di Calexandrìs

SCIOCCHEZZE

Ci pensavo oggi, mentre in macchina tornavo da scuola, o forse ci andavo.

Il mio inverno è stato cadenzato da malattie, sospettate e reali, non ultima la depressione di mio padre.
Depressione che mi ha portato alla terapia, che sta dando buoni frutti, perchè poi il male non vien per nuocere, e si sa.

Però, dopo che ho visto il genitore ieri sera, qualcosa di amarezza mi è rimasta dentro.

E oggi pensavo a che cosa fosse questo pezzetto aguzzo che mi mordeva il cuore.

Certo è il fatto che lui – come avevo giustamente profetizzato, per altro, niente di inaspettato – ha archiviato la morte del mio/suo gatto con un "da quando non c'è più, la casa è molto più pulita", mentre io entro in quella casa e mi aspetto tutti i momenti che il micio esca fuori per carezzargli il pelo soffice.

Ma, di più, molto di più, il fatto che ieri, in uno slancio affettivo assolutamente irrazionale e irragionevole mi è venuta voglia di abbracciarlo, mio padre.
E lui si è scansato.

Lui, si sappia, è refrattario a ogni contatto fisico affettivo, perchè si imbarazza.
Ma quando stava male, quando era profondamente depresso, quando aveva deciso che si sarebbe lasciato morire e tutto il resto del mondo avrebbe potuto andare a farsi fottere, allora sì che mi abbracciava, anzi, si faceva abbracciare.

Sciocchezze, certo.
Infatti non è che sono triste o chissà che.
Ma mi è rimasto questo brutto gusto addosso: il gusto di essere figlia di una brutta persona.

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