(altre) Fotografie

di Calexandrìs

Nella prima non ci sei.
Ci sono io che metto in borsa i migliori sorrisi e la tenerezza e la passione e la pazienza e la voglia di passare del tempo con te e la mia capacità di ascoltare e amare senza chiedere.
E potrebbe essere una borsa pesante, e invece è il solito miracolo della chimica o degli ormoni o del cuore – insomma, a seconda delle cose in cui crediamo – che rende tutto facile e leggero, anche fare, che so? parecchie centinaia di chilometri in 24 ore per sorridersi da vicino.

Nella seconda foto tu sei contro una colonna, e non mi vedi, ed è strano, perché quella che di solito non vede sono io, e invece questa volta ti vedo benissimo, e appena mi avvicino nonostante la fretta e la macchina in doppia fila io penso che sei bello, e non ti avevo mai inteso come bello, ed è una sorpresa.

La terza foto sono le nuvole rosa che accompagnano l’inizio del nostro viaggio, che mi paiono un bellissimo segno, e tu che parli mentre io ascolto: e io non ascolto mai nessuno, quindi tienine conto.

La quarta foto sono io che ti accarezzo i capelli dietro la nuca, ed è una cosa che mi pare di aver fatto dall’inizio della mia vita da donna in poi, e sorrido al pensiero di quanto tu mi sia famigliare, e di quanto mi sia facile poggiarti la mano sulla nuca, e pensare a pensieri futuri con te, anche se sono proibiti.

Nella quinta foto sto ascoltando delle voci: e io non so se tu l’hai pensato in quel modo, ma è stato un regalo, di quelli che non si possono scartare, ma che sono come portoni aperti in mura medievali, insomma.

Nella sesta foto io e te guardiamo la luna in cielo e ci stupiamo di quello che stiamo guardando, e di quanto sia bello, quello che stiamo guardando; e sapremo poco dopo che abbiamo guardato uno spettacolo rarissimo nel nostro emisfero, e sorrideremo perché istintivamente sappiamo che ci capitano cose eccezionali, per esempio come essere insieme, in quel momento; e, abbi pazienza, altro che luna.

La settima foto è la foto di un paese che sembra costruito nel nulla, ed è buio in modo quasi perfetto e ci accoglie un uomo con gli occhi buoni che ti guarda con un affetto di tale profondità che me lo fa amare immediatamente, solo perché ti ama almeno quanto ti amo io.
Vengo ignorata e scrutata e studiata a lungo, prima che mi si conceda un sorriso vero, ma, come mi hai fatto notare tu, poi vengo abbracciata al momento di andare via.
Abbracciata ed etichettata su un numero di telefono sconosciuto, che sono cose belle, anche se magari non del tutto vere.

Nell’ottava foto ci sono dei piatti, del vino e un sacco di risate.
C’è l’armonia delle cose ben riuscite, che non sono mai troppe, e quando ci sono rendono gli occhi felici.

La nona foto sono i baci, che non hanno parole per essere descritti.

La decima, sono parole, e silenzi, e sguardi.
E ogni parola, ogni silenzio e ogni sguardo vogliono dire la stessa cosa: “sono io”, “sei tu”.
E sono le uniche cose importanti.

L’undicesima foto sono io che faccio il giro delle stanze per controllare di non aver lasciato niente.
E anche se apparentemente mi riporto a casa tutto, in realtà so bene, sento bene e profondamente, che in qualche angolo della tua casa piena di finestre ho lasciato dei pezzi invisibili di me che non potrò recuperare; e spero che non mi manchino, o almeno non troppo, per vivere la mia vita normale.

La dodicesima foto è venuta male: un arrivederci frettoloso e infastidito da un’interruzione maleducata, che però ha il compito di non farmi salire l’acqua agli occhi (come direbbe l’ultimo elfo, anche se tu non sai chi è perché non leggi il fantasy) e di non farmi pensare troppo a una cosa – immensa e bellissima – che tu hai detto poco prima.
Così posso far finta di dimenticarmene, anche se – lo sappiamo, su – non me ne dimenticherò davvero mai.

L’ultima foto sono io che cerco di ricomporre il puzzle che sono, di darmi una parvenza di normalità.
Cerco di spegnere le urla dell’anima risvegliata per ricordarmi che la vita è fatta di spese alla Coop, principalmente, e non di sogni; figurati quelli impossibili.
E mentre sono lì che faccio i conti della cose da nascondere, mi viene da alzare una preghiera a qualunque dio che passi sulla tratta ad alta velocità chiedendo che tu non sia solo qualcuno che ha il potere di rivoltarmi come un calzino.

Ma poi, anche fosse, sorrido pensando che il momento è perfetto; e il resto – sinceramente – non conta nulla.

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