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Mese: aprile, 2012

I confini [edit: il font è quello sbagliato e non riesco a modificarlo]

È che come al solito quando sono stanca divento triste.

E quando sono triste divento incauta. 

Così ieri passeggiando su e giù per le vie del borgo mi guardavo intorno e dicevo delle cose. 
Ed erano cose belle. O comunque erano belle per me. 

Poi, io non so come o perché, ma ho messo il piede nel posto sbagliato, e ho pronunciato la parola sbagliata, che sono cose che non si fanno, ma uno non può fare sempre attenzione a tutto. 
O almeno, non sempre. 
O forse uno non dovrebbe nemmeno, fare attenzione a tutto; ma questo è come al solito un altro discorso. 

Insomma, giusto o sbagliato, è successo. 
E mi sono trovata fuori. 

Ora, io dico, posso promettere di fare più attenzione. 
Posso fare attenzione a quello che dico alle cose che tocco a dove metto i piedi a stare al mio posto. 
E lo faccio, di solito. 
Anzi, lo faccio quasi sempre. 
Per rispetto, per abitudine, per amore. 

Ma se deve essere un gioco di equilibrio, un gioco di prestigio, o la passeggiata di un funambolo, perché non lo chiamiamo con il suo nome e non smettiamo di scomodare le parole grandi?
A me va bene anche la passeggiata di un funambolo, capisci. 
Ma devo saperlo prima, perché sul filo teso tra due palazzi non si mettono scarpe con i tacchi.
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Le spine, i ricci, l’appartenenza (II parte)

 

Appartenersi è una cosa meravigliosa e terribile. 
Quando ci si ama si tende un filo che ci lega uno all’altro, un filo fatto di progetti di futuro di per sempre. 
E sul filo scorrono pensieri d’amore, benedizioni, sogni. 
 
Poi, quando non ci si ama più, qualche volta si dimentica di tagliare il filo, e su di esso scorrono pensieri maligni e maledizioni. 
 
E così la bellezza di appartenere a qualcuno diviene la maledizione di essere prigioniero, di qualcuno. 
Che è prigioniero a sua volta, perché il filo ha due capi, e ogni capo lega, indifferentemente. 
 
Per liberarsi occorre forza, tempo, pazienza.
Crudeltà, anche. 
Soprattutto verso il noi che siamo stati e che non siamo più, che dobbiamo lasciare indietro. 
Separare il nostro destino da chi tiene il nostro cappio, qualunque sia il prezzo, perché è della nostra libertà che si tratta, e la nostra libertà è l’unico argomento su cui non possiamo scherzare. 
 
Ma appartenersi resta bellissimo, e non va dimenticato, perché appartenersi è un modo di amarsi, anche se fa male, a volte. 
 
Così io sento passare sul filo che ci lega il tuo dolore il tuo senso di giustizia distrutto la tua stanchezza la tua disillusione la tua disperazione, a volte. 
E sento tutto questo come se succedesse a me; sento le spine che ti feriscono e sono le mie; e vengo respinta dal tuo dolore e dalle tue, di spine. 
 
Ma io che sono da questa parte del filo, che è un filo d’amore e basta, non un filo fatto di obblighi ma un filo fatto di libertà, tengo con delicatezza il mio capo, e penso solo pensieri rosa e azzurri, pensieri che facciano bene, pensieri coraggiosi. 
 
 Insomma, tengo il filo e ti aspetto. 
Torna da me. 

Lo ieri prima di ieri

Che a dirla tutta, se oggi sono in piedi, anche se a stento, se riesco a scrivere, a mangiare, a pensare di uscire stasera e di andare a lavorare domani è per via di ieri.
O almeno; dello ieri prima di ieri.

Ieri prima di ieri è stato un giorno perfetto.

Un giorno di sguardi e baci e fame e sorrisi e risate e silenzio e parole e passione e mani e pelle e idee e progetti e futuro.

Un giorno d’amore pieno in un mondo perfetto, che sta tutto in una casa ma pensa il mondo – grande – là fuori.

Un giorno che è il sesto giorno, e che vuole essere il sesto di molti, perché sembra che entrambi si vogliano più giorni dopo questo sesto.
O, almeno, abbastanza giorni per smettere di contarli.

E anche solo il pensiero, che ieri ci sia stato un momento così perfetto che sentivo il mio silenzio toccare il tuo senza sentirmi in imbarazzo o sentirmi messa alla prova.
E anche solo il miracolo che dopo le cose dette tu possa tagliare il pane per me dall’altro lato del tavolo e improvvisamente siano caduti i giochi i ruoli le maschere e restiamo noi, davvero nudi, senza rappresentarci all’altro e che riusciamo a esserne felici.
E anche solo il miracolo di riuscire a parlare degli incastri possibili delle nostre vita – incastri grossi impegnativi e che richiedono tempi e strategie e modi che ancora non sappiamo quali saranno.

Anche solo questo mi basta per vedere le macerie che ho qui intorno e immaginare quando ci ricostruirò sopra qualcosa, anche se al momento sembra di non poterci costruire sopra niente su tutte le illusioni svelate e su tutte le promesse mancate.

E anche solo il fatto che oggi, dopo la parte di ieri che è venuta dopo il nostro ieri, io ascolti le tue parole, che sono le parole che sempre gli innamorati si dicono, e io possa fidarmi, credere che tu sia sincero, e che soprattutto tu sia consapevole che dici parole grandi, e che io ci creda, alle parole grandi, anche se ne ho viste di grandissime essere frantumate dall’egoismo l’abitudine e la cattiveria gratuita di un’altra persona, questo è un grande dono.

E di questo regalo, Tu, ti ringrazio.

 

Elenchi

Ho preso un foglio e l’ho diviso in colonne.

Ci ho messo Sogni, Illusioni, Bugie pietose, Cose che mi racconto, Immagini mentali, Autogiustificazioni, Giustificazioni, Verità che faccio finta di non vedere e Realtà.

Minchia, che male.

Delle diete, più o meno

Stamattina guidavo pensando al più e al meno.
Anzi.
Pensavo al più.
Ai chili in più.

I miei primi chili in più, quelli seri, risalgono al 1997, uno dei miei anni terribili.

Era morta mia madre, da poco.
Mio padre mi utilizzava alla stregua di una cameriera.
Ero inchiodata in una vita che non volevo.
Dovevo fare la spesa tenere la casa, studiare, lavorare.

Il mio dolore per la morte di mia madre non era stato contemplato. Io ero quella forte, quella giovane, quella che aveva dei doveri.

Ricordo quella primavera, costellata da incubi notturni, 17 ore di sonno quasi tutte con il sole in cielo; e la Nutella. La Nutella era l’unico motivo per cui mi alzavo, a voler essere precisi.

Ingrassai un poco.

Poi toccò al fallimento del mio matrimonio, in cui non trovai mai il mio posto; ingrassai un poco.
Poi feci l’amante, in cui, come si dice nei pessimi romanzi rosa, dovevo accontentarmi delle briciole.
Ingrassai un poco.

Poi ebbi un’altra relazione a spizzichi e bocconi.
Qualche fine settimana, qualche giorno in estate, o a cavallo di Capodanno.
Cose così.
Ingrassai un poco.

E a ogni relazione, io pretendevo sempre meno.
Meno telefonate, meno tempo, meno spazio.
E mi veniva dato sempre meno spazio; e io mi adattavo.

Mi adattavo e ingrassavo un poco.
Come se l’unico spazio possibile fosse quello che occupavo con il corpo.

Da allora sono dimagrita sempre solo da innamorata.
Quando ancora credo alla favola, tipo vivremo insieme felici e contenti, la casa, il giardino, i bambini, il cane; insomma, tutto l’armamentario delle principesse Disney, con i danni che hanno fatto, maledette loro.

Poi, quando i fuochi si calmano, e diventano storie, o provano a diventarlo, di nuovo scopro che l’uomo di cui osno innamorata è un uomo ingombrante, che ha bisogno di spazio.
E tutto questo andrebbe bene, mica dico di no.
Il problema è che spesso lo spazio non lo ha, di suo.
E lo toglie.
A me.

Così io mi rimpicciolisco, dentro.
L’anima si piega in mille piegoline, si rintana negli angoli lasciati liberi, si accuccia per non dar fastidio.

Per non dare fastidio, ecco.

Per non dare fastidio cerco di non occupare spazio; stipo le mie borse e le mie scarpe; non scelgo la pizza; non scelgo il film da andare a vedere al cinema; non scelgo gli amici.
Non scelgo.

Scappo, quando soffoco troppo, e scappo a teatro, dove posso far finta di esser grande, perché il palco e il teatro sono generosi.
Scappo a scuola, dove lo spazio me lo guadagno, un centimetro alla volta, una lezione alla volta.

E mangio.
Mangio per sentire.
Mangio per sentirmi.
Mangio per esistere.

Dato che non posso mangiare l’amore che non mi viene dato, lo spazio che non mi viene concesso, l’attenzione che non mi viene accordata, mangio cibo.

Ecco, cosa ho scoperto oggi.

Ora devo soltanto scoprire il modo per mangiarmi la mia vita.
Per trovare un cibo che mi nutra, senza farmi male.

Estemporaneo

Ci penso, tutto a un tratto, tra la fatica di alzarmi e quella di indossare una maschera che contenga un sorriso.

Ci penso, che tutto è andato diversamente da come avevo pensato e progettato.

Che tutto è andato peggio, di come avevo pensato e progettato.

E penso che sono felice ugualmente, perché il premio di questo peggio, il premio di questo disastro, sei tu.

Gli uomini che amo

In te amo quello che chiamo per nome, che mi fa tremare il cuore, a volte, ma che a volte semplicemente mi fa ridere o mi prende in giro, o mi racconta.

Amo in te quel nome che non ho mai considerato prima, e che mi narra dei suoi viaggi. E ogni viaggio raccontato mi fa strizzare lo stomaco per non esserci stata sempre, nella tua vita, perché vorrei esserci stata sempre, che è un desiderio grande e impossibile, lo so, ma è lì, da qualche parte.

In te amo quello che chiamo per cognome, che è il mio modo di fare la prof, di prenderti in giro, di ridere di te, di noi. Che è quello con cui gioco, e piace a entrambi giocare, siamo fortunati, tanto.

In te amo l’uomo che chiamo uomo, che posso solo immaginare e che non ho mai visto, e che magari mai vedrò, ma quell’uomo, che dovrebbe quanto meno avere la maiuscola, quello lo immagino benissimo. E quello che immagino mi piace. Quello che so, che mi racconti, che immagino di te, Uomo, io lo amo di un amore viscerale e inspiegabile, su cui nemmeno sto a spendere parole perché non ci sono parole sufficienti.

O almeno, io non le conosco.

In te amo quello che chiamo fidanzato, che è un gioco che vorrei che diventasse vero, e magari presto. Magari anche subito.

In te amo quello che chiamo con il pronome possessivo, perché ha aperto porte di me che nemmeno sapevo esistessero, e abita le mie stanze più segrete con un sorriso leggero che mi fa impazzire.

In te amo te, e mi sembra un miracolo.

Le spine, i ricci, l’appartenenza (I parte)

Appartenersi è una cosa terribile e meravigliosa.

Una cosa per cui io sento le tue spine da qualche parte, nel corpo.

Promesse

E non so bene come, ma stamattina mi sono svegliata con la luce dentro accesa, e allora mi sono ricordata che cosa vuol dire, per me, amare. 

E dopo giorni blu, inanellati uno dopo l’altro come le perle di vetro di una brutta collana, è uscito il sole. 

E con il sole, una promessa. 

Da questa parte del filo rosso che ci lega, troverai sempre risate e sorrisi e occhi sereni. Ed energia buona. E coraggio. E qualcuno di cui non dovrai occuparti o preoccuparti. 

Qualcuno che cammina sulle proprie gambe con lo sguardo alla meta e il sole sfacciatamente in faccia. Qualcuno che sa rialzarsi quando cade. Qualcuno che è messo qui per dare, non per prendere. 

Quindi, Tu, che sento stanco e senza sorrisi, vieni qui e fatti abbracciare. 

La tua donna è qui, per te. Insieme possiamo arrivare ovunque.

Fragmenta

Oggi mi hanno detto che una cosa che non doveva essere non è stata, e c’è da essere contenti, insomma.
Anche se.
Ma è un anche se da bambini, quindi si lascia qui giù, si mette in n angolo e via.

Oggi c’è stato un momento di grandi stelle e sorrisi al mondo e alla vita, e non è durato molto.
Ma ci lavoriamo, a partire da domani; da oggi, addirittura.

Oggi ho in testa parole che mi ubriacano, e un’esigenza spaventosa di dirle scriverle urlarle tatuarmele addosso.
E le butto qui dentro, scomposte e scompigliate, che non si sa mai, che servano, prima o poi.

Oggi è stata una giornata faticosa e blu.

Oggi ho fatto finta che questi giorni non abbiano senso soltanto perché tra dieci giorni c’è il 21.
Ma è quello che penso, che aprile ha senso per il 21.

Devo provare a respirare, a meditare.
A fermarmi, a centrarmi.
A tornare a me, se riesco.

Ma è tutto così grande, qui dentro, Tu…