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Mese: novembre, 2009

TORINO E DINTORNI

Se la guardo attraverso gli occhi di uno di Milano, come oggi, Torino mi sembra bellissima.
La vedo, con le sue lucine già accese alle cinque, che viene buio presto; con i suo alberi, i suoi parchi che anche spogli danno l’idea del rigoglioso.

La mia vita.
Se la guardo con gli occhi di uno che ha provato a uccidersi, e più di una volta, mi sembra meravigliosa.
Con tutti i suoi difetti, con tutta l’invidia per chi è diverso da me, con tutta l’invidia per chi ha cose che io non ho.

Una mensola, stamattina; una mensola mi ha fatto ammettere la mia invidia.
A volte basta una mensola con trucchi e la schiuma da barba a fianco per farmi sentire un grumo nello stomaco che non scende.
Una cosa quasi come se volessi davvero condividere una mensola del bagno con qualcuno.

Poi, la cupola.
La cupola, sì, è stata un colpo basso.
Mi ha ricordato quando avevo un vestito rosso e toccavo il cielo.

Il fatto – quello resta immutabile – è che non indosso più vestiti rossi.

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ENERGIA

Ho un’energia così sottile in questi giorni che ho paura che il vento la porti via con un soffio.
Il tempo non scorre, ma balza; un attimo è primo pomeriggio, ma subito dopo è sera, e io non ho combinato nulla in mezzo.

Ho cose da combinare, molte; ma avrei voglia di un nulla caldo sotto una copertina, una carezza silenziosa.

Un sogno condiviso.
Cose così.

IL NON ELOGIO DELLA NORMALITA’

Il fatto è che non credo che sia un pregio essere normali.
Il fatto è che credo che dopo una settimana passata a correre qua e là, a essere puntuale al lavoro, inappuntabile con i miei allievi (o almeno, più inappuntabile che riesco), disponibile con gli amici, attenta alle esigenze di chi mi sta intorno, ecco, io ho bisogno di pace.

Ho bisogno che non ci sia una regola che mi vuole in piedi alle 9 e a pranzo alle 12 e 30.
E soprattutto ho bisogno che non ci sia una regola che si debba cucinare e mangiare a orari stabiliti ogni giorno.
Mi piace godermela, ecco.
Alzarmi con calma, ascoltare la radio, fare colazione in pigiama, fare un doccia lunga, e poi con calma decidere se cucinare o andare a pranzo fuori, che sei seduta e c’è qualcuno che ti serve e ti riverisce.
Insomma, coccole.

Per non parlare poi di ritirare la biancheria appena asciutta, ripiegarla e metterla a posto un secondo e mezzo dopo che viene ritirata; caricare la lavastoviglie con ancora la frutta da finire.
Cose così.

Trovo che una vita così – una vita in cui ci si fa il culo durante la settimana a lavorare e durante il finesettimana a casa – sia una vita da schiavi.
E a me non piace.

Io non sono normale.
E mi piace non esserlo.
Anche se – ho capito – questo significa che rimarrò solissima, praticamente per sempre.

CALENDARIO

Cara mamma,
è da venerdì che mi sento strana.
Prima ho dato la colpa al ciclo, poi alla lontananza, poi mi sono immalinconita pensando a tutti gli amori perduti per strada, sempre per colpa mia.
Ho fatto acquisti compulsivi per cercare di riempire un vuoto strano e profondo che sentivo tra il cuore e lo stomaco, e che non aveva ragione d’esserci.
Ho provato a litigare con tutti quelli che mi sono capitati a tiro; ho cercato di evitare tuo marito, perché ha davvero un pessimo carattere.
Ho anche fatto le pulizie, quelle fatte per bene.
E ho buttato due borsate di cose che non volevo più vedermi intorno.

Soltanto ieri sera, ed era quasi mezzanotte, mentre vagavo per la casa senza darmi spiegazione per il mio stato d’animo e per l’ansia e il dolore e la tristezza che sentivo dentro, ho dato una veloce occhiata al calendario.

Allora ho visto che oggi è il 16 novembre.
E che te ne sei andata 13 lunghissimi anni fa.

Cara mamma,
volevo dirtelo che a volte sto male, e che a volte mi manchi ancora tantissimo, fino a farmi venire le lacrime agli occhi.
Ma volevo anche dirti che la maggior parte delle giornate sto bene; e che talvolta sono felice.
So che sarai contenta di saperlo.

BELLEZZA, MEZZA RICCHEZZA

Elencavo, ieri, le spese necessarie per traformarmi da come sarei naturalmente (non brutta, magari, ma certamente non bella) a come sono tutti i giorni.

E parlavo di quanto mi costa andare in palestra, dal momento che non sono un’acciuga.
E le scarpe con i tacchi, dal momento che non sono esattamente alta.
Queste due caratteristiche, poi, condizionano moltissime altre spese: pantaloni, gonne, cappotti, borse: tutto deve essere scelto con cura per farmi sembrare un pelino più alta e possibilmente un bel po’ più magra.

I capelli, precocemente bianchi, vanno curati, almeno una volta al mese, ma meglio una ogni tre settimane.
Non parliamo dell’estetista, che se Dio mi ha dato in dono molti capelli bianchi ha provveduto a far sì che tutto il resto che assomiglia a capello sparso sul mio corpo sia rigorosamente nerissimo, e folto.

Poi si passa a occhiali e lenti a contatto, che sono miope come una talpa.

In questo momento non mi viene in mente altro, ma sono sicura che riflettendoci posso trovare altre voci di spesa finalizzate a trasformarmi da quello che sarei a quello che sono.
E non mi attardo sugli acquisti sbagliati, o sui cambi di peso che sono una tragedia economica.

Insomma.
La bellezza è un dono: e chi pensa che non contribuisca fortemente alla felicità, be’, si sbaglia di grosso.

TEATRO

Stamattina, nonostante fossero molti più di mille e fossero tutti studenti, sono riuscita a ritagliarmi un angolino, e a godermi lo spettacolo.
Sei attori con costumi bellissimi e una scenografia minimale hanno preso per mano noi tutti e ci hanno portato nella Firenze del ‘500, facendoci ridere, nonostante la difficoltà nel capire le battute, recitate in una lingua bella ma ormai perduta.

Hanno motteggiato, fatto gesti, saltato di là di qua sul palco.

Una meraviglia senza paragone.

Credo che fosse pure venuto un terremoto nessuno mi avrebbe convinto dellla necessità di uscire, tanta è la magia, l’attrazione, l’emozione che una buona compagnia di attori sa creare.
Il tempo si ferma.
Il pubblico non si muove.
Un mondo parallelo rivive, in pochi metri, più vero e più bello del mondo fuori, inutilmente grande, inutilmente affollato, inutilmente brutto, dove le grida non sono finte, dove i gesti sono spesso volgari, dove trovare il comico è pressoché impossibile.

Certo, vorrei far l’attrice.

LA RETE

Navigo, in questi giorni, su blog che non ho mai letto.
Lo faccio principalmente perchè i miei blog abituali sono chiusi, oppure vengono aggiornati ogni due mesi, e non è così divertente.

La cosa che più mi stupisce è che a ogni blog fa capo un gruppo di commentatori, che sono sempre gli stessi, e che si commentano tra loro.
Di questi, poi, una buona parte si conosce di persona; non è chiaro se si conosce prima di persona e poi scrive un blog o prima scrive un blog e poi conosce i propri visitatori, ma non è questo il punto.

Il punto, credo, è che anche nell’infinità virtuale della rete non ci piace essere poi così "infiniti".
Esattamente come quando entra nel gruppo di amici una persona nuova e tutti la guardano con aria sospettosa tipo "chi è ? che ci fa qui? guarda come se la tira! ecco adesso chissà che cosa succede, niente sarà più come prima" anche in rete si fanno piccoli gruppi; e ristretti, anche.
E all’interno dei piccoli gruppi si parla per codici per non farsi capire dagli altri.
E si condividono segreti.
E nascono invidie e gelosie.
E difficilmente si entra in un gruppo virtuale, esattamente come accade nei gruppi reali.

Alla fine questo conferma la mia opinione sulle persone, che sono così abitudinarie e poco propense all’avventura che scelgono sempre lo stesso posto dove sedersi fosse pure sull’autobus, e che sono così diffidenti da non dare confidenza nemmeno da lontano.

Strana, la gente.
Stranissima quella che scrive un blog e lo rende pubblico, e poi lo tratta come fosse una confidenza fatta all’orecchio di qualcuno.

ROVESCIARE IL TAVOLO

Anni fa, per non dover essere una di quelle madri che un giorno devono raccontare ai figli di non avere avuto il coraggio di rovesciare un tavolo per cambiare vita, decisi che era ora di smettere di essere una donna sposata.

Oggi, che non ho figli a cui raccontare nulla, e che non ne desidero per raccontare loro una cosa simile in futuro, ho ancora quella voglia sotto pelle di rovesciare il tavolo.

E ricominciare.

COLPI DI TESTA

Sono ancora capace di fare follie.