Portare la candela

di Calexandrìs

Oggi, alla fine, tra pause didattiche e corsi di recupero, si è parlato un sacco con i ragazzi.

E abbiamo parlato di essere di buon umore (le persone sempre di cattivo umore le chiamo scure, e le patisco, l’ho detto loro stamattina) come azione per combattere l’inquinamento del mondo, e poi della bellezza, di quanto sia importante per vivere.
Bellezza delle parole, dei modi, di come muovere i piedi.
Che poi alla fine sono queste le cose che insegno, oltre a mettere soggetto-verbo-predicato: insegno che la vita non è scontata, così come l’hanno vissuta i nostri genitori e come la viviamo noi, e che tutto cambia continuamente, e può anche cambiare in meglio, volendolo fare, sapendolo fare.

E mentre lo dico a loro – e intanto spiego Paolo e Francesca, e Foscolo, e la storia del socialismo – lo dico a me, che sono qui con la mia vita in mano, e un bivio davanti.
E non so che scegliere.

E in questi giorni assurdi, che hanno un senso soltanto perché mi portano all’11 febbraio, ammettiamolo pacificamente, in un paio di volte sono stata felice di aver portato una candela accesa in una stanza buia, che ha smesso di essere meno buia, per un attimo.
E mi ripeto che non sono io, ma la luce della candela, a fare la differenza.
E che me lo devo ricordare continuamente, perché poi uno crede di essere speciale, e invece è soltanto un caso, di essere nel posto giusto al momento giusto e avere un fiammifero dietro.
Che se non l’avessi io, l’avrebbe avuto qualcun altro.
E che sono felice di essere stata io, ad averlo dietro, ma questo non è un merito, ed è bene che me lo scriva da qualche parte, che sennò poi credo il contrario.

Così faccio prove di separazione, prima che la separazione sia reale – e controllo che cosa mi mancherebbe se finisse oggi, e mi mancherebbe molto.
Abbastanza da stare male, per lo meno.
E guardo il muro che sei, con tutti i cocci aguzzi di bottiglia sopra, e lo spiraglio che hai aperto, e continuo a trovare tutto questo bellissimo, e pericoloso.

E mi scrivo sull’agenda parole sagge, e poi rido con te al telefono, che è la cosa, ridere, – alla fine – che è quella che so fare meglio, e quella che mi viene meglio con te.
E mi commuovo a guardare questa cosa che c’è qui che lotta con le unghie e con i denti per germogliare mentre io cerco di soffocarla con le parole della ragione.
Ma lei è forte, e buca la terra gelata, come succede in primavera.

E poi, alla fine, torniamo alla candela, e al fatto che l’unica cosa che conta è accendere le luci negli occhi della gente, e che se anche facessi solo questo, per te, e soltanto una volta, allora sarebbe valsa la pena di vivere tutto questo, e non mi viene altro in mente che chiamarla amore, una cosa così, ma sicuramente ci sono parole più giuste che non conosco, perché non ho talento con le lingue, e non comincio alla mia età a impararne di nuove.

E poi, oggi, ripensavo a cose che ho pensato in questi giorni, e che sono dannatamente vere.
Come che anche se ho un assurdo desiderio di passare dei minuti con te, e che parlarti è una delle cose più belle della mia vita, ora, ti sapessi felice, se bastasse a farti felice davvero, profondamente, in modo reale e concreto e duraturo, allora io te la regalerei, questa felicità, anche a un prezzo alto, anche al prezzo dei minuti, per dire.

E questo, questo chiamalo come vuoi, perché anche di questo, non so trovare il nome.

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