di Calexandrìs

LA SAGGEZZA DEI 37

A diciassette anni sapevo tutto.
I miei compagni di classe mi stavano cordialmente sulle palle: odiavo il loro modo di non prendere sul serio le cose (io, invece, mannaggia a me, mi sono sempre presa molto sul serio e ho sempre preso tutto molto sul serio) e il loro modo di vivere da furbetti.
Ero, a modo mio, un'asociale.
Non contava che fossi anche integratissima a scuola, no.
Contava che vivevo tra due mondi, e lo capivo: da una parte il "giusto" e dall'altra quello che facevano tutti.
Sceglievo il "giusto" o quello che credevo fosse tale, ma mi sarebbe piaciuto essere dall'altra parte.
Magari senza sentirmi in colpa.

A ventisette anni sapevo più di tutto.
Gridavo ad alta voce la mia verità, e non sapevo scendere a compromessi.
Non ascoltavo i buoni consigli di chi mi stava vicino, e non sapevo nemmeno trarre insegnamento dai cattivi esempi.
Credevo di avere una strada sola e che fosse l'unica possibile.
Ci credevo.
E odiavo, di un odio folle e irrazionale, tutti quelli che non vivevano come me.

A trentasette anni non so più nulla.
Sono ancora abituata a dare etichette, certo, ma ho imparato a cambiarle, continuamente.
Vedo dietro le persone che alzano la voce per affermare le loro idee grande insicurezza, e in chi si comporta male grande infelicità.
Non mi permetto di giudicare i ragazzi, e raramente lo faccio con gli adulti.
Ognuno – di solito – fa ciò che può.

Invecchiare non è così male, no?

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