di Calexandrìs

COPERCHI

Un anno fa – qualcosa in più, ormai – ho preso una scatola bella grossa, ci ho messo dentro altre scatole, alcune grosse e alcune piccole, l’ho chiusa, sigillata, messa in cantina e sono uscita a vivere.

Dentro ci avevo messo gli amori finiti male, le lacrime inutili, il tempo perso a sognare l’impossibile, le illusioni che una volta crollate mi avevano portato a decidere di voler morire.

Il sigillo alla scatola e la chiave della cantina avevano il nome di una molecola chimica che mi sollevava l’umore artificialmente, e che mi ha portato fino a qui, dopo bei mesi e mesi così così: comunque mai mesi brutti.

Dopo un anno e qualche cosa è arrivata l’ora di socchiudere la porta della cantina, e aprire uno spiraglio nelle scatole, per vedere che cosa fosse successo.
Be’.
E’ ancora tutto lì: le lacrime, i rimpianti, il dolore, le recriminazioni. I problemi, soprattutto.

Oggi ho capito che a non pensarlo – anche a non pensarlo – il dolore non scompare.
Che a non risolverli i problemi non se ne vanno.
Che la vita va vissuta nel bene e nel male completamente.

Sperando di essere forti abbastanza per riuscirci.

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