Passato, presente, futuro

di Calexandrìs

Il passato è un campo minato, anche se non ce lo diciamo.
Ci raccontiamo chi siamo e da dove veniamo per svelarci uno all’altro, e io sento la mia testa che mi avverte dei momenti di pericolo, delle cose importanti da sapere, da ricordare.

Imparo da quello che dici, e, credo, impari anche tu da quello che dico io.
Ma, mentre imparo, so già che non ne saprò mai abbastanza, o, forse, che è peggio, ne saprò abbastanza per non sbagliare, eppure sbaglierò lo stesso.
Perché mentre tu diventavi quello che sei e io diventavo quella che sono, io e te aprivamo il cuore ad altre persone e ad altre vite, che non possono essere cancellate, che hanno lasciato dei segni; e si deve venire a patti con quei segni, anche se vorrei spazzarli via ed essere la prima, e l’unica, e l’ultima.
Ma non si può, e non si fa.
Soprattutto, non si fa.

Così ti ascolto, e fatico a farti vedere davvero come sono – e sì, è per quello che rido meno, avendoti davanti agli occhi – perché sono molto diversa da come so che tu vorresti che io fossi, e freno l’istinto di mentire per incarnare la tua donna ideale; e, del resto nemmeno lo so scrivere in buon italiano quello che sento, e questo, sì, è il segno inequivocabile del fatto che lo sento davvero, e tanto.

Così mi accontento, davanti a quello che racconti e quello che non racconti ma che intuisco, di provare ad alzare muri per proteggermi; ma sono muri come la baracca di legno dei tre porcellini, e tu sei molto più forte di lupo Ezechiele, e le mie ridicole difese vengono spazzate via da un sorriso, o da un tuo sguardo.

Quindi ripeto a me stessa che riuscirò a non essere una rappresentazione di me, e che ti farò vedere quello che sono fino in fondo, correndo il rischio di perdere quello sguardo e quel sorriso.
Perché, come ti avevo promesso, deve essere vero, non necessariamente bello; e quindi che vero sia.

 

Il presente sono io che mi sveglio dolorante, senza motivo.
Perché far l’amore è anche un esercizio, un’abitudine, e io non sono più abituata da molto.
Così ogni muscolo mi ricorda delle nostre ore insieme, e ogni dolore è un sorriso.

Il presente sono io che mi fermo, stamattina mentre preparo il Nescafé, e mi vedo davanti alla tua cucina che cerco le tazze e le posate, e apro il frigorifero come se fosse il mio, e mi stupisco del fatto che condividi con me le tue cose e la tua casa senza sforzo; e mi stupisco perché non ho mai amato un uomo che racconta una storia per ogni tazza; e mi sento privilegiata.
Poi, immediatamente, comprendo che non è un privilegio, ma solo il tuo modo di essere, e per questo mi piaci anche di più, perché sei raro, e le persone rare sono poche, in questo mondo.

Il presente sono io che mi stupisco di essere qui quando solo 24 ore fa ero in una casa che riesco a percorrere al buio anche senza averla vista più di un minuto, che qualcosa vuol dire, no?

Il presente sono i regali di ieri, fatti di parole giuste e sbagliate, di racconti, di mani, di sospiri.
Di avvertimenti inascoltati.
Di desiderio di lasciarsi andare, eppure forse non si può.
Ma chissenefrega se non si può, no?

Il presente sei tu piantato saldo in un posto della mia testa; un uomo che si era perso e si è ritrovato (e lo sapevo bene che non è stato merito mio, anche se per un istante mi sono illusa che lo fosse, ma dai, sono davvero troppo intelligente per averci creduto sul serio) e io sono tanto felice che tu ti sia ritrovato, perché ogni persona ha diritto alla sua dose di amore e felicità, e questo, te lo giuro, è il tuo turno.
Il presente siamo noi che abbiamo già un ricordo in comune, che, se ci pensi, è un miracolo.
Un miracolo come averti trovato, in questo vasto universo, ed esserti venuta ad annusare, e averti scoperto.
Un miracolo come io e te che ci chiamiamo nello stesso momento, e ci svegliamo la mattina alla stessa ora nonostante i chilometri di distanza, e chiamiamo le cose con gli stessi nomi storpiati.

E lo so che penso che è un miracolo perché sono innamorata – e lo sei anche tu, dici – e tutti gli innamorati pensano di vivere un miracolo, e una magia, e che quindi non c’è niente di eccezionale, su, siamo sinceri, eppure.
Eppure mi piacerebbe che fosse un miracolo vero, e una storia vera, insomma.
Così: come un bel film con un gran finale, una volta tanto.

 

Poi, se guardi bene, eccolo lì, il futuro.
Del futuro ho paura di parlare, perché nessuno lo conosce, anche se finge il contrario.
Eppure, come sempre, come tutti, lancio uno sguardo e lo vedo.

È lì, che ci guarda con un sorriso sornione, come un dio che si diverte a mescolare le carte e guarda come ci muoviamo, noi, nel caos che ci costruisce intorno.

E io cerco di rimanere piantata qui, perché sono un segno di terra e so come restare piantata da qualche parte, o almeno, dovrei saperlo, eppure lancio uno sguardo al calendario e faccio silenziosi programmi per il futuro, incurante di quello che rischio.

D’altra parte – e l’hai capito bene, l’ho visto da come mi hai guardato – sono una che vive senza rete, come i trapezisti veri, non quei buffoni dei circhi di oggi.
Perché nulla è serio come il gioco: soprattutto questo.

Il futuro siamo io e te che continuiamo a non fare programmi.
Io che evito di guardare le rocce contro cui sto correndo, speranzosa di scansarmi, o che siano illusioni come quelle che si hanno nei deserti (e poi dovresti dirmelo, se è vero che nei deserti si vedono cose che non ci sono, perché sono sicura che tu lo sai), o che tutto questo slancio sia in grado di polverizzarle, le rocce.
Anche se so che non è vero, ma insomma, ecco.

Il futuro è quella cosa che abbiamo toccato continuando a mettere le mani avanti, e ripetendoci che no, non è una cosa saggia, non è una cosa giusta, non è una cosa possibile, non è cosa e basta.

Alla fine, il futuro siamo io e te, così sbagliati, così danneggiati e così felici, che a guardarci mi commuovo.

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