Assedi

di Calexandrìs

Della storia, delle guerre, le cose che ho amato di meno sono stati gli assedi.

Sarà perché per assediare una città ci vanno crudeltà e pazienza.
E io sono una che si annoia subito.

Poi perché gli assedi vincenti richiedono doti che non possiedo.
La strategia, la pianificazione, la capacità di aspettare; e io sono una che vuole tutto.
E subito.

Poi, sono convinta che più di un assedio, sia meglio un banchetto.
Io prendo te, città affamata, e ti preparo sotto gli occhi un banchetto; e tu sai che il banchetto è fatto di tante cose, e che se le vuoi sono lì.
Basta che tu apra le porte.
Puoi non volerle, e va bene così: io ho sprecato un banchetto, ma nessuno si è fatto troppo male.
E, soprattutto, nessuno ha perso troppo tempo.

L’inganno dell’assedio, poi, è dietro l’angolo.
Dietro la prima cinta muraria, facile da espugnare, perché grande e debole, c’è un secondo giro di mura in cui sono protetti i cittadini più importanti.
Qui la pazienza – anni, chissà – può ancora dare i suoi frutti.

Ma non è conquistanto la seconda cinta di mura che si conquista una città.

Bisogna prendere il mastio.

E il mastio è inespugnabile.
Lì ci sono i tesori della città.
Lì ci sono persone insensibili alle grida di dolore dei maschi primogeniti sfracellati contro le mura, come faceva Alessandro.

E io non sono Alessandro.

Io dico che se hai un mastio, se hai un tesoro prezioso non condivisibile, se hai una stanza inarrivabile, se hai uno scrigno inviolabile, allora è bene che tu te lo tenga stretto.

E guardando alle mie spalle la città da cui mi allontano, mi ricordo che Lao Tsu da qualche parte scriveva che i grandi generali sono quelli che vincono senza combattere.

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