I confini [edit: il font è quello sbagliato e non riesco a modificarlo]

di Calexandrìs

È che come al solito quando sono stanca divento triste.

E quando sono triste divento incauta. 

Così ieri passeggiando su e giù per le vie del borgo mi guardavo intorno e dicevo delle cose. 
Ed erano cose belle. O comunque erano belle per me. 

Poi, io non so come o perché, ma ho messo il piede nel posto sbagliato, e ho pronunciato la parola sbagliata, che sono cose che non si fanno, ma uno non può fare sempre attenzione a tutto. 
O almeno, non sempre. 
O forse uno non dovrebbe nemmeno, fare attenzione a tutto; ma questo è come al solito un altro discorso. 

Insomma, giusto o sbagliato, è successo. 
E mi sono trovata fuori. 

Ora, io dico, posso promettere di fare più attenzione. 
Posso fare attenzione a quello che dico alle cose che tocco a dove metto i piedi a stare al mio posto. 
E lo faccio, di solito. 
Anzi, lo faccio quasi sempre. 
Per rispetto, per abitudine, per amore. 

Ma se deve essere un gioco di equilibrio, un gioco di prestigio, o la passeggiata di un funambolo, perché non lo chiamiamo con il suo nome e non smettiamo di scomodare le parole grandi?
A me va bene anche la passeggiata di un funambolo, capisci. 
Ma devo saperlo prima, perché sul filo teso tra due palazzi non si mettono scarpe con i tacchi.
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