Fotografie

di Calexandrìs

La prima sono io, che mi copro gli occhi per non vedere.
Ci sono le bancarelle, la stazione, un sacco di gente, e io che non vedo niente.
Non ho il coraggio di guardare.

La seconda è un cuore che batte fortissimo, e non è il mio.
Un tremito che si scioglie in una risata a voce alta.
Il sollievo, la certezza di avere fatto la cosa giusta, che è quella sbagliata, ma che è fatta nel modo giusto, come soltanto si dovrebbero fare le cose sbagliate.

La terza foto è un semaforo che diventa rosso, e ci voleva.
E il caldo improvviso, che ci prende.

La quarta foto è una casa nel nulla, una casa che conosco senza aver mai visto.
Una casa con un odore dentro che mi piace.
Una casa con un divano azzurro.
La casa giusta per fare cose sbagliate che forse sono le cose giuste che vanno fatte ogni tanto.

La quinta foto è una foto di me, vista attraverso gli occhi di un altro.
Occhi principalmente teneri, che uno non lo direbbe, ma che fanno bene, come carezze.

La sesta foto sono lenzuola rigorosamente Ikea, che fanno casa ovunque vai, perché le abbiamo tutti.

La settima sono io che mangio con le mani, un maglione di lana per coprirmi dal freddo, e la sensazione che cielo e terra siano allineati, ancora una volta, per un magico istante che capita qualche volta nella vita; e io che ci vivo, per questi istanti perfetti.

L’ottava foto sono io che cerco di entrare negli abiti che metto tutti i giorni in questa mascherata che chiamiamo vita, e  che non è che una grossa meravigliosa recita in cui ognuno fa la sua parte, corregge i toni, si adatta al personaggio.

La nona foto sono le mani negli addii, che, si sa, sono sempre preziosi.

La decima foto sono io che cammino con passo fintamente sicuro, senza voltarmi, perché mi vanto di dirlo, che non mi guardo indietro, e quindi non lo faccio, anche quando vorrei tanto tradire i miei stupidi principi e girarmi, come una donnetta qualunque.

L’undicesima è un bar, grande, in stazione.
Sono io con un cappuccino, circondata da millemila persone, eppure solissima, in questa bolla in cui solo la gioia proibita sa mettermi.

L’ultima foto sono io che improvvisamente torno nella dimensione in cui sono ogni giorno, e non solo nei giorni speciali.
È il rumore della crepa del cuore, la sensazione delle ossa che si strappano, la malinconia di aver visto ancora una volta che cosa potrei essere e che cosa, per colpa mia, delle circostanze, del karma, delle mie scelte – soprattutto delle mie scelte – non sono.
È la certezza di aver sfiorato qualcosa che credevo perduto per sempre e che invece c’è ancora.
La gioia di sapere che c’è, che posso riprenderlo, riscoprirlo.
Il dolore di sapere di non poter farlo.
La consapevolezza di avere, ancora, la scelta a portata di mano, avendo coraggio.

 

E, oggi, il sorriso di sapere che il mondo, la vita, gli anni, possono nascondere regali bellissimi.
E che, se si ha il fegato di farsi male, si possono andare a scartare.

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