con mia madre, o con persone che sono state importanti nella mia vita: il mio primo ragazzo, mio marito, mio padre, la mia migliore amica di quando ero piccina.

Niente.

A volte delle istantanee confuse.
Ma più spesso il buio totale.

A volte incontro compagni di liceo, e nemmeno riesco a riconoscere, dietro i loro volti, i loro nomi: e si parla di cinque anni insieme, magari nei banchi vicini.
Così, forse per difesa, forse per fare spazio, dimentico, indistintamente, tutto e tutti.

E mi dispiace.
Non vorrei, se non coltivo la memoria, finire per dimenticare anche te.

TEMPO

Lo so, da anni, ormai.

Che il tempo a nostra disposizione è poco, che bisognerebbe mordere la vita a grossi morsi ingordi, perché la vita è più breve di quanto immaginiamo, sempre.
So che si dovrebbe andare a dormire la sera pensando alle azioni della giornata come piccole sfide vinte, come passi per la costruzione della nostra esistenza.
Andare a letto soddisfatti, e mai sazi del tempo che abbiamo vissuto, che dovremmo volerne ancora, e ancora.
Per vivere ancora, e ancora.

Eppure.
Eppure, di nuovo, da mesi, pur sapendo queste cose, butto via la mia ricchezza più preziosa, il tempo, in attività futili e improduttive.
Oppure, peggio, dormendo.

Mi rintano nel mondo illusorio dei sogni, probabilmente per fuggire dalla realtà.

Forse sarebbe ora di affrontarla, la realtà.

FOLLIA

Ci pensavo ieri.

Che il passo per impazzire è molto corto.
Basta lasciarsi andare al dolore, alla stanchezza.
Basta valutare come passeggera questa vita; passeggera e inutile.
Basta lasciarsi andare al canto delle sirene, che ti suggerisce di lasciare stare, di farti sopraffare, di dormire, si abbandonarti.

Per non cedere, credo, ci va molta forza.
Molta energia.

Io, in quest’ultimo anno, ne ho spesa molta.
E a volte adesso mi manca.
E a volte vorrei cedere.

Ma a volte, come adesso, no.

BANDIERA BIANCA

Arrendersi, a volte, ha il suo fascino.

Chiudere gli occhi, non dover più pensare a niente, lasciare che le cose capitino e basta.
Smettere di cercare di capire.
Smettere di resistere.
Smettere di cercare.
Smettere di affaticarsi a trovare un senso.
Smettere di affaticarsi a trovare una via d’uscita.

Avete vinto voi.
Siete riusciti a spezzarmi.
Avete vinto.

Bravi.

DELLA PAURA

La paura è un sentimento femmina.

Non credo che un uomo la possa capire quanto una donna.
Quella sensazione di essere vulnerabile, di essere meno forte di quanto si vorrebbe.
Quella sensazione di bisogno di essere protette, un po’ come le principesse nei castelli: aspettano il Principe, no? Mica provano a scappare o imparano la scherma.

Il fatto è che – le donne lo sanno – sono più fragili degli uomini.
Basta uno schiaffo ben dato per toglierci dalla testa strane idee.
Basta una velata minaccia, a volte, per farci venir paura di uscire da sole.

E per fare azioni forti, sicure, coraggiose, abbiamo – o almeno ho – bisogno di sentirci al sicuro.

Io stasera non mi sento al sicuro.

Stasera sono prigioniera delle mie paure, delle trame che tessono le sue parole, che sempre mi mettono in difficoltà, che sempre mi fanno sentire dalla parte del torto, e non c’è ragione che tenga contro il senso di colpa.

Voglio liberarmene, però.
Una volta per tutte.
Per sempre.

COMUNQUE

Maledizione…