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Mese: dicembre, 2011

Mese per mese (da un’idea della Plett)

A gennaio occorreva prendere una decisione, e una casa.
La decisione non è stata nemmeno discussa, tanto se ne era già parlato, almanaccato, sognato.
La casa, come sempre quando le cose devono riuscire, ci è arrivata per caso, catapultata nel miglior posto possibile,visto con il senno del poi.

A febbraio ho messo il mio nome, dopo 10 anni, sullo stesso foglio famiglia di un uomo.
Il festeggiamento della sera al motto “siamo una famiglia” si è smorzato subito al pensiero “siamo una famiglia”, che è una delle cose che più mi fa paura.

Marzo ha avuto senso per il 21, che non è stato solo il primo giorno di primavera, ma, soprattutto, la scadenza di una domanda di trasferimento, consegnata tremebonda, litigando con il sistema informatico del MIUR, che è una follia.
Tra le scuole messe – tutte a caso, al terzo tentativo di inserimento – una suggerita da una donnina a Moroso mentre le riparava la lavatrice: “dica alla sua fidanzata di metterla in lista, che ci si sta bene”.
Io, che credo ai segni, l’ho messa nonostante la lontananza, la scomodità e la pessima fama.

Aprile è stato il mese dei millemila chilometri a settimana, su e giù dal treno, leggendo poco a causa dell’Iphone, e spendendo tantissimi soldi.

Maggio è stato il mese in cui ho festeggiato 7 volte il mio compleanno, in cui i chilometri si sono moltiplicati, in cui mi hanno rubato portafoglio e documenti, apposta per doverli rifare nella nuova città.
Testardamente orientata a credere nei segni, ho pensato fosse un indizio di concessione del trasferimento, d’altra parte preannunciato da Paolo Fox una settimana sì e l’altra anche.

Giugno è stato il mese del teatro, in cui ho amato ogni singolo istante di ogni singola prova.
In cui mi sono crogiolata alla luci del palco, in cui ho capito che avrei avuto una strada bellissima davanti – a scoprirlo dieci anni prima.
Giugno è stato il mese della scoperta del mio amore per una bambina piccola e malata, e dell’annuncio dell’ennesima gravidanza di una ennesima amica, che mi ha convinto che dovevo scappare davvero, da Torino.

Luglio è stato il mese di una maturità folle, di un flirt iniziato e non finito, e di un annuncio che mi ha fatto quasi svenire in segreteria, a scuola: ero trasferita, proprio nella scuola indicata dalla signora della lavatrice.
Luglio sono state le scatole che non finivano mai.
Sono state i pranzi le cene le uscite con tutti gli amici che mi venivano in mente, perché “poi parto e non li vedo più”.

Agosto è stato il mese del trasloco e del sonno.
Dei chili di troppo.
Dell’inizio della consapevolezza di quello che avevo fatto.
Delle risate, tante.
Delle paure, molte.

Settembre è stato un delirio di chilometri, e organizzazione, e di sistemare la casa, e svuotare le scatole, e imparare le strade, e la scuola nuova – brutta, davvero –  e provare a scoprire come si fa ad avere amici nuovi, che non è facile, ma si può, giuro.
Il mese della gioia, alternata a lacrime disperate, in cui mi mancava la mia città, come se fossi orfana.

Ottobre è stato un’altalena di sentimenti.
Le prime abitudini, i primi litigi, le prime tensioni.
Il “è normale, all’inizio”, lo scoprire persone nuove, essere curiosa di quello che succede, pensare di aver fatto bene.

Novembre è stato – come ogni novembre, per altro – un mese difficilissimo, di presa di coscienza delle conseguenze di quello che avevo fatto, delle prime amicizie al lavoro, dei primi risultati positivi, delle prime cose che non vanno, e mi pare non ci sia molto da fare.
Un mese di chiacchiere via skype, di curiosità per capire come si fa a riniziare eppure a rimanere sempre uguale, ancora.

Dicembre è stato il punto più basso, fino a un regalo.
Un regalo a scatola chiusa che ho avuto il coraggio di andare ad aprire e ci ho trovato dentro cose che non immaginavo, che mi piacciono, che mi terrorizzano.
Dicembre è il mese dell’adolescenza, dei pensieri proibiti, dei progetti assurdi, che si sa che non andranno a buon fine, ma che mi danno la voglia di alzarmi presto la mattina, che è una gran cosa.
Dicembre è il mese delle prese di coscienza, dei bilanci, degli errori, del coraggio di guardarli.
Il mese del salto, delle risate, dei messaggi, delle ore al telefono.
Il mese del mistero che avanza, dell’Attack sul comodino, della paura e dell’emozione.
Dicembre è il mese che mi piace vivere, e che spero duri fino a gennaio, e magari oltre.

Nel 2011 ho tanto pianto, e tanto riso.
Ho cambiato tanto.
Ringrazio, davvero.

 

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Le cose che non sai

Ehi tu,

Tu che ridi con me ormai da un mese.
Tu che con me ti stupisci di quello di reciproco che abbiamo.
Tu che mi leggi la testa, mentre io ti leggo la testa.
Tu che ti chiedi come sia possibile, eppure.
Tu che sei il mio dicembre.

Io so perché.
O forse no, ma te lo racconto lo stesso.

Mi succede, ogni tanto.
Succede che qualcuno è in un angolo buio e oppresso.
Un tunnel, per dire.
Un tunnel da cui non si sa se ci sia un’uscita, e dove sia.
Non si sa mai come ci si finisce dentro, eh? Soltanto che all’inizio uno si arma di pazienza e ha le gambe piene di passi, e tira dritto; o almeno, tira dritto se è come te, o come me.
Non ci si spaventa mica per così poco, noi, vero?

Allora uno cammina; a volte si scivola, si cade; ma chissenefrega, fa parte del gioco.
Qualche volta si sbattono le ginocchia, o si prende una storta.
Ma si può procedere; magari lentamente, ma si va avanti; sempre avanti.

Poi, però, passano i giorni; la luce alle spalle è troppo lontana per vedersi ancora, e di quella davanti nemmeno l’ombra.
Le gambe sono stanche, il cuore è stanco, lo stomaco è stanco.
Non si riesce mai ad addormentarsi completamente, ma non si riesce mai a essere svegli, completamente.

Così, dopo mesi di tunnel, uno si siede un attimo a riposare; e poi non si alza più.

Io lo so, io l’ho fatto.

Per questo, riconosco i tunnel, e gli angoli bui, e i momenti impossibili.
Per questo, qualche volta, incontro persone che sono lì, sedute a riposare nel proprio tunnel.
Non sanno se andare ancora avanti; non sanno se provare a tornare indietro.

Il fatto è che, se guardi bene, non è poi così buio.
Il fatto è che, se ridi, e ridi tanto, il buio piano piano schiarisce, e ti accorgi che l’uscita non è così lontana, è solo lì, a qualche passo, nascosta.

Questo, di solito, è il momento in cui io allungo una mano, e ti racconto.
Ti racconto di cosa sia stato andare in pezzi, sedersi in un angolo e aspettare di svanire.
Ti racconto che non c’era la luce, e poi, all’improvviso, qualcosa è cambiato.
Ti racconto di come avevo in mente di scappare dall’altra parte del mondo, ma che il mondo non era abbastanza grande per contenere tutta la mia disperazione e poi ho scoperto che bastava scappare dall’altra parte di me.
Ti racconto che bastava che io prendessi una pala e scavassi una strada per accorciare il tunnel.
E che appena sopra la tua testa, se alzi la testa, c’è il sole.
E che non è finita finché non è finita.
Che ci si alza, e si zoppica fuori.
E piano piano ci prende il gusto di guardare cosa ci sia dietro un angolo, e dietro a un altro.

E allora, lentamente, a uno prende la smania di vivere.
Il cuore non è più stanco.
Le gambe non sono più stanche.
Le braccia hanno voglia di stringere, i piedi di camminare, i fianchi di ballare, la lingua di baciare.
Gli occhi sono di nuovo curiosi, e cercano due occhi fratelli da incrociare.

Insomma, è la vita, di nuovo.

Una vita che fa un male boia, che ci sbuccia i gomiti e le ginocchia, che ci frantuma il cuore, che ci straccia lo stomaco, che ci fa tremare di ansia e di paura.
Una vita che è terribile e crudele, come una bestia insaziabile che ci mette davanti cose bellissime, e ci fa ingoiare quelle orribili.

Tu, sì, tu, non avere paura.
Tu non lo sai, ma sta andando tutto bene.
Tutto come deve andare.
Io ci sono, e poi, te lo giuro, imparerò ad andarmene.

Ma ora vieni qui, dammi la mano, e usciamo da qua dentro, che fa freddo.

Fotografie

La prima sono io, che mi copro gli occhi per non vedere.
Ci sono le bancarelle, la stazione, un sacco di gente, e io che non vedo niente.
Non ho il coraggio di guardare.

La seconda è un cuore che batte fortissimo, e non è il mio.
Un tremito che si scioglie in una risata a voce alta.
Il sollievo, la certezza di avere fatto la cosa giusta, che è quella sbagliata, ma che è fatta nel modo giusto, come soltanto si dovrebbero fare le cose sbagliate.

La terza foto è un semaforo che diventa rosso, e ci voleva.
E il caldo improvviso, che ci prende.

La quarta foto è una casa nel nulla, una casa che conosco senza aver mai visto.
Una casa con un odore dentro che mi piace.
Una casa con un divano azzurro.
La casa giusta per fare cose sbagliate che forse sono le cose giuste che vanno fatte ogni tanto.

La quinta foto è una foto di me, vista attraverso gli occhi di un altro.
Occhi principalmente teneri, che uno non lo direbbe, ma che fanno bene, come carezze.

La sesta foto sono lenzuola rigorosamente Ikea, che fanno casa ovunque vai, perché le abbiamo tutti.

La settima sono io che mangio con le mani, un maglione di lana per coprirmi dal freddo, e la sensazione che cielo e terra siano allineati, ancora una volta, per un magico istante che capita qualche volta nella vita; e io che ci vivo, per questi istanti perfetti.

L’ottava foto sono io che cerco di entrare negli abiti che metto tutti i giorni in questa mascherata che chiamiamo vita, e  che non è che una grossa meravigliosa recita in cui ognuno fa la sua parte, corregge i toni, si adatta al personaggio.

La nona foto sono le mani negli addii, che, si sa, sono sempre preziosi.

La decima foto sono io che cammino con passo fintamente sicuro, senza voltarmi, perché mi vanto di dirlo, che non mi guardo indietro, e quindi non lo faccio, anche quando vorrei tanto tradire i miei stupidi principi e girarmi, come una donnetta qualunque.

L’undicesima è un bar, grande, in stazione.
Sono io con un cappuccino, circondata da millemila persone, eppure solissima, in questa bolla in cui solo la gioia proibita sa mettermi.

L’ultima foto sono io che improvvisamente torno nella dimensione in cui sono ogni giorno, e non solo nei giorni speciali.
È il rumore della crepa del cuore, la sensazione delle ossa che si strappano, la malinconia di aver visto ancora una volta che cosa potrei essere e che cosa, per colpa mia, delle circostanze, del karma, delle mie scelte – soprattutto delle mie scelte – non sono.
È la certezza di aver sfiorato qualcosa che credevo perduto per sempre e che invece c’è ancora.
La gioia di sapere che c’è, che posso riprenderlo, riscoprirlo.
Il dolore di sapere di non poter farlo.
La consapevolezza di avere, ancora, la scelta a portata di mano, avendo coraggio.

 

E, oggi, il sorriso di sapere che il mondo, la vita, gli anni, possono nascondere regali bellissimi.
E che, se si ha il fegato di farsi male, si possono andare a scartare.

Pensierini su un appuntamento

Il difetto – l’unico inaccettabile – degli uomini, è che sai SEMPRE che non sono selettivi.

Ed è per questo che quando ci provano con te una vocina ti ripeterà all’infinito che non lo fanno perché tu sei bella intelligente simpatica; ma solo perché – questi stronzetti – dandogli il giusto tempo ci provano con tutte.

2011

Le cose di quest’anno.

1) Quest’anno ho imparato che gli oroscopi ci azzeccano. Era da gennaio che mi dicevano che mi sarei trasferita, e mi sono trasferita. O forse non sono gli oroscopi che ci azzeccano; sono le persone che, a furia di sentire prevedere certe cose, poi ci credono. E quando crediamo in qualcosa, be’, avviene.

2) I desideri si realizzano. E bisogna ancora capire se questo è un bene o un male.

3) Continua a piacermi il mio lavoro, e questo mi pare un bellissimo regalo che mi ha fatto la vita.

4) Ci sono molte persone che mi cercano, che mi vogliono bene e che si confidano con me. Forse, quindi, non sono una così brutta persona come spesso ho creduto di essere. Oppure tutte le persone che ho intorno prendono una cantonata. Ma la statistica, per fortuna, è dalla mia parte.

5) Ci sono cose che finiscono, e finiscono e basta. Senza sigle, senza addii, senza che accada qualcosa di eclatante. Le cose nascono, e muoiono. E ho cominciato a farmene una ragione, anche.

6) Ci sono cose che non finiscono mai. Magari si affievoliscono, magari non ci pensi più. Ma sono lì, in fondo al cuore, e basta rimestare un pochino in superficie perché tornino, uguali e belle come sempre, a galla.

7) Cambiare città è bello, e faticosissimo.
Cambiare vita è bello, e faticosissimo.
Cambiare abitudini è bello, e faticosissimo
Se non muoio di fatica, potrebbe essere stata la scelta giusta. Ma per ora, sinceramente, non lo è ancora, la scelta giusta.

8 ) Vivere con qualcuno è difficile. E non credo ci sia altro da aggiungere.

9) Continuo ad avere dentro di me una donna che vuole essere corteggiata e desiderata da tutti gli uomini che incontra; anche da quelli che non le interessano. E devo ancora capire se questa cosa mi piace o no.

10) Continuo a essere non bella, e non in forma, e non strafiga. Ma agli uomini piaccio; e questo non è male.

11) Quindici anni sono un ottimo lasso di tempo per considerare esaurito il lutto di una madre; infatti quest’anno, per la prima volta in quindici anni, non ho pianto, a novembre.

12) Quando i caratteri sono difficili spigolosi e scontrosi, in ogni istante di ogni giorno di ogni anno di una vita, la risposta migliore sono le medicine che inibiscono la ricaptazione della serotonina. E tutti viviamo più tranquilli.

13) Ho ancora tanta voglia di imparare, tanta voglia di innamorarmi, tanta voglia di scoprire il mondo, la vita, le persone. In fondo al cuore, spero che questa fame non mi passi. Mai.

Quindici anni

E’ che un minuto fa, al telefono, ripetevo quello che spesso dico ai miei ragazzi: che voglio, esigo, di essere follemente felice.

E già mentre lo dicevo, sentivo che era una stronzata.
Che non ho più quindici anni.
Che non posso innamorarmi di quattro parole scritte per bene e di una voce.
Che non si vive follemente felici.
Che non lo ero sicuramente nemmeno prima.

 

Eppure, è l’unica cosa che voglio.

Parole che arrivano “di là”

Dentro di me si nasconde una che, per sentirsi viva deve essere in bilico, su un cornicione.
Con la finestra alle spalle chiusa.
Millemila piani di sotto.
Il temporale che infuria.
Il tacco 12.
E deve stare in punta di piedi.

Orizzontale, verticale

Orizzontale è la spesa del sabato pomeriggio, con le coppie che litigano alla cassa della Coop, rinfacciandosi in infiniti telavevodetto tutte le cose che non si dicono, la sera, da anni.

Orizzontale sono le domeniche in casa, a fare le pulizie, e nemmeno la musica, cercando di capire – senza riuscirci – perché chiudersi in casa a togliere la polvere, che tanto ritornerà, lasciando indietro il tempo, che invece non tornerà più.

Orizzontale è pensare, a settembre, al ritorno delle vacanze, cosa fare l’anno successivo.
O pensare, il lunedì, a cosa fare il sabato, successivo.

Orizzontale è il sesso il sabato sera perché la domenica si dorme; orizzontale – molto – è godere poco, durante il sesso, ma addormentarsi contenti perché non si è soli.

Orizzontale è sopportare a fatica il proprio lavoro, ma non lasciarlo, perché “è sicuro, e di questi tempi lavori sicuri non ce ne sono più”.

Orizzontale è seguire la moda, seguire lo stile, iscriversi in palestra e fare la dieta.

Orizzontale è, sommamente, vivere senza cuore.

 

Verticale.

Verticale è scegliere l’adesso invece del dopo.
Non preoccuparsi delle lavatrici da stendere.
Non pensare ai regali di Natale finché i regali di Natale non avranno pensato a te.

Verticale è il sesso improvviso, quello non programmabile, quello che nemmeno doveva esserci.
Il sesso che scatta perché uno sconosciuto – o quasi – ti guarda in un modo che ti smuove il sangue, dentro.

Verticale sono le vacanze improvvisate; è scappare al mare in pieno inverno, per vedere una mareggiata; leggere fino a che albeggia, anche sapendo che il giorno dopo si va a lavorare.

Verticale è amare visceralmente il proprio lavoro.
Pensare a oggi, e non a domani.
Gettarsi nella mischia, anche se fa paura.
Comprare un vestito rosso, senza badare – troppo – a come ti stia, ma soltanto perché il rosso, addosso, è bello da sentire.
Ascoltare una musica alla radio, e piangere.
Leggere poesie, e commuoversi.
Pensare al passato, e mandare la malinconia a farsi fottere.

Verticale è vivere, senza paura.

Grazie Andrea

Intanto, va detto, questo blog, già chiuso da un anno e più, mica lo volevo salvare.

Poi Splinder ha cominciato a mandarmi una mail, per avvertirmi che chiudeva – e io lo sapevo già, e non mi importava.
Poi me ne ha mandata un’altra, e io a quel punto l’ho letta.

Ho detto “chissenefrega”.
Ma ormai l’avevo letta, che farci?

Pensavo di poterla ignorare, e invece.
Invece ho pensato che un conto è dire “al diavolo il passato” e continuare.
Un conto, poi è farlo.

Perché un po’, il passato, sono io.
E nella me di oggi c’è molto della me di ieri; per differenza, se non per somma.
Poi non è che avessi scritto solo stronzate, immagino.

Poi, magari, scrivo di nuovo come una volta, e allora avere un posto dove scrivere non è male, anzi.

Insomma.

Alla fine ho provato l’esportazione invano, e ho lanciato una bottiglia nell’oceano di Internet.
E un navigante mi ha raccolto.
E mi ha portato qui.

Così si inizia; o si re-inizia.

Quello che conta è che ci sono, ancora.

Dell’analfabetismo tecnologico spinto

Esiste la possibilità che dopo il redirect da Splinder e tutto il resto, io abbia comunque perso tutto, ne sono sicura.