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Mese: marzo, 2012

Poi

Poi, in mezzo all’ansia la paura l’eccitazione i dubbi i sensi di colpa la smania la fame, improvvisamente, sento la tua voce.

La voce di te, che hai molto amato e molto sei stato ferito.
Che sei stato tradito, profondamente.

E sento addosso, sulla pelle, tutto il dolore la delusione la disillusione la rabbia il senso di ingiustizia che provi tu.

E per un attimo mi rendo conto dell’enormità del tuo male e delle tue ferite, che di solito nascondi così bene.

E mi gira la testa, a pensarla, la tua vita calpestata da chi amavi.
Da chi amavi così tanto.

E ogni cosa torna al suo posto, e mi scompaiono le domande i dubbi le perplessità e la reticenza.

E sono contenta di essere qui per te con questo amore imperfetto ma puro, senza pretese.

Ehi, tu.
Vieni qui, dammi la mano e sorridiamo insieme per questo pezzo di strada.

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Delle attese

La prima volta era l’eccitazione di fare una cosa folle.
L’incredulità di avere di nuovo fatto una cosa folle: correre in un posto sconosciuto a incontrare uno sconosciuto.
E il sorriso largo sul viso perché stavo andando ad aprire il regalo del mio 2011.

La seconda volta era il timore che fosse un sogno, una fantasia.
Qualcosa che svanisse all’alba.
Il terrore che all’ultimo la follia non si potesse fare, che il treno venisse cancellato per la nevicata del secolo.
La preoccupazione di cosa potessi sentire, tu, ad avermi in mezzo ai piedi per così tante ore.

La terza volta era la certezza di finirti tra le braccia, l’agitazione per conoscere una persona della tua vita che fosse importante per te.
La sensazione di far parte di te, che il tuo odore mi si fosse attaccato addosso di modo che lo riconoscerei ovunque al mondo.

La quarta volta è stata l’ansia inspiegabile.
L’ansia di vederti lì davanti alla stazione.
L’ansia di correrti incontro e di stringerti e di farmi stringere.
La fretta.
La smania.

Questa volta è paura.
Paura di non piacerti.
Paura che conoscendomi di più, più a fondo, meglio, tu stia compilando la lista delle cose che non vanno, e che sono cose che ho, e non posso non avere.

Paura perché sento di averti.
E appena sento di avere davvero una cosa allora comincio ad avere paura di perderla.
Paura perché sei uno dei miei buoni cinque motivi per alzarmi la mattina; e qualche volta sei due, dei miei buoni cinque motivi per alzarmi la mattina.
E, capisci, questa è una cosa che conta.

Paura di non essere all’altezza, di deluderti, di essere rifiutata.

E so che la paura va ricacciata con forza, senza aspettare che monti, con un pensiero felice, grande.

E così penso alle tue mani, al tuo sguardo.
Penso che faremo un sacco l’amore, ne sono sicura, e che rideremo tanto, e che non ci basterà.
E che parleremo ancora tanto, e che programmeremo altri appuntamenti, e altre corse, e altre cose da condividere, e altri ostacoli da superare, e altri sogni da sognare.

E il fatto di averla, questa paura, che è la prima volta che ce l’ho, con te, sul serio, ti dà la misura di quanto spazio tu abbia in questo cuore, in questa vita.

Dell’andarsene, P.S.

E non ho intenzione di andarmene, no.

Perché in fondo, qui, ho desideri così grandi per me e te, che non li esprimo neanche, tanta è la scaramanzia.

Dell’andarsene

Così, oggi, a un tratto, in mezzo ad altro, mi dici “non andartene”.

E io ho risposto “no”.

E dietro a questo no c’è come sono io, che non me ne vado mai.
O solo quando è troppo tardi.

Perché vedo arrivare il treno in corsa e sto ferma, e lo guardo, e so che non mi scanserò, perché il treno fa parte della vita, anche se fa male.

Perché non chiudo le porte ma le socchiudo.

Perché me ne vado soltanto quando sono rimaste soltanto le macerie, e parte di quelle macerie sono sempre pezzi di me.
Perché so quanti no posso reggere.
Perché so quanto amore ho dentro e di quanto tempo ha bisogno per esaurirsi.
Perché se c’è anche soltanto un piccolo pezzo di speranza, una piccola illusione, una microscopica possibilità, io resto.

Perché se c’è bisogno di me io resto.

Perché fino all’ultimo minuto, finché c’è qualcosa da costruire, io rimango.
E molto dopo, anche quando non c’è più niente da costruire, ma soltanto cose da distruggere.

Resto finché la bilancia non si spezza – e si è sempre spezzata.

Allora, quando la bilancia si spezza – quando i quadri, direbbe Baricco, cadono senza preavviso – soltanto allora io me ne vado.
Me ne vado per sopravvivere, e infatti sono sopravvissuta un sacco di volte a crudeltà, dolori, tradimenti immensi.

Allora, solo allora, me ne vado.
E allora, solo allora, non ci sarà parola al mondo che possa fermarmi.

 

Assedi

Della storia, delle guerre, le cose che ho amato di meno sono stati gli assedi.

Sarà perché per assediare una città ci vanno crudeltà e pazienza.
E io sono una che si annoia subito.

Poi perché gli assedi vincenti richiedono doti che non possiedo.
La strategia, la pianificazione, la capacità di aspettare; e io sono una che vuole tutto.
E subito.

Poi, sono convinta che più di un assedio, sia meglio un banchetto.
Io prendo te, città affamata, e ti preparo sotto gli occhi un banchetto; e tu sai che il banchetto è fatto di tante cose, e che se le vuoi sono lì.
Basta che tu apra le porte.
Puoi non volerle, e va bene così: io ho sprecato un banchetto, ma nessuno si è fatto troppo male.
E, soprattutto, nessuno ha perso troppo tempo.

L’inganno dell’assedio, poi, è dietro l’angolo.
Dietro la prima cinta muraria, facile da espugnare, perché grande e debole, c’è un secondo giro di mura in cui sono protetti i cittadini più importanti.
Qui la pazienza – anni, chissà – può ancora dare i suoi frutti.

Ma non è conquistanto la seconda cinta di mura che si conquista una città.

Bisogna prendere il mastio.

E il mastio è inespugnabile.
Lì ci sono i tesori della città.
Lì ci sono persone insensibili alle grida di dolore dei maschi primogeniti sfracellati contro le mura, come faceva Alessandro.

E io non sono Alessandro.

Io dico che se hai un mastio, se hai un tesoro prezioso non condivisibile, se hai una stanza inarrivabile, se hai uno scrigno inviolabile, allora è bene che tu te lo tenga stretto.

E guardando alle mie spalle la città da cui mi allontano, mi ricordo che Lao Tsu da qualche parte scriveva che i grandi generali sono quelli che vincono senza combattere.

Per sempre (finché dura)

Così ieri mi hai parlato del per sempre, della delusione di averlo promesso senza poterlo mantenere, della paura che rimane, quando si rompono le promesse. 

Del dolore che ci è stato inferto da chi ci ha tradito e deluso. 

E io che ascolto e taccio, perché io l’ho infranta una promessa che diceva per sempre. E ho infranto un giuramento, anche; e ci ho quasi perso la vita. E insomma, lo so com’è. 

O almeno, so com’è essere dalla parte di quelli che sbagliano, e non possono più guardarsi allo specchio, dopo, e non è un granché, anche anni dopo, sapere che si può essere traditori e bugiardi e non sentirsi in colpa. 

Farsi schifo, insomma. 

Così mi chiedi di non fare promesse o programmi, e io sono d’accordo. 

Ma mi chiedi anche che non sia mai pesante o difficile; e a questo non posso rispondere, perché so che ci saranno i mal di testa, e le mie paturnie, e a volte le mie malinconie, e le mie paure, che ricaccio indietro con lo scudo, ma non ci riesco mica sempre. 

Così l’unica cosa che ti prometto è che cercherò di non avere bisogno di te.

E che ti amerò finché ti amerò.

Miopia

Questo è un post sulla miopia, quella d’amore.

Quella cosa per cui quando sono innamorata tutto resta sullo sfondo, come non fosse necessario alla vita.
Così mangio poco, o mangio schifezze immani, dormo poco, lavoro a rilento.
Ho un pacco di compiti da correggere da tre settimane, ma poi, che ne so, magari capita che mi chiami, e le ore scivolano via in mezzo alle parole, e non ci sono compiti e lezioni e impegni e bollette importanti quanto te, e stare a sentire come racconti, e come arroti la erre, e niente, scompare tutto.

Insieme al tutto scompaiono gli scrupoli, la morale comune, il comune senso del pudore, le attenzioni per la mia casa, il mio gatto, le persone che mi amano.
Tutto risucchiato via dal fatto che l’unica cosa lucida e chiara e che vedo sei tu.
Perché io sono miope – miope ed eccessiva – e quando mi innamoro non vedo altro.

Così studio i tuoi particolari, come ti muovi, come sorridi, come sbuffi, come muovi le dita, come ti cambia la voce che diventa profonda quando sei stanco, e mi perdo il quadro generale, che, per esempio, non so se c’è qualche guerra in corso nel mondo, e la politica è stata superata dai miei sogni, che sono più interessanti.
E faccio un pieno a settimana, ma non so mica quanto costa il gasolio.
Perché non è che avanzi molto del resto.

E così cerco di farmi discorsi razionali, che mi vengono benissimo, sentissi, che di solito funzionano poco per anni interi, e poi tutto a un tratto ammazzano la storia d’amore più infuocata, quando invece sarebbe bene farla bruciare.
Mi dico che è la lontananza, il desiderio, quella cosa che gli amori impossibili non finiscono mai, e cerco di convincermi che è un amore impossibile e di vivermi il pathos con la letteratura senza fare casini con le carte che ho.
Ma poi controllo treni, compro biglietti, penso che ti voglio come amico, amante, compagno di giochi, compagno di viaggio, e su questa parola viaggio ci metto i viaggi che ami tu e il viaggio quello metaforico della vita, che lo spiego ogni anno, la poesia, e tutte queste menate; e mi viene da sussurrare per sempre, io che so che il per sempre non esiste, perché di solito lo ammazzo prima dissacrandolo con il mio cinismo che non mi fa godere niente; e invece con te mi emoziono anche solo a prendere il treno, e non riesco a dissacrarlo, questo amore.

E poi mi sorprendo a commuovermi in mille modi, e penso che se la vita mi avesse riservato dei figli, allora avrei voluto che il loro padre fosse come te, e questo è il pensiero più spaventoso di tutti, perché posso cacciarti a furia di cinismo da ogni pensiero condito di cuoricini, ma questa cosa è così enorme che non riesco a dissacrarla in nessun modo,e mi scopro a pensare che è un peccato che io non voglia figli.
Ed è una benedizione – e alzo gli occhi al cielo ringraziando gli dei – che io non ne abbia, perché una madre che perde di vista l’intero universo dietro a un amore è bene che non faccia almeno danni genetici.

Così tengo gli occhi fissi sulla palla, non faccio pensieri più lunghi del prossimo giorno in cui ci vediamo, mi costringo a non sognare, a non programmare, a non aspettarmi nulla.
Mi costringo a immaginare – anche – che tu possa stancarti di me, della mia debolezza, della mia incapacità di darci un taglio, qui; mi aspetto di sentire il tuo fastidio perché sono una donna che ha scambiato un piccolo amore (e lo sapevo che era un piccolo amore, mannaggiamme) per un progetto, e adesso non sa come deludere ferire e uccidere il piccolo amore, e così sto qui con i fili in mano e non so che cosa sto tessendo.

E io spero che non ti stanchi – o almeno non troppo presto – di questa donna miope ed eccessiva.
O che tu lo faccia subito, prima che io ci creda completamente.

Perché, dopo tutte queste parole, e scrupoli, e un sacco di giri di valzer in cui dico no no e no, io ci credo.
Sei avvertito.

Cose che a una certa età

Dopo una certa età certe cose andrebbero evitate, su.

Tipo innamorarsi come a quindici anni.
Perché uno a quindici anni ha il cuore giusto, e le spalle giuste, capaci di scrollarsi, e andare avanti.
Uno, banalmente, ha tutta la vita davanti, ed è una gran forza.
Uno, poi, è vergine; vergine di cuore.
E si suppone che la persona di cui ci si innamora sia vergine di cuore, anche lei.
E non è un vantaggio da sottovalutare.

Poi bisognerebbe smettere di credere a Babbo Natale, la fatina dei denti, e i Principi azzurri.
Sono personaggi di fantasia; tutti ne parlano, ma qualcuno li ha mai visti?

Poi bisognerebbe mettersi in testa che le persone possono cambiare, sì.
Ma che lo fanno solo se messe alle strette, o per sopravvivere.
Raramente per amore, insomma. E non è una considerazione da poco.

Dopo una certa età, poi, bisogna smettere di credere alla “persona giusta”: bisogna esserlo, una volta tanto, la persona giusta.
Quella che starà con te ogni minuto di ogni giorno di ogni anno fino all’ultimo.
E se non sei la persona giusta per te stesso, allora hai un problema.
E grosso, per altro.

Dopo una certa età, poi, occorre tenere conto che non è tutto possibile.
Perché mancano le forze, il tempo, il coraggio.
Perché viaggiamo con zavorre di ricordi, promesse, impegni.
Perché rinunciare è difficile.
Perché ricominciare richiede ottimismo (e Babbo Natale, o un altro dei personaggi immaginari della nostra fantasia).

Dopo una certa età, forse, bisognerebbe imparare a guardare la vita con equilibrio e disillusione.
Accontentarsi di quello che passano le giornate banalmente tutte uguali.
Stirare la biancheria, che non basta, ma aiuta.
Pensare a vacanze tranquille.
Cucinare, come atto d’amore e di cura, soprattutto nei confronti di se stessi.
Non controllare compulsivamente il telefono, o l’e-mail.
Fare sogni piccoli, ma possibili.
Cercare di invecchiare bene, che non è facile.
Cercare di non invecchiare troppo, che è difficile, ma un po’ sì, perché alla fine non si può restare adolescenti per sempre.
Tenere i piedi per terra.

Io, ecco, non credo che avrò mai l’età giusta.

Le cose che cambiano

Io amo vedere le cose che cambiano, e le persone.

Amo i cambiamenti, pur avendone una gran paura, come tutti.
Ma la vita mi ha insegnato che si cambia quando è ora, quando c’è l’occasione, quando ce n’è – anche e soprattutto – necessità.

Ecco.

Tu sei cambiato.

Non lo vedi, perché sei dentro a questo cambiamento, e quasi non te ne accorgi.
Poi, a esser precisi i cambimenti interiori lasciano tracce piccolissime, e bisogna esser bravi a vederle.

Io, immodestamente, le vedo.

La prima volta che ti ho visto avevi con te un bagaglio di pregiudizi che non finiva più.
Avevi porte serrate e catenacci con mille chiavi.
Avevi deciso che il tuo cuore se ne era andato in soffitta, e che avresti fatto uscire, all’occorrenza, soltanto il necessario istinto maschile.
Il cuore, quello, era appannaggio completo di un altro pezzo della tua vita.

Avevi deciso che le persone fanno le cose soltanto per un loro tornaconto personale.
Che non sono generose.
Che mentono per accalappiarti.
Che hanno sempre bisogno di qualcosa: della tua attenzione, nella fattispecie.
Attenzioni che tu non potevi né volevi più elargire.

Tra queste, avevi deciso, le donne sono le peggiori.
Esseri dipendenti, incapaci di autonomia, incapaci di progetti propri.
Pronte a fingere di essere quello che vuoi, per poi presentarti il conto.
Esseri, dicevi, con cui non si può avere una relazione – ed eri allergico alla parola relazione, per altro – perché ti si attaccano, e ti soffocano.
Esseri – soprattutto – che avevano la tendenza a innamorarsi.
E tu – innamorato – mai più.

La prima volta che ti ho visto, quindi, già stavi facendo un’eccezione, per me, tipo che volevi abbracciarmi.
Ma l’eccezione era già finita.
Di certe cose non si parla, certe parole non si usano, e soprattutto, per favore non innamorarti di me.

In questo muro, vidi una sola crepa, mentre eravamo seduti al tavolo della tua cucina.
Te ne parlai mille volte, di quella crepa, di quello sguardo.
Mi arruffai tutta non appena la vidi, perché stavi giocando su un piano diverso, scorretto: e io dico va bene non mi innamoro di te, ma se mi guardi in quel modo, con tutta quella tenerezza – porco il mondo dico io – allora dietro le spine ci sono delle cose.
E non volevo nemmeno incontrarle, quelle cose.

Eppure, un paio di giorni dopo eravamo ancora lì, a parlare, a dirci delle cose, soprattutto a dirci di quanto fossimo stati bene – peccato che non si potrà rifare, e bla bla.

E io, ad aspettare.
Per prima cosa ad aspettare che qualcuno ti dicesse che stavi bene.
Poi, anche, che te ne accorgessi.

Non te ne ricordi, ma sono successe entrambe le cose.

Poi è stato il momento di accogliermi in casa tua, e lì hai buttato avanti la tua claustrofobia, i tuoi spazi, l’impossibilità di dormire con qualcuno.
Ci abbiamo riso un sacco, ma tu hai sentito che ero pronta al divano.

Invece poi abbiamo dormito insieme, e ci siamo svegliati insieme.
E abbiamo fatto delle cose insieme.
Tipo ascoltare della musica, o parlare, o stare zitti a leggere una rivista, insieme.
In spazi stretti, anche.
E, dici tu, della tua claustrofobia non si è ancora avuta traccia.

Poi è toccato alle parole.
Che usi parole che non usavi più da tanto.
E che ne usi anche che non hai mai usato.
Che usi parole al futuro.
Che fai progetti – al futuro – che poi ti dimentichi, ma almeno per un attimo li hai pensati.
Che mi dici delle cose – al futuro – che poi dimentichi, ma le hai dette.
E dici il mio nome, in questo presente, e non è poco.

E in tutto questo tu sei ancora ferito, e pieno di rabbia per tutta l’ingratitudine che ti ha seppellito mentre vivevi una vita che non amavi, e lo facevi per amore.
E ancora hai un sacco di paura.
E ancora hai un sacco di resistente.
E ancora hai un sacco di idiosincrasie.

Ma negli occhi hai dei verbi al futuro, e sulle labbra hai un sorriso d’amore, che non vedi, perché quando mi sorridi davanti a te ci sono io, non uno specchio.
E i tuoi occhi non chiudono più le porte quando ti guardo.
E questo, questo soprattutto, è il segno che sei cambiato.
Che la tua vita è ancora difficile – e quanto – ma che tu sopravviverai, come dicevo io, e ancora nemmeno ti avevo visto una volta.

E non è importante che tutte le cose che ho scritto riguardino me.
Perché è molto più importante che riguardino te.
Perché io posso essere dimenticata, e lasciata indietro, ma questo – quello che è cambiato, quello che è rinato in te – questo rimarrà con te.

Perché non bisogna avere paura di aprire il cuore.
Perché il cuore è più grande del nostro piccolo cervello che pensa di poter tenere sotto controllo tutto, quando invece non si ha il controllo di nulla, su, te lo dice un qualunque maestro New Age di ultima categoria.
Solo, bisogna fidarsi.
Fidarsi di se stessi, e affidarsi a chi ci ama.
E tu provi a farlo, e si vede, e si sente, fino qui.

E quindi, Tu, sei cambiato, sì.
E questa mi pare la più bella notizia del tuo anno.

Quaresima

Il primo giorno della mia Quaresima inizia con il corpo indolenzito, che sorride.

Ancora incredula e stordita da tanta gioia, non riesco davvero a capacitarmi della distanza che ci separa, e che andrà mangiata un boccone alla volta, un giorno alla volta.

Eppure, saggiamente – come se io fossi davvero in grado di fare cose sagge, eh? – mi dico le cose giuste, convinta che alla lunga, a furia di dirle, le cose sagge, diventerò brava abbastanza da pensarle, anche.
E crederle.

La cosa saggia del giorno, quindi, è che questa Quaresima di lontananza porterà – come ogni Quaresima – alla Pasqua, alla festa.
E non c’è niente di meglio della festa, per la quale nessuna attesa è troppa.

Poi, pensandoci meglio, mi ricordo le cose che ho imparato su quello che mi hanno insegnato chiamarsi “respirare fuori”.
La consapevolezza, soprattutto, che soltanto la lontananza mette alla prova il desidero.
E che per sentire la mancanza la lontananza è necessaria.

Così mi propongo di far passare questi quaranta giorni coltivando la certezza che saranno proprio la cosa migliore.
Che mi faranno capire – che ti faranno capire, anche, soprattutto – quale spazio c’è nelle nostre vite per l’altro.
Quale angolo, quale ritaglio, quale stanza.

E dato che quaranta giorni sono tanti, le risposte potranno essere importanti, e soprattutto potranno essere vere.

Potremmo capire quanto questo gioco bellissimo a cui abbiamo dato delle etichette importantissime sia un gioco vero, un gioco serio.
Quanto delle nostre anime ci siamo scambiati.
Quanto delle nostre vite abbiamo condiviso insieme ai sospiri, ai baci, alla pelle.

E, se i nostri spazi si riducessero – e so che non lo vogliamo, non oggi, non adesso, almeno – allora la nostra Quaresima è la cosa migliore che ci possa capitare, perché ci porterebbe a scivolarci lontani senza fatica, senza dolore, quasi.

Così mi attrezzo ricacciando indietro le lacrime e il magone, e il nodo allo stomaco che sento, forte, da ieri sera se penso i pensieri sbagliati, e mi propongo di allenarmi, di passare tutta la musica sul computer, di scaricare un sacco di ebook, di leggere tanto, di ricominciare a studiare le cose che voglio studiare e che rimando sempre.

Insomma, nell’attesa di te, dell’amore, di scoprire se avremo ancora il desiderio di stare vicini dopo tanta lontananza (e io so rispondere a questa domanda, ma non so di te; o almeno, cerco di non aspettarmi niente, perché non reggerei la delusione, diciamolo), tiro fuori i denti e le unghie ed esco a vivere la mia vita, che ha bisogno di cure, come tutte le vite.

E mi dico – giocando a fare la saggia buddista che non sono – che se questo amore è una primula verrà uccisa dalla prima pioggia, e non sarà una grande perdita, perché le primule sono bellissime, ma, lo sanno tutti, sono fiori su cui non fare affidamento, perché preannunciano la primavera al primo sole, e non hanno pazienza di aspettare che la primavera sia vera.

E che se invece questo amore è – che so? – una pianta di rosmarino, allora non saranno quaranta giorni a ucciderlo.
E, soprattutto, potrà riempire le nostre vite di un profumo buonissimo.