lacasadelsole

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Mese: dicembre, 2009

PRESERVARSI

Da più parti mi sento raccomandare di preservarmi, di non farmi trascinare dalla negatività che mio malgrado mi circonda, di non scendere quella china che già una volta ho sceso e che – ben so – non porta nulla di buono.

Il fatto è che è difficile.
Per i sensi di colpa, per l’affetto che provo, per il mio bisogno di primeggiare.
Per un sacco di cose.
Anche per paura, perché lui è l’unica radice che mi rimane, l’unica che riconosco.

Certo, vedendo come mi consumo e mi angoscio, mi rendo conto che è ricorrente in me questo comportamento.
Nel lavoro, dove mi spendo al 200 per cento; in amore, dove non so mai dire basta.

Guardo indietro e non mi stupisco di quello che sono stata capace di dire e di fare per amore.

RIFUGI

Vorrei una coperta calda, una persona da abbracciare.
Chiudere gli occhi.

E, quando li riapro, che tutto sia andato a posto.

Amo sognare soluzioni impossibili.

2009

Anche quest’anno bilancio.
Nel corso di questo 2009 ho imparato:

1) Che bisogna fidarsi delle pillole quando stai male, perchè ti fanno stare meglio, almeno fino a un certo punto. Che poi, quando gli effetti collaterali sono superiori agli effetti benefici, è ora di smettere di prenderle. E si può smettere, eccome.
2) Che perder dieci chili a 36 anni non è facile, ma insomma, ci si lavora; e che la ciccia soda dei muscoli è molto meglio della ciccia molle dell’ozio, ed è per questo che vale la pena far fatica.
3) Che amare il proprio lavoro è bellissimo, ma che non deve diventare una monomania, o altrimenti si rischia di non riuscire a lasciarlo mai, e questo è un problema.
4) Che il buddismo funziona, oh se funziona!
Francamente funziona anche quando non sarebbe il caso.
5) Che mi piace andare in montagna, che mi piace passare il tempo con persone serene, quasi prive di inconscio, perchè ne ho io a sufficienza per tutti, di inconscio.
6) Che leggere continua ad essere il mio passatempo preferito.
7) Che il mio cuore rimane aperto per le persone che ho amato, e non c’è verso di chiuderle fuori, se non dalla mia vita, almeno dai miei pensieri.
8) Che prendere le distanze aiuta.
9) Che la depressione è una malattia: brutta quando ce l’hai tu, orribile quando ce l’hanno persone che ti stanno a cuore.
10) Che mi fanno schifo le famiglie tradizionali, perchè ficcano spesso il naso, e altrettanto spesso non fanno niente altro di positivo.
11) Che i treni costano un sacco.
12) Che mi sentivo bellissima quando stavo con te, perché ero bellissima. Che mi manca la poesia dell’attesa, del viaggio; che mi manca il pathos, proprio ora che forse sarei più brava a viverlo, il pathos.
13) Che mi piace innamorarmi; e non essere innamorata mi disturba.
14) Che ti voglio ancora.
15) Che c’è un momento adatto per andarsene, ma la maggior parte di noi non lo riconosce, e si trascina in una vita inutile ben dopo che questa esistenza possa ancora essere definita "vita".

Per il 2010 mi auguro cose belle, e sorridenti.
Candele accese, risate con gli amici, e un viaggio.
E l’amore, sempre.

PADRI

Devo aver visto un sacco di cattiva televisione da piccola, la famiglia Bradford, La casa nella prateria e cose così, perchè nel mio immaginario un padre è uno che si prende cura.

Due spalle forti che ti sostengono quando soffri.
Una persona che porta sulle spalle i propri figli; che gioca con loro.
Che gli insegna delle cose.
Che guarda con fierezza i propri figli, e con malcelata gelosia le proprie figlie.
Che sa riparare una lampada, che sa cambiare una ruota a terra o sostituire il filtro di un lavandino.

Cose così, un po’ pubblicitarie, ma che funzionano.

Io non ricordo che mio padre abbia mai giocato con me; anzi, no.
Giocava con me a carte e non mi faceva mai vincere.
Accompagnavamo insieme mia nonna a casa, la domenica sera, e mi spiegò cos’era l’inflazione e a che cosa serviva il petrolio: avrò avuto sei anni o giù di lì.
Forse sette.

Quando avevo otto anni si ammalò di una malattia senza nome – che ho scoperto dopo chiamarsi prostatite – che lo tenne a letto per mesi.
A letto, incazzato con la febbre a quaranta e un’infezione che sembrava indebellabile per mesi.
Alla mia prima comunione era uno straccio, infatti non voleva venire: in realtà venne, ma si tenne vicino alla porta per uscire casomai gli fosse venuto male.
Io ero una bambina di otto anni piena di tic nervosi e tutti si chiedevano perchè.

Da lì in poi non ho ricordi veri di mio padre, scomparso nel suo ufficio, immerso nel suo lavoro, quasi mai a casa.
E comunque quand’era a casa non parlava perché era arrabbiato.
Sempre, sottolineo.

Mio padre è ricomparso che avevo sedici anni, una domenica che ebbe un infarto.
Ce lo restituirono che era un rottame da aggiustare, sia dentro che fuori.
Venne operato e si riprese alla grande, e riscomparve nel suo lavoro.
Nei mesi di convalescenza mi parlava, dicendomi che la sua vita era finita e che sarebbe stato meglio per lui essere morto; io lo accompagnavo ai giardini e facevo battute umoristiche.

Poi si è ammalata mia madre, e mio padre lavorava, sempre.
Quando è morta mio padre ha scoperto di essere debole fragile e indifeso e che io ero la spalla su cui piangere.
E facevo battute umoristiche.

Tralascio altri particolari, ma se guardo il disegno ne emerge una storia in cui lui è sempre stato il debole da proteggere; io faccio aggiustare la sua lavatrice, lui non mi ha mai portato l’automobile a riparare.
Io gli prendo gli appuntamenti dai medici, lui ha scoperto che avevo cambiato casa sei mesi dopo che l’avevo fatto, ed era il mio dirimpettaio, non è che abitassi a Capo Horn.

Oggi lui è fragile e malato, e io ammetto candidamente che non posso fare nulla per lui.
E mi trattengo dal fare battute umoristiche.

Perché, se guardo bene, io non ho mai avuto davvero un padre, e questo, profondamente, mi addolora.

RETI

Le reti funzionano così: che se sta male uno stanno male tutti.

Così, se qualcuno è triste, sulla sua rete saranno tristi tutti, senza un perché.
Un brutto sentire.

Ma se qualcuno è felice tutti si sentiranno meglio, senza un perché, ma meglio.
Un bel sentire.

Insomma, sono alle prese con una persona che sta male, e che, coincidenza vuole, è sul nodo più stretto della rete, essendo mio padre e non il mio vicino di casa.
E sono prosciugata anche io da questo stare male, perché lui, come fanno tutti quelli che stanno affogando, fa il suo sporco lavoro: prova ad affogare anche me.

Io mi tengo più lontana che posso, ma non è abbastanza lontano.
Io mi tengo più fredda che posso, ma non potrò mai essere abbastanza fredda.
Io vorrei fregarmene, ma non sono abbastanza cattiva.
E vorrei fare qualcosa di meglio, ma non sono abbastanza buona.
E forse nemmeno abbastanza brava.

E forse non c’è niente da fare, perché deve aiutarsi da sè, e se non ci riesce allora Darwin deve fare il suo corso.

Ma in sere come queste mi manca mia madre, che la sera che le diagnosticarono il cancro io e lei mangiammo una pizza alla marinara, e che prima che morisse abbiamo riso tanto, più di sempre.
Mi manca perché anche se nemmeno lei potrebbe fare nulla, sicuramente alzerebbe gli occhi al cielo dietro le spalle di suo marito depresso, e mi guarderebbe con quello sguardo furbo che sostanzialmente significa che palle.

E per un attimo mi sembrerebbe tutto facile.

COMUNQUE

Anche se so che è il ciclo della vita – primavera estate autunno inverno e di nuovo primavera – e che niente si crea e niente si distrugge ma tutto si trasforma, e che la vita è ovunque e tutte queste inezie,


detesto quando muoiono le piante.

COMPLOTTI

Ieri sera sono uscita con la santa intenzione di sbronzarmi per la prima volta in vita mia e di ballare sui tavoli a una festa per i quarant’anni di una quasi-amica.

Poi sono arrivata, e c’era ogni sorta di ben di Dio sui tavoli del buffet.
Così, in attesa di mettere in atto il programma "nessun pensiero-nessun dolore", mi sono buttata a capofitto su salumi e formaggi vari con salse a piacere.

Il risultato è stato che invece di sbronzarmi e ballare fino a svenire mi è venuta una nausea da urlo.
E così ho anche scoperto la nuova equazione: "molto dolore-nessun pensiero", che, anche se meno piacevolmente, ha messo in atto il programma della serata: distrazione, distrazione, distrazione.

Poco fa mi sono trovata fuori in tuta a meno otto gradi con un phon per scongelare i tubi della caldaia, con un sorriso serafico e illuminato sulle labbra, per non far venire il panico a mio padre, che di fronte a ogni microscopico inconveniente in queste settimane si trasforma in un puzzle da 2000 pezzi.
Il metodo ha funzionato, e io fingendomi serafica lo sono diventata, serafica.

In ogni caso, devo smettere di curare le ferite da mina anti-uomo con dei cerotti Salvelox: non funziona, semplicemente.

PIOVE SUL BAGNATO

In linea generale se ti aspetti cose brutte quelle verranno a bussare alla tua porta, mentre se guardi la vita sorridendo allora facilmente tutte le persone e le opporunità migliori dell’esistenza faranno a gara per diventar reali nella tua realtà personale.

Lo diceva anche Gesù nei Vangeli, che non mi pare una fonte da sottovalutare: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quel poco che ha.

Vogliamo stare a disquisire con Gesù?
Non mi pare proprio il caso.

In ogni caso quando i pianeti si allineano storti c’è poco da fare, tranne che tenere duro e aspettare, magari, riuscendoci cercando di iintravedere soluzioni positive all’orizzonte invece di chiudersi in casa a pensare che il mondo sta finendo e non se ne parla più.

Questo provavo a spiegare oggi, di fronte alla Grande Emergenza Familiare.
E tutti zitti ad ascoltarmi, eh?, mica poco.
Solo che poi mi guardano e mi chiedono: che cosa dobbiamo fare?

E che ne so io?
Son buddista, mica il mago Silvan…

(come aggiunta a quanto detto sopra, può naturalmente accadere che tu ti aspetti cose bellissime e invece ti arrivino mazzate’n capo: di solito in questo caso, però, la negatività è causata dell’influenza di una variabile impazzita denominata familiarmente "stronzo"…)

RIPARAZIONI

Cancellare un gesto, una parola, una lettera è molto diverso dal non averlo mai fatto, non averla mia pronunciata, non averla mai scritta.

Si può sempre riparare, ma non si può fare come se non fosse accaduto.

Io, nel dubbio, ballo.

SONIA

Per te mi sono anche inventata una Sonia.

Nel senso che mi sono inventata questa storia, che tu avresti potuto avere con una Sonia qualunque.
Poi, qualunque per modo di dire.

Sonia era belloccia, e giovanerrima.
Ventinove anni o giù di lì; attrice.
Capelli castano chiari, con qualche riccioletto biondo; gli occhi verdi da bambina, enormi.
Sonia ti guardava con ammirazione e amore sconfinati, che sentiva di essere arrivata a casa, un posto caldo, illuminato bene.
Tu, invece, la guardavi con il tuo sguardo carezzevole che ogni donna interpreta a modo suo, ma che più o meno suona sempre come "non avrei mai più pensato che sarebbe arrivata di nuovo una cosa così nella mia vita; il cuore ha ripreso a battere, e mi innamoro di nuovo, grazie a te che lo rendi possibile".
Uno sguardo irresistibile, si capisce.

Sonia, nella mia testa, è stata la tua storia ideale, di quest’estate.
E’ stata la storia che ho sperato per te, dal momento che ti ho fatto anche male, e avevi bisogno di una storia nuova, giovane, bella e semplice.

Non ho mai immaginato come potesse finire questa storia inventata.
Forse ho pensato che potesse durare per sempre.

Insomma, per dirti: ho sperato per te cose belle, bellissime.
E le spero ancora.