lacasadelsole

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Mese: febbraio, 2009

OGGI

Oggi si è tornati al lavoro.
Oggi si è fatta una lezione di yoga.
Oggi si va a fare un esame clinico.
Oggi si va a fare un pochino di spesa.
Oggi si vedono due amiche per cena.

Poi si dovrebbero correggere montagne di compiti, certo.
E preparare un paio di cose, almeno, per domani.
E fare una doccia.
E stendere due lavatrici.
E disfare la valigia.

Oggi cerco di non perdere tempo, anche se non sono brava a farlo.

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MUSICA, MAESTRO!

Poi uno sta soltando facendo la valigia, e non ricordava nemmeno di aver messo quella canzone sull’mp3.
E invece l’aveva messa.
E l’ha ascoltata.


I can’t take my eyes off you

NON SOLO PAROLE

E sarà bellissimo
perché gioia e dolore
han lo stesso sapore con te.

DOMENICA
(è sempre domenica)

Mattina difficile, risveglio malinconico.
Molto da fare, ma molta voglia di oziare.

Ieri sera film, visto soltanto perché non me la sentivo di fare un sabato sera casalingo, francamente brutto.
Desiderio di compagnia, di carezze, e di parole, ad accompagnare le carezze.

Invece ordine, pulizie, al limite un po’ di fitness, se riesco a convincermene.

(Le ultime nostre telefonate mi hanno ferito, e credo tu lo sappia.
La tua indifferenza mi lascia con l’amaro in bocca.
E so di non poter tornare indietro; e so di non poterci fare nulla.
Forse, soltanto, devo smettere di chiamarti, di progettare di vederti, e lasciarti andare, ché tanto sei già andato via.
E lo sappiamo entrambi.
Soltanto io provo ad aggrapparmi al passato, inutilmente)

Se potessi far tornare indietro il mondo
farei tornare poi senz’altro te


Non posso.

LIBRI LASCIATI A META’

Quando mi capita di fare un pausa, e di lasciare un libro in sospeso per un po’ di giorni, so già che non lo finirò più.
I libri vanno vissuti tutti i giorni, sennò perdi il contatto, non ricordi bene la storia, dimentichi i dialoghi, l’atomosfera, e non riesci più a ricrearla.

La stessa cosa, credo, mi è accaduta con la vita.

Un anno fa l’ho messa in pausa, perché proprio non riuscivo a viverla, quella vita lì.
Mi sono diligentemente impasticcata per un anno tutti i giorni e le cose hanno ricominciato a sembrare normali, prima, belle a volte bellissime, poi.

Ora, a impasticcamento concluso, tutto mi ri-sembra normale, quindi a volte bello, a volte brutto, a volte così così.
Per questo ho ripreso in mano la vita.
Ma non mi trovo.
Io credevo che tutto si sarebbe fermato ad aspettare che tornassi; io credevo, come accade per i libri, di avere semplicemente messo in pausa.

Invece.

Invece il mondo ha fatto un giro intorno al sole, le vite delle persone che amavo sono cambiate, i sentimenti si sono trasformati.
Non mi hanno aspettato, come era presumibile che accadesse, ma come uno alla fine non vorrebbe mai che accadesse.

Devo cambiare libro, probabilmente.
E vita.

LUCE

Stasera tornando a casa dal cinema ho trovato la luce accesa.

Non mi sono spaventata affatto, perché – alla faccia di M’illumino di meno – la luce l’avevo lasciata accesa io, volontariamente.

Ci sono sere, come questa, in cui non ho voglia di tornare a casa e trovarla buia, ecco.
Ci sono sere, come questa, in cui non voglio tornare a casa.
Ci sono sere, come questa, in cui sapere di trovare la casa vuota (semivuota, per via del gatto) non mi va giù.

In queste sere mi inganno e tengo la luce accesa, come ci fosse qualcuno ad aspettarmi, come ci fosse qualcuno a cui sono mancata.

Non basta, a volte.
Ma aiuta.
Sempre.

GIA’

Buon compleanno.

COPERCHI

Un anno fa – qualcosa in più, ormai – ho preso una scatola bella grossa, ci ho messo dentro altre scatole, alcune grosse e alcune piccole, l’ho chiusa, sigillata, messa in cantina e sono uscita a vivere.

Dentro ci avevo messo gli amori finiti male, le lacrime inutili, il tempo perso a sognare l’impossibile, le illusioni che una volta crollate mi avevano portato a decidere di voler morire.

Il sigillo alla scatola e la chiave della cantina avevano il nome di una molecola chimica che mi sollevava l’umore artificialmente, e che mi ha portato fino a qui, dopo bei mesi e mesi così così: comunque mai mesi brutti.

Dopo un anno e qualche cosa è arrivata l’ora di socchiudere la porta della cantina, e aprire uno spiraglio nelle scatole, per vedere che cosa fosse successo.
Be’.
E’ ancora tutto lì: le lacrime, i rimpianti, il dolore, le recriminazioni. I problemi, soprattutto.

Oggi ho capito che a non pensarlo – anche a non pensarlo – il dolore non scompare.
Che a non risolverli i problemi non se ne vanno.
Che la vita va vissuta nel bene e nel male completamente.

Sperando di essere forti abbastanza per riuscirci.

GIA’

Mi piaceva essere l’ultima tra le aquile.

E SE?

E se invece di scrivere manuali sulla comunicazione uomo/donna e leggere manuali sulla comunicazione uomo/donna non si tornasse a fare come si faceva una volta e si smettesse di parlare?

E se, invece di affaticarsi a tradurre, capire, interpretare, semplificare, spiegare, rispiegare, rispiegare ancora non si facesse all’antica, e si parlasse con i propri simili e si facessero davvero solo altre cose con i propri dissimili?

Io credo fortemente nella comunicazione, e nelle relazioni, e nelle interrelazioni, ma non posso negare che parlare con una donna sia, per me donna, estremamente semplice, arricchente, naturale.
E non posso negare che altrettanto non possa dire del parlare con un uomo (magari non qualunque uomo, ma quello che ha le caratteristiche maschili molto sviluppate e nessuna caratteristica femminile a compensare).

Allora, la domanda di oggi è questa: se i maschietti si divertono a giocare a calcetto (o con qualunque altro gioco); se si appagano a sudare; se sono soddisfatti principalmente quando hanno mangiato, dormito e fatto la cacca; se sono addirittura felici quando hanno mangiato bene, dormito bene e fatto tanta cacca, perché ostinarci, noi, l’altra metà del cielo, a considerarli diversi?
A volere da loro qualcosa di diverso?
A considerarli, addirittura, come noi?

Perchè non smettiamo di ostinarci a parlargli come se potessero capirci e non ci limitiamo a fare come si faceva una volta, vivere con loro e parlare con altre donne?