Sedici anni, praticamente

di Calexandrìs

Stamattina ho controllato il telefono 11 volte, contate.

Ogni cambio dell’ora, ogni intervallo; all’uscita, durante la riunione straordinaria, durante il pranzo.

Cioè: ho acceso il telefono, che tengo spento, e ho controllato.
Messaggi – due o tre (sono pochi? sono tanti?) – mail (nessuna) socialini vari.

Mi sono nascosta dietro a una colonna per telefonare in pace, sono uscita di corsa dal lavoro per beccare il quarto d’ora giusto per chiamarlo.

Anche ieri.
Anche l’altro ieri, se non ricordo male.

L’idea, insomma, è che io sia regredita all’età delle mie alunne, che è una cosa divertente, ma senza avere l’energia la forza e la faccia da culo delle mie alunne, che nemmeno a scaricargli addosso una tonnellata di marmo di Carrara le spezzi.
Perché – loro sì – hanno sedici anni davvero.
E amano come sedicenni, cadono come sedicenni, si rialzano, come sedicenni.

Così, se innamorarsi è sempre avere 16 anni, in un certo senso, io ne ho decisamente 15 e mezzo.
Ho gli occhi a cuoricino, la voce mielosa e faccio pensieri terribilmente pucciosi, di cui mi vergogno fortemente.

Ma so – so? davvero? – delle cose in più di quando avevo 16 anni.
Per esempio che le storie così non durano mai a lungo in questo folle modo – anche se è l’unico modo in cui voglio essere innamorata – e che, se cadrò, cadrò da molto più in alto di quando avevo sedici anni.
E che ho le ossa molto più fragili di quelle di una sedicenne.

E che cadrò.
Soprattutto quello. 

E che voglio goderne ogni istante, caduta compresa.
Soprattutto questo. 

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