di Calexandrìs

LA TELA DI PENELOPE

Penelope (ne scrissi già in un mio blog di una vita fa) è una specie di eroina del mio cuore.

Mi piace la sua testardaggiine, la sua pazienza, la sua capacità di aspettare; la sua fiducia, anche, che Ulisse il fedifrago tornerà indietro, da lei, prima o poi.
E che dopo un bagno caldo sarà di nuovo intonso dai ricordi di tutte le donne che l’hanno avuto nei suoi viaggi, e sarà finalmente di nuovo tutto suo.

Penelope ed io non ci somigliamo molto.
Intanto io non ho pazienza.
Poi non sono fedele: se il mio uomo ci mettesse dieci anni a tornare a casa da un’avventura gli rovinerei la vita al telefono, ossessionandolo di sms, e poi, una volta a casa, troverebbe le prove dei miei ripetuti tradimenti, che, non fidandomi di lui, metterei le mani avanti, cercando un sostituto.

Con Penelope, però, ho una cosa in comune, che è la tela.

Penelope tesse, e intanto (almeno questo è il significato che il tessere ha nella mia testa) tesse la sua storia d’amore con Ulisse.
La racconta, la ricorda, la rielabora.
La crea, dal nulla.
Dal nulla, con il solo atto di tessere e aspettare, aspettare e tessere, rende Ulisse uomo degno di essere aspettato.
Dà al suo amore per Ulisse un respiro ampio quanto l’eternità, facendolo uscire dai confini dell’oggi e del qui, e trasformandolo in amore eterno e dedito.

Ora, sebbene la mia dedizione sia tutta da dimostrare, anche io tesso, continuamente.
Invece del telaio uso le parole, e invece del filo uso i pensieri.

In questo modo ho trasformato ominicchi in eroi, e storielle in grandi amori.
In questo modo ho fatto continuare a vivere storie morte e sepolte.
Finite.
Incenerite.
Testarda, nella mia stanzetta, ho continuato a dare energia a quei pensieri, a dare loro tempo, forma, parole, musica.
Ho dato loro immagini, e ho ancorato a quei pensieri la forma di sogni, e l’importanza che i sogni hanno.

Forse, un giorno, tornerà Ulisse.
O forse, più facilmente, prenderò atto che Ulisse, ahimé, l’ho inventato io.

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