di Calexandrìs

DORY

La Dory del titolo (e magari si scrive senza ipsilon ma con una italianissima i) è quella di "Alla ricerca di Nemo".
Un personaggio spettacolare, azzeccatissimo, che dietro a un’apparenza svagata e svampita racchiude il nucleo di saggezza dell’intero film.

Dory, non sapendo, non ricordando, si fida.
Si apre agli altri.
Non ha esperienze negative, e per questo continua a comportarsi come si comportano i bambini di tre anni, prima della prima delusione della vita.

Se incontriamo una Dory al cinema ci fa divertire.
Mio padre, lui in tutta la sua maestosa presenza, è come Dory.
Ha la splendida abitudine di dimenticare i dolori, ma, si intende, soltanto quelli degli altri.

Ti fa domande stupide, che ti mettono in condizione di dover ripetere la solita dolorosa spiegazione su come stai ogni giorno, perché si ostina a dimenticare sia come stai, sia il perché tu stia così.

Io, ogni giorno, devo riassumere a mio padre come mi sento, cercando di non essere troppo melodrammatica, cercando, al contempo, di dargli una visione di quello che sarà il futuro, se lui nel futuro ci sarà.

Ogni giorno ripercorro, nella telefonata con mio padre, le mie ansie, i miei dolori, la mia paura.
E cerco di minimizzarli, io, per lui.

Alla fine, Dory mi è simpatica.
Ma, giuro, non la faccio amica.
No.

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