lacasadelsole

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Mese: maggio, 2009

LETTERALMENTE

"Lo sai, io sono ottimista.
Ci metto fede.
Ci metto positivismo".

Cose da autobus.

EGOISMI

Che non sono postitiva da un bel po’, si capisce dal fatto che cerco di non scrivere tanto, perché avrei soltanto cose brutte e malinconiche da scrivere, e allora preferisco evitare.

Il fatto è che sono a tutti gli effetti un’"unica".
Figlia unica e single.

Per questo non mi si può chiedere di essere anche generosa.
Che c’entra la generosità con una persona che da quando è nata ha avuto il mondo intorno a sé e da quando vive sola mangia dorme pulisce soltanto quando e se ha voglia?

Ecco, questo è il fatto.

Quando sono chiamata a fare dei sacrifici non sono capace, perché mi manca l’allenamento.
E anche il sacrificio più piccolo mi costa fatica, e sento il groppo in gola che mi chiude il respiro.

Ora, vorrei dire che non è colpa mia, ma credo che lo sia, in fin dei conti.

Il fatto, più grave, è che non riesco a cambiare.

O TEMPORA, O MORES!

Io, nella vita, ho letto un sacco di libri.

Tutte le volte che apro la mia pagina di anobii, a vedere la cifra di libri caricati, avendo la consapevolezza che sono una sola parte dei libri che ho incontrato nella mia vita, un po’ me la godo, e un po’ me la tiro.

Non sapevo, almeno fino ad oggi, che cosa mi abbia spinto a divenire una lettrice così famelica ed accanita.
Credevo fosse passione innata, una cosa karmica, o un merito personalissimo.
Non lo sapevo, ma oggi l’ho scoperto.

Si lamentavano, i miei ragazzi di quarta, oggi, del passaggio al digitale terrestre.
Si lamentavano della spesa da fare per adeguare il televisore.
O meglio: I televisori.

E così ho scoperto che in quella classe (ma credo anche nelle altre, a questo punto) la media dei numeri di televisori per casa è quattro, quanto la media dei componenti delle rispettive famiglie.
Quindi, ricapitolando: quattro in famiglia, quattro televisori.
A volte, addirittura, tre in famiglia, quattro televisori (per capirsi: cucina salotto camera dei genitori camera del figlio).

Così ho raccontanto loro che a casa mia il televisore è sempre stato uno.
Quando eravamo in tre, quando eravamo in quattro, che era venuto a vivere con noi mio cugino, quando eravamo in cinque, che era venuta a vivere con noi mia nonna.
Un televisore e mio padre che lo comandava.
Un televisore e a letto, in stagione scolastica almeno, tra le nove e mezza e le dieci.

Uno studente, timidamente, mi ha fatto notare che sicuramente i miei genitori non mi mettevano davanti al televisore per farmi stare buona, mentre con lui (con loro) sicuramente l’hanno fatto sempre.
E me lo diceva senza esserne contento, va detto.

Alla fine, mi sono resa conto che ho visto pochi film quando andavo a scuola e quando vivevo in famiglia.
Ma ho letto un sacco di libri.

E secondo me è stato uno scambio equo.

SOTTO LA SUPERFICIE

Sotto una superficiale superbia che mio padre ostenta dicendo in giro che faccio l’insegnante (e che sono una brava insegnante, e che sono una severa insegnante, una preparata insegnante), si nasconde un fastidio profondo, per avere una figlia che non la pensa più come lui.

Sotto sotto, parlando di politica, stasera, ne viene fuori una visione del mondo (quella di mio padre) in cui comunque gli insengnanti sono dei fannulloni, lavorano poco, non sono preparati.

E quindi è GIUSTO che venga loro decurtato lo stipendio se stanno a casa in mutua per meno di dodici giorni consecutivi (accade che anche questo governo, almeno fino ad adesso, abbia compreso che se uno sta a casa per più di due settimane potrebbe essere malato sul serio. Ma se stai a casa tre giorni, no, non sei malato sul serio e stai sicuramente andando in montagna a sciare nei giorni di lavoro).

E’ giusto, perchè molti lavorano poco, punire i pochi che lavorano molto.
In modo molto coerente, il genitore mette tra i pochi che lavorano molto anche la figlia, ma non si secca che perda dei giorni di stipendio; anzi, gli sembra corretto nei confronti della collettività.

Non capisco che cosa mi ha fatto male.
Se il fatto che si è messo a gridare, o il fatto che (per la prima volta in vita sua) mi abbia insultato, o il fatto che – come molti – mi ha fatto capire che ritiene il mmio un lavoro finto, non faticoso, poco responsabile.

Alla fine, non capisco se soffro come insegnante, come cittadina o come figlia.
Probabilmente per tutte queste cose insieme.

RICADUTA

E’ successo ieri, probabilmente a causa del "down" post-teatrale.

Una lunga caduta in cattivi pensieri.
Lacrime, recriminazioni, rimorsi, rimpianti.

Una brutta giornata, fatta di brutti pensieri.

La verità è che se appena mi lascio andare, allora posso cadere ancora molto in basso, già all’inferno.

CORPO E CERVELLO

Quindi, come minimo, dovrei avere un dolore tremendo e continuo a un ginocchio (probabilmente a entrambi, comunque), non dovrei riuscire a cammiinare, tanto meno a saltare e ballare.
Così dice la risonanza magnetica.

Temo l’istante in cui il mio cervello si renderà conto di quello che dovrebbe fare e comincerà a farmi sentire male.

VOCAZIONE

Il giorno prima dei miei 36 anni, ho scoperto che amo il profumo dei teatri vuoti, i cavi che pendono dai soffitti altissimi, gli arredi falsi che creano storie dove fino a un minuto prima non c’era nulla.

Che adoro i velluti rossi e quell’atmosfera rarefatta che si respira nel retropalco.

Che mi fanno impazzire i misteri che si nascondono dietro le quinte.

Che mi fa battere il cuore intravedere, oltre le luci del palcoscenico, le teste del pubblico.

E che mi fa paura ma mi piace da impazzire il battito del cuore durante l’esibizione, mettere in scena un mondo parallelo e inesistente che prende vita solo per un attimo grazie a me che vi contribuisco.

Averlo scoperto prima, chissà.

RIMORSI O RIMPIANTI?

Lo dice la saggezza popolare, lo dicono i manuali di self-help, lo dicono gli psicologi, lo dicono addirittura (tra le righe) le religioni un po’ "alternative": meglio avere rimorsi che rimpianti.

Allora, con te sono a posto.
Rimorsi ne ho che mi crescono e non so nemmeno dove stiparli, in questa casa piena delle mie cose.
Il rimorso di non averti detto sempre e tutta la verità.
Il rimorso per averti tenuto lontano quando volevi starmi vicino, e di averti (anche se poco, come pare che sia, per fortuna) ferito.
il rimorso per aver distrutto la costruzione che si cercava di costruire un mattoncino alla volta, partendo dalle fondamenta; ogni volta togliendo il pezzetto che tu appoggiavi, delicatamente.

Il fatto è che a questi rimorsi aggiungo tutta una serie di rimpianti da farci la lista della spesa del sabato all’Ipercoop.

Il rimpianto per non aver dato alla nostra storia non dico futuro, ma nemmeno una possibilità di diventare veramente presente.
Il rimpianto di non essere corsa tra le tue braccia quando mi chiamavi.
Di non essere venuta con te dall’altra parte del mondo per il timore di quello che sarebbe potuto succedere (non di brutto, mannaggia, ma di bello).
Il rimpianto di non averti amato come volevo, perché non sapevo amarti come volevo, e perchè troppo volevo amare me stessa per amare addirittura anche te nel modo giusto.
Il rimpianto di averti perso, e con te di avere perso una possibilità, forse l’unica, forse l’ultima?, di sentirmi donnadonna.
Non donna-madre, non donna-figlia, non donna-amante.
Ma donna e basta.

(e non continuo, che non mi fa bene pensare a queste cose)

Insomma, mai nessuno nella vita ti dice la verità.
Che è sempre meglio avere rimorsi che rimpianti, certo.
Ma che spesso, purtroppo, hai sia gli uni che gli altri.

LA TELA DI PENELOPE

Penelope (ne scrissi già in un mio blog di una vita fa) è una specie di eroina del mio cuore.

Mi piace la sua testardaggiine, la sua pazienza, la sua capacità di aspettare; la sua fiducia, anche, che Ulisse il fedifrago tornerà indietro, da lei, prima o poi.
E che dopo un bagno caldo sarà di nuovo intonso dai ricordi di tutte le donne che l’hanno avuto nei suoi viaggi, e sarà finalmente di nuovo tutto suo.

Penelope ed io non ci somigliamo molto.
Intanto io non ho pazienza.
Poi non sono fedele: se il mio uomo ci mettesse dieci anni a tornare a casa da un’avventura gli rovinerei la vita al telefono, ossessionandolo di sms, e poi, una volta a casa, troverebbe le prove dei miei ripetuti tradimenti, che, non fidandomi di lui, metterei le mani avanti, cercando un sostituto.

Con Penelope, però, ho una cosa in comune, che è la tela.

Penelope tesse, e intanto (almeno questo è il significato che il tessere ha nella mia testa) tesse la sua storia d’amore con Ulisse.
La racconta, la ricorda, la rielabora.
La crea, dal nulla.
Dal nulla, con il solo atto di tessere e aspettare, aspettare e tessere, rende Ulisse uomo degno di essere aspettato.
Dà al suo amore per Ulisse un respiro ampio quanto l’eternità, facendolo uscire dai confini dell’oggi e del qui, e trasformandolo in amore eterno e dedito.

Ora, sebbene la mia dedizione sia tutta da dimostrare, anche io tesso, continuamente.
Invece del telaio uso le parole, e invece del filo uso i pensieri.

In questo modo ho trasformato ominicchi in eroi, e storielle in grandi amori.
In questo modo ho fatto continuare a vivere storie morte e sepolte.
Finite.
Incenerite.
Testarda, nella mia stanzetta, ho continuato a dare energia a quei pensieri, a dare loro tempo, forma, parole, musica.
Ho dato loro immagini, e ho ancorato a quei pensieri la forma di sogni, e l’importanza che i sogni hanno.

Forse, un giorno, tornerà Ulisse.
O forse, più facilmente, prenderò atto che Ulisse, ahimé, l’ho inventato io.

D.S.N.*

Ogni anno, quando lo spiego, in classe, mi rendo conto di essere lontanissima dalla loro sensibilità.
Mi guardano con occhi vacui, oppure fanno commenti cretini.

"Ma prof, che palle, queste non gliela davano mai?"
(ok, sì, il livello è questo)

Eppure io sono commossa dall’amore "da lontano", dalle poesie scritte in onore di mani che appena si sono intraviste sotto le vesti lunghe, e nemmeno mai sono state sfiorate, figurarsi baciate.
Mi sconvolge sempre un po’ il pensiero di un amore così travolgente da durare anni e mettere in secondo piano l’amore coniugale finalizzato alla procreazione, e l’amore concreto, che soddisfa i sensi, ma non l’anima.

Finora, nella mia vita, ho trovato solo te che apprezzavi il genere.
Donne pudiche, con gli occhi bassi, il rossore sulle guance, con cui iniziare una danza d’amore che soltanto nella penombra si trasformerà in amore di carne, sempre rimanendo, però, contemporaneamente, incontro d’anime, soprattutto.

Be’, ora, se anche a te cominciano a piacere le donne stile puttanone, questa è la prova provata che il mondo sta per finire, o che l’età non dà scampo ai maschietti come alle femminucce, a noi rovinando il culo e le tette e a loro il cervello, o che io faccio parte, almeno vagamente, del genere.

"Signora mia, dove andremo a finire?"


* Dolce Stil Novo