di Calexandrìs

LEZIONI D’ITALIA

Che dentro di me ci sia una svedese (non per il fisicaccio, puntualizzo) e una prussiana che rispettano le regole, che fanno sul serio, che si prendono sul serio (ahimé), è noto ai più.

Queste due personalità mi rendono una persona estremamente severa con se stessa, ligia, responsabile, anche un po’ noiosa, ammettiamolo.
E fanno di me un’insegnante attenta, precisa, seria, responsabile.
Una che cerca di essere oggettiva nelle valutazioni e severa nei comportamenti.
Una che tenta di non commettere ingiustizie.
Una che non dà i voti a sentimento, anche quando magari vorrebbe.
Una che tenta l’amministrazione della giustizia in classe secondo il motto unicuique suum: tu rompi le palle, io ti punisco; tu meriti 2, e io ti do 2; tu rompi le palle e ti meriti 10 e ti do 10, perché sei intelligente, anche se hai un pessimo carattere.

Ecco, per una così l’esame di maturità è un esame; anzi, l’esame.

Per questo non apprezzo gli insegnanti che aiutano durante le prove, che correggono guardando fuori dalla finestra, che sono inutilmente generosi con i ragazzi: perché il mondo e la vita, là fuori, non sono affatto generosi.
Affatto, ed è bene che siano preparati.

La svedese/prussiana che è in me si è scontrata in questi giorni con un collega niente affatto svedese che ha messo dei voti assurdamente alti ai ragazzi che sono nella sua classe, nella mia stessa commissione.
Non voglio fare battute scontate sulla provenienza geografica del collega, ma ha talmente agevolato i suoi studenti da creare una situazione quanto meno imbarazzante.

Insomma, ci siamo scontrati, io e il mio senso del dovere e lui e i suoi aggiustamenti.
E io ho perso.

Improvvisamente, ho capito che cosa intendevano i piemontesi dell’Italia post-unitaria con l’espressione "questione meridionale".

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