lacasadelsole

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Mese: ottobre, 2009

PANE AMORE E…

Sensi di colpa.

Ecco qual è stato il pane di cui sono stata cresciuta.
Ogni giorno per 36 maledettissimi lunghissimi anni.

Se fai la cattiva mamma sta male.
Se fai la cattiva papà si arrabbia.
Se papà si arrabbia poi sta male.

E via così.

Alle elementari significava fare attenzione a non prendere un meno dietro un voto, perché ottimo meno sarebbe stato un voto troppo basso.
Alle medie significava essere sempre la prima, anche quando essere la prima è significato non parlare con nessuno per un anno e mezzo, e non dirlo a nessuno.
Fare finta di tornare a casa in ritardo, per far finta di avere degli amici, che invece non esistevano.
Significava fare finta che fosse normale, o una mia scelta, non uscire il pomeriggio, mentre invece, banalmente, non esisteva nessuno che volesse vedermi, il pomeriggio.
Alle superiori significava prendere solo buoni voti; ma non era questa la cosa difficile: a prendere buoni voti che merito c’è? Se non sei davvero svogliato o davvero stupido prima o poi prenderai buoni voti.
Significava, però, non fare mai sciopero.
Andare a scuola anche da sola.
Essere anche l’unica presente, sia quando erano i ragazzi, a mancare, sia quando a mancare erano i professori.

Potrei scriverci un libro, non un post, sui sensi di colpa con cui mi hanno nutrito, giorno dopo giorno, fino a rendermi incapace di dire no, o un sì che fosse sincero.
Quando mi sono sposata.
Quando ho deciso che non volevo più stare sposata.
Quando è stata ora di comprare casa.
Quando era ora di andare in vacanza.

Ma oggi, oggi è stato il punto più alto mai raggiunto.
Mio padre con voce lamentosa che si diceva felice perché sono a casa questo finesettimana (mentre lui, per altro, non è a casa) così posso essere vicina se lui ha bisogno.
Con tutto quello che è la mia vita in questo momento.
Con la decisione, ormai ampiamente presa, ampiamente disvelata, di cambiarla questa vita, di andare via, di vivere da un’altra parte il tempo che mi è dato in sorte, di vivere in un altro modo il tempo che mi è dato in sorte.

Lui, oggi, dopo tutto questo, dopo tutti questi anni, è ancora riuscito a pescare la carta vincente in questa infinita partita a carte in cui io ho sempre la mano peggiore.
E io, ancora dopo tutti questi anni, non ho il coraggio la forza e il disinteresse per rovesciare il tavolo.

POLITICA

Quando guardi Otto e mezzo, e ascolti Cossiga che fa parte della vecchia politica impresentabile che ha governato il paese per almeno quarant’anni, e pensi che è un tizio che non ha lavorato davvero nemmeno un giorno della sua vita, e nonostante questo ti rendi conto che è più dignitoso, che è più intelligente, che è più presentabile dei "nuovi" politici che ci sono ora in giro, allora, e solo allora, capisci il baratro politico in cui sguazza il tuo paese.

La Svezia, ragazzi.
La Svezia: possibile che non trovi un modo per divenir svedese?

OROLOGIO BIOLOGICO

Io non voglio figli.
Quando lo dico la gente di solito mi guarda e sbarra gli occhi, perché ritiene che non sia normale.

Una serie di loro, poi, aggiunge "vedrai quando scatta l’orologio biologico"…

Dunque.
Io non credo all’orologio biologico.
La cosa più simile che io abbia mai provato all’orologio biologico l’ho provata intorno ai 22 anni: avrei voluto un figlio più di ogni altra cosa; andavo a casa di amici più grandi che ne avevano e restavo incantata da quelle mani, da quei piedi, da quegli sguardi stupiti.

Poi basta.

Oggi le mie amiche rimangono incinte e partoriscono a raffica, una via l’altra.
Improvvisamente non ho nessuno con cui andare al cinema, perché con i bambini piccoli non si può uscire; nessuno con cui parlare di cose che non siano cacche e pappe, perchè sono tutte prese dal loro ruolo fondamentale di continuatrici della specie.
Insomma, una bella seccatura.

Allora, penso io, più che di orologio biologico si dovrebbe parlare di pressione sociale.
Che ti fa sentire diversa; che ti fa sentire guardata in modo diverso; che ti fa sentire la disapprovazione di un mondo che ci vuole tutti uguali, con gli stessi desideri, tutti controllabili.
Sento i discorsi di chi dice "senza figli la vita che senso ha", e mi chiedo perché questo discorso non lo capisco, perché credo che la vita abbia senso a prescindere dai figli che uno mette al mondo.
Non capisco perché chi la pensa come me è una minoranza, nonostante abbia delle motivazioni valide.

Non capisco.
Ma so di per certo che non si deve fare un bambino per adeguarsi al mondo che ci circonda.

IL GATTOPARDO

Fiinesettimana lungo e pesante.
Battesimo di un bambino che mi è indifferente ma che non è affatto indifferente alla mia famiglia, padre depresso, parenti impiccioni.
Tutto come al solito.

Mi guardano e non mi vedono.
Per questo non vedono i segni delle pene che porto.

Il balsamo, come spesso accade, è stato un libro.
La seconda lettura del Gattopardo, a essere precisi.

In cui ho trovato don Fabrizio, dopo anni, e mi sono resa conto che la prima volta, a diciannove anni, me ne ero innamorata come ci si può innamorare del personaggio di un libro, e che a 33 anni ne ho incontrato una versione vivente, manie, pensieri e passioni comprese, e mi sono innamorata concretamente dell’incarnazione di lui.

E non era la prima volta che mi innamoravo di un uomo che sembra uscito da un libro.
E non credo sia la cosa pià stupida che si possa fare.

L’ULTIMO BACIO

Il nostro primo bacio.

Tu con la schiena contro la cucina, che mi attiri e io che faccio resistenza.
Ti metto le mani sul petto, che non sono sicura di volerti baciare davvero.
Poi la tue labbra, e la scossa che mi prende, giù giù, fino ai piedi.

Di noi non riesco a ricordare l’ultimo.
Ti ho dato un ultimo bacio e non lo sapevo, che fosse l’ultimo.
E non ci ho messo quello che ci avrei messo, sapendolo, che era l’ultimo.
Non ci ho messo l’attenzione che ogni bacio merita, soprattutto se va ricordato.

Eravamo a fianco della mia auto, ed era mattina.
Pensavo di rivederti presto.
Ero scorbutica, come sempre quando partivi.
Arrabbiata, anche; per qualcosa che non c’era stato e che avrei voluto ci fosse.
Per qualcosa che volevo e che non avevo coraggio né di chiedere, né di prendere, né di dare.

Ti ho baciato probabilmente pensando già al bacio successivo, che sarebbe stato pieno perchè sarebbe stato il primo di molti baci, il primo di qualche giorno.
Odio i baci d’addio e amo quelli d’arrivo.

Così ti ho baciato per l’ultima volta e non mi ricordo nulla tranne che era per strada.
Così ti ho amato per l’ultima volta, senza saperlo.

(La cosa che più mi fa male è che non rieso a dimenticarti, non riesco a smettere di pensare a te, non riesco a fare a meno di te. Continuo a parlare con te, nei miei pensieri. Ogni giorno. E ti ho perso.)

SCHIAFFI
(morali)

Nel mio essere ironicamente montessoriana sono fermamente convinta che un bel ceffone ogni tanto è più educativo di mille parole.
Ma, essendo io fedele servitrice dello stato ed educatrice, e non potendo usufruire di questa possibilità, mi accontento di quelli morali, di schiaffi.

Talvolta ne do, e sento che sono arrivati a segno.
E’ quando un ragazzo improvvisamente cambia atteggiamento: tu hai detto qualcosa che l’ha colpito, ha riflettuto, è cambiato.
Una specie di domino morale.

Anche con gli schiaffi morali, però, bisogna usar cautela.
Mi spiegavano, anni fa, che bisogna fare attenzione e usar sempre l’ironia e mai il sarcasmo.
Per mille motivi, ma uno mi è rimasto impresso, e qui lo cito: sarcasmo è l’anagramma di massacro.

Quindi al bando il sarcasmo, il più possibile.
Possibilmente, anzi, al bando sempre.

Il perché è presto detto.
Non sono bastate decine di migliaia di parole per mettermi al mio posto, ma è bastato un sms di appena 160 caratteri per farmi sentire, con tutta la sua forza, lo schiaffo morale di montessoriana memoria.

E sono finita in piccoli pezzetti, tutti da raccogliere per vederne che cosa farci.

In ogni caso, io che sono grandicella ormai credo di riuscire a superarlo, il ceffone.
In ogni caso ii sarcasmo, che pure mi fa male, non è così antieducativo, soprattutto se pensiamo ai miei over 35.
In ogni caso, questo è per te.
Grazie.

PICCOLE COSE, SONETTI

Ci sono cose che è bello rivivere.
Che è bello annusare di nuovo.
Che è bello ricordare.

Anche se poi non dura, e passa, ed è anche quasi un’illusione.

Insomma: una cosa bella.
E basta.

MENZOGNA E SORTILEGIO

Mi capita, talvolta, di fare una cosa strana.

Io sono una persona pessima – o comunque, lo sono stata per così tanto tempo, per così tanti anni che fatico a riconoscere nel mio sguardo la mattina che probabilmente non lo sono più – egoista egocentrica mentitrice e un po’ strega.

Strega come si può essere streghe oggi, eh? mica si parla di pozioni o scope volanti, si parla di intuito.
A volte a scuola un alunno mi dice una cosa e io so che è falsa; la sento, quella falsità, sotto la pelle.
La sento perchè sento quel tono di voce, vedo quello sguardo obliquo, sento cambiare l’energia di quella persona.
E’ un’energia che conosco bene, che ho emanato spesso; ne sento l’odore, lo riconosco.

E’ così che becco i ragazzi a copiare, o quando mi chiedono di andare in bagno e invece vanno al bar, o dalla fidanzata al piano di sotto.
Perché l’ho fatto, e so come si fa.

Ora, mi capita, da un tot di tempo a questa parte, di avere a che fare con una persona che mi ha fatto conoscere quello che ho definito, in altro post, l’egoismo perfetto.
Una persona, di sesso maschile; a cui voglio anche molto bene, sia chiaro; non poco: molto.
Persona che, per altro, ha la fama di altruista: perché non va mai a cena da amici a mani vuote; perchè si fa in quattro per organizzare gite con gli amici; perchè ha l’etichetta di persona splendida-generosa-buona-sincera.

Ecco.
Ogni tanto accade che io – egoista egocentrica narcisista e piuttosto antipatica – veda azioni apparentemente meravigliose compiute dal soggetto qui sopra e senta quell’odore.
Odore di egoismo, odore di ricavo.
E’ una cosa che non si può dire, questa; non si può denunciare; soprattutto non la posso dire e denunciare io, perché non ho il pedigree che ha lui.
Ma l’odore è lì, inconfondibile.
E lo conosco, perchè è stato tante e troppe volte il mio odore, per troppo tempo.

Non si può dimenticare di essere stati cattivi.
Soprattutto quando lo si paga ogni giorno, di essere stati cattivi.

Tutto questo, alla fine, per dire che io non mi permetto – non mi permetto più, e non ho intenzione di farlo mai più – di giudicare.
Perchè ognuno compie le azioni che compie per le sue motivazioni; e i motivi di ognuno sono più che validi, per ognuno.
Non giudico, di sicuro.
Ma sento.
E cerco di essere intellettualmente onesta, e non nego di sentire e vedere quello che vedo e sento.
Cerco di non aggiungere giudizi, cerco di mantenermi imparziale, ma nessuno può impedirmi di riconoscere una verità quando la incontro per quanto questa verità sia spiacevole.
Nemmeno l’affetto più profondo, nemmeno l’amore più sincero può impedirmi di farlo.

"Sentire" e "vedere": me lo dicevano che più che un dono sono una maledizione.

BUONI CONSIGLI E CATTIVI ESEMPI


Si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivi esempi

Mi identifico facilmente con la vecchia del paese di cui parla De Andrè, oggi.
Ho dato fantastici buoni consigli, ho detto parole sagge, ho pronunciato massime di saggezza indiscutibile.

Eppure non so fare mai ciò che consiglio.

Ma, soprattutto, è troppo tempo, davvero troppo, che non ho la possibilità di sbagliare in grande, come si fa quando si è vivi davvero.

NON C’E’ POSTA PER TE

Forse è arrivata l’ora di prendere il mio archivio di posta elettronica e gettarlo.
E perdere quelle parole, quelle immagini, per sempre.

Forse è ora di cancellare tutto; prima che tutto cancelli me.