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Mese: gennaio, 2012

Portare la candela

Oggi, alla fine, tra pause didattiche e corsi di recupero, si è parlato un sacco con i ragazzi.

E abbiamo parlato di essere di buon umore (le persone sempre di cattivo umore le chiamo scure, e le patisco, l’ho detto loro stamattina) come azione per combattere l’inquinamento del mondo, e poi della bellezza, di quanto sia importante per vivere.
Bellezza delle parole, dei modi, di come muovere i piedi.
Che poi alla fine sono queste le cose che insegno, oltre a mettere soggetto-verbo-predicato: insegno che la vita non è scontata, così come l’hanno vissuta i nostri genitori e come la viviamo noi, e che tutto cambia continuamente, e può anche cambiare in meglio, volendolo fare, sapendolo fare.

E mentre lo dico a loro – e intanto spiego Paolo e Francesca, e Foscolo, e la storia del socialismo – lo dico a me, che sono qui con la mia vita in mano, e un bivio davanti.
E non so che scegliere.

E in questi giorni assurdi, che hanno un senso soltanto perché mi portano all’11 febbraio, ammettiamolo pacificamente, in un paio di volte sono stata felice di aver portato una candela accesa in una stanza buia, che ha smesso di essere meno buia, per un attimo.
E mi ripeto che non sono io, ma la luce della candela, a fare la differenza.
E che me lo devo ricordare continuamente, perché poi uno crede di essere speciale, e invece è soltanto un caso, di essere nel posto giusto al momento giusto e avere un fiammifero dietro.
Che se non l’avessi io, l’avrebbe avuto qualcun altro.
E che sono felice di essere stata io, ad averlo dietro, ma questo non è un merito, ed è bene che me lo scriva da qualche parte, che sennò poi credo il contrario.

Così faccio prove di separazione, prima che la separazione sia reale – e controllo che cosa mi mancherebbe se finisse oggi, e mi mancherebbe molto.
Abbastanza da stare male, per lo meno.
E guardo il muro che sei, con tutti i cocci aguzzi di bottiglia sopra, e lo spiraglio che hai aperto, e continuo a trovare tutto questo bellissimo, e pericoloso.

E mi scrivo sull’agenda parole sagge, e poi rido con te al telefono, che è la cosa, ridere, – alla fine – che è quella che so fare meglio, e quella che mi viene meglio con te.
E mi commuovo a guardare questa cosa che c’è qui che lotta con le unghie e con i denti per germogliare mentre io cerco di soffocarla con le parole della ragione.
Ma lei è forte, e buca la terra gelata, come succede in primavera.

E poi, alla fine, torniamo alla candela, e al fatto che l’unica cosa che conta è accendere le luci negli occhi della gente, e che se anche facessi solo questo, per te, e soltanto una volta, allora sarebbe valsa la pena di vivere tutto questo, e non mi viene altro in mente che chiamarla amore, una cosa così, ma sicuramente ci sono parole più giuste che non conosco, perché non ho talento con le lingue, e non comincio alla mia età a impararne di nuove.

E poi, oggi, ripensavo a cose che ho pensato in questi giorni, e che sono dannatamente vere.
Come che anche se ho un assurdo desiderio di passare dei minuti con te, e che parlarti è una delle cose più belle della mia vita, ora, ti sapessi felice, se bastasse a farti felice davvero, profondamente, in modo reale e concreto e duraturo, allora io te la regalerei, questa felicità, anche a un prezzo alto, anche al prezzo dei minuti, per dire.

E questo, questo chiamalo come vuoi, perché anche di questo, non so trovare il nome.

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La sottile arte delle fini

Che tutto ciò che vive voglia continuare a vivere è una di quelle cose che a un certo punto mi ha insegnato qualcuno.

Come a diffidare delle abitudine o delle comodità, che ci fregano sempre.
Soprattutto perché ci si abitua in fretta alle cose buone, e a quelle belle.

Così anche un cosa che non ha senso, non ha un capo né una coda, soltanto perché gli hai dato dello spazio, del respiro, gli hai dato vita, allora, solo per quello, ne vuole ancora.
Più spazio, più senso, più vita.

Allora riconoscere qual è il momento di prendere le forbici e tagliare, di girare le spalle e allontanarsi è un’arte.
Un’arte vera, che quindi conoscono in pochi.

Perché le cose possono finire per sfinimento, un passo alla volta fino ad esaurirsi, lasciando macerie intorno.
Oppure possono finire per decomposizione, che è una fine orribile, che nessuno vuole, ma che quasi nessuno sa evitare.

Oppure possono finire con una danza, e un paio di forbici.
Una danza d’addio che taglia i fili che legano le persone alle altre persone e la tua vita alla vita degli altri.
Un taglio netto, un lavoro pulito.

Ora, manca solo il coraggio di voltare le spalle a un sogno e trovarsi a terra, in mezzo alla realtà.

Ripasso

Quando non si è capita bene una cosa, quando di un problema non si trova una soluzione (e la soluzione c’è sempre, lo sanno tutti), quando si sbaglia una risposta, non è il caso di farne un dramma.

Si straccia tutto e si ricomincia.

Studiando meglio.
Studiando di più.

Puoi fare meglio.
Vedi di fare meglio.

(cogliona, non lamentarti, e muovi il culo)

Cose sparse

Ehi, tu.
  • Mi piace come ridi. Una risata che è la spada con cui combatti la preoccupazione che ti attanaglia e uno scudo per non far entrare la realtà nella tua sfera privata. Perché anche la realtà va arginata, quando non è gentile.
  • Mi piace come muovi le mani, con una precisione di chi le sa usare, la mani. Di chi sa fare cose pratiche, come affettare il pane e il salame o riparare qualcosa che non funziona. O suonare uno strumento, o tutto quello che si può suonare come uno strumento.
  • Mi piace il tuo coraggio. Perché anche se ogni giorno sento che sei stanco, ogni giorno sento che hai il cuore per guardare oltre il tramonto, al domani che ti aspetta. E lo guardi con coraggio e fierezza e solidità di cuore, questo domani.
  • Mi piace il tuo cinismo, così falso.
  • Mi piace il modo in cui ami le cose che ami, che si sente il profumo delle cose da come le dici, tu pensa.
  • Mi piace come sai essere assolutamente freddo e, un istante dopo, assolutamente infuocato.
  • Mi piace come affronti le sfide: senza nemmeno prenderti troppo sul serio, e, davvero, è un dono.
  • Mi piace che sei curioso di quello che non sai. E affamato di quello che non conosci. E goloso. E la golosità per me è sempre sinonimo di vita, lo sai.
  • Mi piace che sei – profondamente – un nomade, e non sono nemmeno sicura se sai quanto, tu sia un nomade. E quindi, io lo so che non rimarrai qui: ma sei così bello quando parli di “partire”, che non ti avrei affatto capito se pensassi che puoi fermarti da qualche parte. Qui, poi.
  • Mi piace – ma sono pazza, si sa – che sei una bomba a mano con la spoletta sfilata. Mi insegna a trattarti con cautela, a non starti troppo vicino, a considerarti prezioso e pericoloso. Mi insegna a essere felice di ogni istante che abbiamo e avremo, e contemporaneamente mi tiene con i piedi per terra, in un posto dove in ogni momento è bene che io abbia un angolo in cui rifugiarmi per non farmi fare male da te. E questo, imparare a stare lontani da chi si vuole così tanto, è una lezione di saggezza.

Leggere attentamente le avvertenze e le modalità d’uso

È un muro.

È di cemento.

E i muri di cemento, notoriamente, non si buttano giù a testate, né a parole, né sbattendo le ciglia.
(con la dinamite, magari: ma la dinamite non la useresti mai, perché amare, in senso lato, vuol dire non usare mai la dinamite)

Hai la fortuna di percorrerlo, questo muro di cemento; di camminargli a fianco, di toccarlo ed è bellissimo da toccare, di studiarlo, ed è affascinante come è fatto.

Ma è un muro.
Di cemento.

Quindi, cara mia, se pensi di tirarlo giù e ti fai male e poi vieni qui a piangere e rompere i coglioni perché ti sei spezzata le cosine, sappi che ti mando dritta dritta a fare in culo.

E non dire poi che non ti avevo avvertito.

Non-lettera

Ehi, tu.

Tu che mi scrivi una cosa bellissima, e che al fondo ci scrivi che non è una lettera perché le tue lettere sono molto più belle.
Tu che, come me, parli di sciocchezze al telefono, e le cose serie le scrivi.
Tu che. come me, scrivi cose serie, e poi fai finta di no, per non parlarne (perché dobbiamo parlare e ridere di sciocchezze al telefono, si è deciso così senza nemmeno avere bisogno di dircelo).
Tu che, come me, sai che le paure diventano vere se le diciamo, così non le dici; magari le pensi, un po’ le scrivi ma non le pronunci.

Tu, sì, tu.

Questa è la mia non-lettera per te.

In questa non-lettera cerco di mettere ordine in tutti i pensieri che non ti ho detto.

Intanto, il primo, il più importante.
Non avere paura.

Non per me, perché non sono una preoccupazione tua, ma – soprattutto – non per te.

Anche se non ci credi, anche se ogni evidenza lo nega, il peggio è passato.
Il fatto che tu sia ancora vivo, in piedi, capace di scrivere non-lettere, capace di far entrare il profumo di una persona in quel muro immenso che hai costruito intorno a te ti dice che ti sei salvato.
Potrà ancora andare tutto male, tutto a rotoli, tutto a pezzi, ma tu no.
Tu sei fuori, anche se non ti sembra.
Sei stato fuori nel momento in cui hai fatto mettere un piede a me nella tua vita; mi puoi ricacciare indietro quando vuoi, ma tanto ormai la strada la conosci.
Non sarò io, ma arriverà qualcun altro.

Poi, fai attenzione ai muri che costruisci intorno a te.
Perché si vede sempre bene cosa chiudiamo dentro, ma non si vede quasi mai quello che chiudiamo fuori, tranne quando ne abbiamo bisogno, di quello che abbiamo chiuso fuori.
Così è sempre prudente aprire una porticina, in quei muri.
Una porticina nascosta, invisibile, mascherata, segreta magari.
Ma una porticina di cui avere le chiavi, per quando hai bisogno di aria e di luce e di sorrisi, che sono cose belle, lo sai.

Poi, si sa, dopo l’inverno torna sempre la primavera.
Uno non ci può credere in mattine in cui tutto è ghiacciato, la terra sembra soffocata, gli alberi spogli, il cielo grigio.
Eppure.
Basta solo mettersi lì, aspettare, e poi, un grado alla volta, torna la primavera, l’azzurro, i boccioli.
È solo una questione di pazienza e di fiducia.
Tu, che hai poca pazienza e pochissima fiducia, pensa ai campi di grano che sembrano morti, quando ci passi davanti, e poi dimmi se non è vero che la vita è più forte di tutto.

Poi, anche, superbamente, non credo che tu andrai in pezzi, proprio perché mi hai pescato così, qui, a sorpresa, mentre invece non avresti dovuto pescarmi per niente.
Di solito quando arrivo io sembra che tutto finisca male e invece.

E poi stai tranquillo.
Tutto si romperà, e tutto si ricostituirà di nuovo, chissà quante volte.
Sei forte, sei coraggioso, sei anche amato: niente ti può toccare.
Tutto potrà andare in merda, ma tu, ti vedo, sarai lì, ancora, con quel sorriso.

E poi, credimi, vai bene così.
Sei perfetto così.
Con tutti i pensieri, le preoccupazioni, le paure.
Non preoccuparti: vai bene così.

E infine, è vero che ieri ti ho detto che nessuno può salvare nessun altro.
Ma, è anche vero che nessuno si salva da solo.

Smettila di trattarti male, e vieni qui, sul mio cuore.

Il rugby, la vita

È che la vita è come una partita di rugby.

La vita è quella palla ovale e scivolosa, che vuoi portare là, oltre la meta.

E tra te e la meta ci sono tutti gli ostacoli che puoi immaginare.
Ostacoli più grossi di te, che ringhiano guardandoti, che vogliono buttarti a terra e afferrare la tua palla, la tua vita, e impedirti di arrivare dove vuoi.

E spesso a complicare tutto c’è il fango e la pioggia, e tu che sei caduto e ti sei rialzato mille volte e hai i muscoli che fanno male, e davvero perdere la palla nella mischia – che rumore fa una mischia, il rumore più pauroso del mondo, davvero – sembra la soluzione migliore, perché tanto alla meta non puoi arrivare, e loro sono grossi, sono molto più grossi di te.

Ma, come nella vita, non sei solo.
Ci sono i compagni, che ti incoraggiano; ci sono le cose che hai imparato nel passato, e che sono quelle cose a cui appoggi la palla passandola all’indietro per andare avanti.
Così ogni esperienza, anche quella orribile di ieri, è l’appoggio che ti ci vuole per andare avanti.

E allora il fango, la pioggia, le botte, non ti fanno più paura.
Perchè non sei solo, perché hai imparato un sacco di cose.
E, guardando all’indietro, vedi che la meta è ancora lì che ti aspetta: devi solo correre, graffiarti, picchiare, sbattere contro un muro per arrivarci.

Non ti farà mica paura il dolore, no?
Un po’ di dolore per raggiungere l’obiettivo non è un giusto scambio?

Così, un passo alla volta, un metro alla volta, la meta si avvicina.
A volte sei costretto a fermarti proprio quando pensi di esserci arrivato.
A volte gli ostacoli sono insormontabili.

Allora torni indietro e ritorni da capo, un passo alla volta, un’esperienza alla volta, un metro alla volta.

Fino alla meta, fino a portare la palla e la tua vita oltre quella maledetta linea.
Benedicendo gli avversari che ti hanno fatto diventare abbastanza forte da riuscirci.

Perché il rugby è uno sport onesto.
Come la vita.

Voltare pagina

Il mio 2012 inizia qui, perché è lunedì e perché domani si va al lavoro.

Inizia dopo tre notti in cui poco prima di addormentarmi mi hanno preso l’angoscia, e le lacrime e la lucida consapevolezza di aver sbagliato, e non cose di poca importanza.

Inizia con una profonda sensazione di solitudine che mi accompagna, insieme a quella domanda ricorrente e inutile “E se invece avessi…?”

E invece no.
Invece ho fatto questo, e niente di quello che posso pensare cambierà le cose.
L’ho già sperimentato, che la macchina del tempo non esiste, e se esiste va soltanto in una direzione.

Il “mio” 2012 inizia con qualche consapevolezza in più.
Con qualche graffio in più.
Con qualche magone in più.

Ho davanti lunghe settimane in cui non pensare pensieri sbagliati, lunghe giornate in cui non fare cose sbagliate.

Ho preso una cantonata, e una facciata, forte, contro un muro di cemento.
E non è che mi sono sbagliata.
Sul muro di cemento c’era scritto “muro di cemento”; ero stata avvertita, e ci sono andata addosso lo stesso, con la voglia il desiderio e la convinzione di poterlo far cedere.
D’altra parte non sono una donna eccezionale io?

Ecco.

Ora mi alzo, mi tolgo la polvere di dosso, spazzo via i pensieri idioti e faccio l’inventario.
Intanto, le illusioni: sono belle, bellissime. E lo sono perché non sono reali: quindi, forse, è bene smettere di fare queste vacanze nei mondi che non esistono, perché tornare indietro è difficile, ed è un’arte che forse ancora non ho imparato.

Poi, gli anni: si può far finta di avere 16 anni, sì.
Ma è falso.
E la lavastoviglie, il corpo, la casa, le spese, il lavoro sono tutte cose che mi spiegano che no, non ho più sedici anni.

I sogni: i sogni svaniscono all’alba, mi sa che lo diceva un tale piuttosto famoso e portato per la letteratura già un sacco di tempo fa, quindi vale la pena di tenerne conto e mettersi il cuore in pace.

Il cuore.
Il cuore non è infrangibile, e devo smettere di trattarlo come se lo fosse.
Ogni volta ne perdo un frammento, ed esiste la possibilità che finiscano, i pezzetti, a giocarli uno alla volta.

Io sono sempre quella che è sopravvissuta, e questo mi dà una gran forza.
Ma non posso continuare a pensare di sopravvivere ogni volta.

Quindi, ora – ora – mi alzo da questo angolino in cui mi sono rifugiata, in questo sogno irrealizzabile che mi ha ospitato in queste bellissime settimane, mi scuoto la polvere dai vestiti, mi metto un paio di cerotti sui graffi, prendo un paio di antidolorifici di quelli buoni, e provo a camminare.

So che zoppicherò per un po’.
So che sarà faticosissimo.
So che un sacco di volte penserò di mollare.

Ma, un passo alla volta, so che posso farlo.
E se non dovessi riuscirci, allora, vorrà dire che questa volta ho giocato troppo.
E ho perso tutto.

Dell’amore e di altri demoni

Quando ero giovane giovane dicevo di un’amica, che oggi è la mia più cara amica, che scopava con la figa.

Nella mia testa questo aveva a che fare con qualcosa al limite del folle, o del peccaminoso, che ne so.
Anni di educazione cattolica, forse.
O forse il primo fidanzatino con cui avrei voluto fare sesso che essendo molto cattolico non voleva e se succedeva si sentiva in colpa, dopo.

Insomma, un disastro.

Ma tant’è: chi non ha avuto 16 anni disastrosi alzi la mano.

Il peggio, comunque, doveva ancora venire.
Il peggio sono io che comincio a pensare che sono una che scopa col cuore, per esempio; con me che in tal modo mi convinco che non scopo se non sono innamorata; che è un bel concetto, anche.
Solo che poi mi scoprivo a “innamorarmi” di quelli con cui volevo fare sesso.
Così a vent’anni mi “innamorai” di un tipo poco raccomandabile per fare due scopate (riuscite male, vogliamo dirlo?) un’estate di un sacco di anni fa: lui era uno che lo dava a tutte molto democraticamente, e io invece lì a farci i pensieri, ad ascoltare Laura Pausini (muoio di vergogna solo a pensarci) a scrivere sulla Smemoranda, a farmi trovare sul lungomare all’ora giusta.

Cogliona, proprio.

Con l’esperienza un po’ sono anche migliorata.
Non abbastanza da non rifare lo stesso errore, sia chiaro.

Così mi toccò innamorarmi di un collega che si trasferì in Puglia, dopo (e già questo doveva dirmi delle cose) e farmi tutta la solita trafila di messaggini, telefonate notturne, sesso telefonico e poi PUFF! lui che scompare nel nulla e io che scrivo sull’agenda frasi strappalacrime e piango lacrime vere.
O di uno che faceva copiaincolla delle cose che mi scriveva dalle lettere scritte ad altre amanti

A salvarmi dall’autodistruzione dell’innamoramento forzato, per un anno e mezzo, ci pensarono le pilloline antidepressive – sempre siano benedette.

Che mi hanno insegnato un sacco di cose, per esempio ad accorgermi che mi “innamoro” per scopare con chi mi piace, e almeno a invertire il processo: prima facciamo sesso, poi, se il sesso è stato buono, mi innamoro.
Una specie di giustificazione a posteriori, che va un po’ meglio.

Certo, in questo modo mi sono mezz’innamorata di un ventenne, cosa per cui sarebbe il caso di stendere un velo pietoso.

Oggi, però, all’alba del 2012, ho capito delle cose, e questa volta è per sempre.
Posso fare sesso con uno che mi piace solo perché mi piace, senza innamorarmi, né prudenzialmente prima, né a posteriori: solo che, banalmente, è una cosa che non mi piace.

Perché resto una che non riesce a scopare con la figa.
Magari non ci metto il cuore, ma sempre – dico sempre – almeno ci metto la testa.
E, si sa, la testa di una donna è la sua zona erogena per eccellenza.

Poi, se ti accolgo nel mio letto, se mischio il mio odore con il tuo, qualcosa di buono devi averlo.
E non sono gli addominali.
E non è l’arte amatoria.

È sicuramente il tuo modo di vivere, il tuo modo di parlare, muoverti, pensare.
È la tua testa, ma anche il modo in cui mi guardi e mi tocchi: quindi, alla fine è il tuo cuore.

Così, all’alba del 2012 è cambiato tutto e non è cambiato nulla.
A far per finta non son capace, e se sei abbastanza bravo bello intelligente simpatico brillante per entrare nel mio corpo, allora hai un posticino caldo nel mio cuore.

E questa è una cosa che dura.

E, secondo me, non è nemmeno una cosa brutta.

Frammenti

Litigi per cose stupide; i nervi a fior di pelle.

I giochi con nuovi amici che sembrano simpatici.

Il telefono sott’occhio.

Qualche minuto di corsa, per testare la motivazione.
Un progetto, di corsa, per riempire la testa di pensieri buoni e le gambe di chilometri.

Un piano tariffario nuovo sul telefono.

Un vestito corto.

Risate a voce alta, scuotendo i capelli corti, che ancora non so se mi piacciano, davvero.

Mangiare e fingere; fingere e mangiare.

Un lancio senza paracadute, confidando che la terra sia morbida, e che le ossa siano salde.

Un cuore caldo.

La certezza di essere abbastanza adulta da saper scuotere le spalle e guardare l’orizzonte.
Sempre avanti: non era questo il motto?