Le cose che non sai

di Calexandrìs

Ehi tu,

Tu che ridi con me ormai da un mese.
Tu che con me ti stupisci di quello di reciproco che abbiamo.
Tu che mi leggi la testa, mentre io ti leggo la testa.
Tu che ti chiedi come sia possibile, eppure.
Tu che sei il mio dicembre.

Io so perché.
O forse no, ma te lo racconto lo stesso.

Mi succede, ogni tanto.
Succede che qualcuno è in un angolo buio e oppresso.
Un tunnel, per dire.
Un tunnel da cui non si sa se ci sia un’uscita, e dove sia.
Non si sa mai come ci si finisce dentro, eh? Soltanto che all’inizio uno si arma di pazienza e ha le gambe piene di passi, e tira dritto; o almeno, tira dritto se è come te, o come me.
Non ci si spaventa mica per così poco, noi, vero?

Allora uno cammina; a volte si scivola, si cade; ma chissenefrega, fa parte del gioco.
Qualche volta si sbattono le ginocchia, o si prende una storta.
Ma si può procedere; magari lentamente, ma si va avanti; sempre avanti.

Poi, però, passano i giorni; la luce alle spalle è troppo lontana per vedersi ancora, e di quella davanti nemmeno l’ombra.
Le gambe sono stanche, il cuore è stanco, lo stomaco è stanco.
Non si riesce mai ad addormentarsi completamente, ma non si riesce mai a essere svegli, completamente.

Così, dopo mesi di tunnel, uno si siede un attimo a riposare; e poi non si alza più.

Io lo so, io l’ho fatto.

Per questo, riconosco i tunnel, e gli angoli bui, e i momenti impossibili.
Per questo, qualche volta, incontro persone che sono lì, sedute a riposare nel proprio tunnel.
Non sanno se andare ancora avanti; non sanno se provare a tornare indietro.

Il fatto è che, se guardi bene, non è poi così buio.
Il fatto è che, se ridi, e ridi tanto, il buio piano piano schiarisce, e ti accorgi che l’uscita non è così lontana, è solo lì, a qualche passo, nascosta.

Questo, di solito, è il momento in cui io allungo una mano, e ti racconto.
Ti racconto di cosa sia stato andare in pezzi, sedersi in un angolo e aspettare di svanire.
Ti racconto che non c’era la luce, e poi, all’improvviso, qualcosa è cambiato.
Ti racconto di come avevo in mente di scappare dall’altra parte del mondo, ma che il mondo non era abbastanza grande per contenere tutta la mia disperazione e poi ho scoperto che bastava scappare dall’altra parte di me.
Ti racconto che bastava che io prendessi una pala e scavassi una strada per accorciare il tunnel.
E che appena sopra la tua testa, se alzi la testa, c’è il sole.
E che non è finita finché non è finita.
Che ci si alza, e si zoppica fuori.
E piano piano ci prende il gusto di guardare cosa ci sia dietro un angolo, e dietro a un altro.

E allora, lentamente, a uno prende la smania di vivere.
Il cuore non è più stanco.
Le gambe non sono più stanche.
Le braccia hanno voglia di stringere, i piedi di camminare, i fianchi di ballare, la lingua di baciare.
Gli occhi sono di nuovo curiosi, e cercano due occhi fratelli da incrociare.

Insomma, è la vita, di nuovo.

Una vita che fa un male boia, che ci sbuccia i gomiti e le ginocchia, che ci frantuma il cuore, che ci straccia lo stomaco, che ci fa tremare di ansia e di paura.
Una vita che è terribile e crudele, come una bestia insaziabile che ci mette davanti cose bellissime, e ci fa ingoiare quelle orribili.

Tu, sì, tu, non avere paura.
Tu non lo sai, ma sta andando tutto bene.
Tutto come deve andare.
Io ci sono, e poi, te lo giuro, imparerò ad andarmene.

Ma ora vieni qui, dammi la mano, e usciamo da qua dentro, che fa freddo.

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