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Mese: maggio, 2012

Il vaso del miele

Lo diceva anni fa uno degli uomini che ho molto amato: l’amore è un vaso pieno di miele.

Il miele sono le parole d’amore, i messaggi la mattina, le foto di un posto magico che vuoi condividere con chi ami, le parole della pelle, le chiacchiere a tarda notte sdraiati a letto, dopo l’amore, le carezze.

Il cercarsi tanto, continuamente, il ripetersi la meraviglia di essersi trovati, la gioia di essersi riconosciuti, soprattutto.

Il vaso si riempie quando tutto va bene e ci si sorride, e sembra che niente mai potrà allontanarci.

Il vaso si svuota quando siamo tristi e stressati, e cerchiamo l’altro per farci consolare, abbracciare, amare.

Gli innamorati saggi badano a riempirlo, il vaso, un po’ tutti i giorni, perché sanno che a furia di corse e preoccupazioni e problemi il vaso si svuota.

Gli amanti sventati,invece, pensano che il vaso si riempia magicamente da solo, e si trovano poi senza dolcezza, e senza amore. E disperati.

Io, che ho visto morire i miei amori prosciugati da me e sai miei bisogni, invento strategie per tenere il nostro vaso colmo.

Respiro, mi riempio gli occhi di tramonti rosa, leggo buoni libri, ascolto buona musica, annuso i fiori.

Invento routine d’amore, per portare una goccia d’amore, ogni giorno, nelle nostre vite.

Riempio me stessa, principalmente, di miele, e poi svuoto quello che accumulo nel nostro vaso, perché non rimaniamo senza.

Io, Tu, voglio che il nostro miele addolcisca le nostre vite, per più di un battito di ciglia.

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I conti tornano

Oggi, per un attimo, mi sono immaginata di stare senza i nostri ipotetici 29, 31, 40 o chi chissà quanti giorni per noi.

E la chiarezza spaventosa di come mi sono sentita anche solo a pensarlo, ha spazzato via ogni calcolo fatto in precedenza.

Perché, senza dubbi, senza eccezioni, senza se, senza ma, so che cosa voglio.

Te.

Tutte le lettere sono d’amore (e questa non fa eccezione)

Ehi, Tu,

con la voce tesa e preoccupata perché la donna che ami e che ti ama è diversa da te, e peggiore di te.

Siediti qui, accanto a me, e ascolta.

Ho visto abbastanza cose di te da sapere che potresti farmi molto male.

Conosco abbastanza di te da sapere che sei diverso da me in alcune cose della vita come il giorni è diverso dalla notte.

Annuso abbastanza cose di te da immaginare i tuoi pensieri, le tue paure, le tue ansie.

Ehi, Tu.

Tu sei l’uomo che amo.

E ti amo non perché sei come me, o perché spero un giorno che tu diventi come me.

Ti amo perché sei esattamente come sei; e di te non cambierei nulla.

Amo il tuo essere libero e solitario, anche quando il tuo essere libero e solitario significa che non vuoi nessuno vicino, nemmeno me.

Amo il tuo essere così pieno dell’amore che non mi riguarda, perché saperti così ricco d’amore mi dice chi sei, e chi sei mi piace.

Amo il tuo essere infantile, anche quando i tuoi quindici anni ti portano lontano da me.

Io ti penso, da qui, e penso che sono fortunata ad averti, in questo strano modo, e che non ti cambierei per nulla, ma davvero.

E penso che sì, non siamo uguali, perché non esistono due persone uguali a questo mondo; e penso che se fossi uguale a me non ti amerei per niente e non mi piaceresti neppure.

E penso che, semplicemente, essere uguali non sia interessante; ma che amarsi essendo diversi, quella è la strada difficile, che è l’unica che mi interessa, per altro.

E ti chiedo di non preoccuparti per me, per come sono, e per i miei giorni no. Perché fanno parte di me, e non posso cambiarli, ma ti chiedo di amarmi NONOSTANTE i miei giorni no, che è una cosa difficile.

E di ricordarti che in mezzo alle cose difficili di questo momento, io sono comunque sempre la donna che è responsabile di se stessa, che non chiede e nemmeno recrimina.

E di ricordarti che se proprio ti chiedo qualcosa, ti chiedo di amarmi come sono, come io faccio con te.

E, sappilo, da quando sto con te, Tu, fino ad oggi, non mi sono sentita sola mai.

La solitudine dei numeri primi

La solitudine è quella cosa che ti prende la domenica, in attesa delle 18 quando avrai un impegno di cui faresti a meno ma che c’è e ringrazi Dio per questo, e sono quasi le due e tutto a un tratto ti rendi conto di che scelte di merdahai fatto nella tua vita.

La solitudine è quella cosa per cui non hai pranzato e non pranzerai e ti rifugi con un libro nel letto, ma le lacrime non ti fanno leggere, e nemmeno vuoi piangere davvero perché poi ti si gonfiano le palpebre e non hai più sedici anni, e non è vero che piangere fa gli occhi belli.

È rendersi conto che no, non hai una famiglia, né d’origine né ricostruita, perché le hai buttate nel cesso tutte, le possibili famiglie, in nome di un battito di cuore, come fosseuna cosa che può durare, un battuto di cuore.

È rendersi conto che le parole non bastano, sopratutto quelle che non ricevi.

È sentire che non solo sei dentro una gabbia da cui non sai uscire, ma che non è nemmeno una gabbia dorata piena di cose belle, ma un posto stretto in cui non stai bene, eppure è l’unico posto che hai, perché il resto non esiste.

La solitudine è sentire in fondo a ogni sorriso sospiro ebrivido profuso, che il resto, banalmente, non esiste.

E che non hai nemmeno più l’età per romperti il cuore in così tanti pezzi, perché sei diventata più fragile, mentre correvi di qua e di là a caccia d’amore.

Sei diventata più fragile e nemmeno te ne sei accorta. Così fragile da pensare che è meglio una vita così, grigia e triste e con la luce accesa la sera, quando rientri a casa, piuttosto che il solito volo in mezzo alle emozioni che ti lascia stremata e bisognosa di cure, senza nessuno che te le dia, le cure di cui hai bisogno.

Con tutti che ne approfittano perché di solito ti presenti come una che sa cavarsela da sé; e nessuno che si accorge che anche basta, non hai più voglia di cavartela da te.

La solitudine sono i mille compromessi a cui cedi tra te e te quando giustifichi le mancanze altrui, e ti trovi a battere i piedi come una bambina perché vuoi amore, cazzo, amore e attenzioni e nessuno che capisca quanto, porca puttana quanto, e già mentre fai capricci ti sgridi per niente bonariamente in nome della donna che vuoi essere e non sei.

La solitudine è non esistere, come oggi, e sapere con certezza che non se ne accorge nessuno.

L’abito da sposa

Che poi è un’ardita metafora di un’altra cosa, di una lezione imparata anni fa, su cui ho già anche scritto un post, da qualche parte.

La lezione è che un giorno una zitella andò da un maestro di qualche cosa, dicendo che voleva trovare marito.
E il maestro le disse che doveva comprare un abito da sposa, se voleva trovare un marito, perché non era importante conoscere un uomo, ma comunicare agli spiriti che ci circondano quale fosse la sua reale intenzione.

Prepararsi, insomma.

Io ho deciso.
Compro un abito da sposa.
Per il quale c’è bisogno di qualche foto formato tessera, X numero di moduli scaricabili in rete, non so quante marche da bollo, e un viaggetto in Questura.

Perché io, Tu, non ho la minima idea di dove sarò tra due mesi (soprattutto tra due mesi, oserei dire) ma so dove vorrei essere, e con chi, tra tre, per esempio.
O a Natale.
O in qualche altra vacanza.

Insomma: la zitella comprava un abito da sposa; io faccio il passaporto.
E mi tremano le mani solo a pensarlo.

Il settimo giorno

E il settimo giorno è stato il giorno della fame finalmente saziata, di noi due che camminiamo vicini in una città che non è né la mia né la tua, che ci sediamo vicini per assistere a uno spettacolo, e che poi torniamo a casa di corsa, perché è la pelle, quella che vogliamo.

Il settimo giorno è stato il giorno in cui, a guardare bene, si vedono già dei piccoli noi; cose piccole come sapere qual è il barattolo dello zucchero, o tenersi abbracciati sul divano trovando l’incastro perfetto tra la spalla e il cuore.
Il giorno in cui scopriamo di sapere dormire insieme, senza darci noia; il giorno in cui ci svegliamo troppo presto entrambi, e facciamo entrambi finta di dormire per non svegliare l’altro, che mi pare l’amore più assoluto, questo.

Il settimo giorno è stato il giorno dei primi scogli, da superare non scrollando le spalle e facendo una battuta, come facciamo sempre, ma guardandoci negli occhi e parlandone; perché possiamo farlo, di superare degli scogli. O almeno, vogliamo esserne capaci, e scommettiamo su di noi.

Il giorno della passione assoluta, del mostrarci ancora un poco all’altro, anche gli angoli più segreti.

Il settimo è stato il giorno in cui ci siamo lasciati senza un appuntamento certo.
Il giorno in cui non sarei andata via; o almeno non mi sarei allontanata più di qualche chilometro, e che fossero pochi, raggiungibili in pochi minuti in un mercoledì qualunque solo per vedere un film.

Oggi è il giorno in cui piove, e in cui qui, lontana e sola, comincia tutto.

Il resto dei nostri giorni dipende da oggi, dalle mie forze, dalle mie scelte.
Oggi, domani, e le settimane che verranno saranno i miei giorni.

E, se sarò brava, coraggiosa, fiduciosa, avremo la possibilità di altri giorni.

Perché non si può assicurare a nessuno più di così: la promessa non di una certezza, ma quella di avere una possibilità.

I nervi scoperti

Mi diceva qualcuno, non so più chi, che noi siamo – anche, o soprattutto – il nostro passato.
Qualcun altro mi diceva, invece, che quando si sta con una persona si sta principalmente con i problemi, di quella persona; i traumi, le ferite.

Nessuno dei due particolarmente ottimista, va detto.

Solo che poi uno ci si trova a sentirla sulla pelle, questa cosa, e non è che possa fare sempre la Pollyanna della situazione (anche perché a me Pollyanna sta cordialmente sul cazzo, diciamolo), in cui invece noi ci lasciamo il passato alle spalle e ci leviamo la polvere da sotto i sandali.

Insomma.
Insomma, ci sono, nella vita degli adulti, segni e cicatrici e ferite appena rimarginate o non del tutto rimarginate che fanno male anche solo a sfiorarle con delicatezza.

E quando uno per sbaglio le tocca, o ci passa la mano, danno la scossa, proprio.

Sono mali strani, che dall’esterno sembrano irragionevoli, assurdi, superabili, trascurabili, anche.
Ma soltanto perché dall’esterno non si sa che cosa si è andati a toccare, quale reazione incontrollata si è andati a innescare con una parola sola.

Quando c’è l’amore, in questi casi, con pazienza si cerca di ricostruire il percorso della ferita; capire che cosa sta facendo male, e per quale motivo sta facendo male, e poi, un poco alla volta, rassicurare chi è rimasto scottato che no, non ha niente a che fare con l’esperienza negativa del passato; che è un’altra storia, che è un’altra vita.
Che può non far male, per esempio, una volta tanto.

Io credo che possa funzionare così, o che comunque sarebbe bello se funzionasse così.

Ma dato che io non so niente, e non so se davvero funziona così, o se ha senso quello che ho scritto, io in questi casi mi ritiro sulla mia poltrona a dondolo a meditare, ad accarezzarmi, a dirmi le parole giuste per farmi stare bene.

Perché, precauzionalmente, metto in atto quello che da sempre predico: se non ci si ama da sé non si può essere amati dagli altri.
E se non ci si guarisce da sé, non c’è persona al mondo che possa guarirci.

L’acqua e il fuoco

In una storia d’amore due cose non devono mai mancare.

L’acqua per lavare la stanchezza della vita di tutti i giorni e farci nuovi e rinnovati per l’altro.
L’acqua che lava i pensieri meschini, che porta energia nuova nella vita dell’altro.
L’acqua per benedire i giorni buoni, e per dimenticare quelli meno buoni.

E il fuoco.
Il fuoco per appassionare i pensieri.
Il fuoco per scaldarsi d’inverno, soprattutto quando l’inverno non è reale, ma metaforico.
Il fuoco per fare “casa”, perché anche i più nomadi di tutti hanno bisogno di una casa, ed è bello che casa siano le braccia e il cuore di un altro.
Il fuoco per cuocere il pane, che sia il pane per il corpo, e che sia – ancora di più – il pane per lo spirito; che sia musica, poesia, immagini, sogni.
Pane, insomma.

Ora, si sa, succede, che uno esaurisca l’acqua, o il fuoco.
O tutti e due.

Allora l’amore è quella cosa per cui quando uno dei due è stanco l’altro mette l’acqua e il fuoco per due.
E poi succede l’opposto, in un alternarsi, se non preciso, almeno armonico, di ricevere e dare, che è il miracolo che chiamiamo comunemente amore.

Poi può succedere che a uno manchi l’acqua e a uno il fuoco, e così si possono mettere insieme le energie, le risorse; e magari ci si mangia poco, in due, con metà delle cose, ma almeno non si muore; e condividere l’acqua e il fuoco è una forma di amore.

Quando entrambi si è senza acqua e senza fuoco, quello è il momento più difficile.
Se si fosse saggi, si starebbe lontani a procurarseli, per poi tornare a far festa.
Ma è proprio quando siamo senza nulla che è più difficile star da soli; o almeno, per me è così, e quindi faccio dei danni, andando in giro con la candela spenta e la borraccia vuota, che nemmeno posso raccontarli, tanto sono enormi.

Alla fine, l’amore è, credo, tutta questione di pazienza.
Di fiducia.
Di speranza.
Di condivisione.
Di equilibrio, guardandoci negli occhi per non cadere di sotto.

Una questione di cose semplici: l’acqua, il fuoco.

E, Tu, sappilo, oggi ne ho messi da parte un pochino, per noi due.
Perché ne abbiamo bisogno, sì.

Dieci anni fa

Dieci anni fa compivo 29 anni.

Ero infelicemente sposata, e soffocavo in una vita non mia.

Ricevetti, in pizzeria, un regalo.
Il grano in erba.
La dedica diceva A L. per ricordare, e l’aveva scritta colui che fino a pochi mesi fa chiamavo Grande Amore di Vita mia (e qui ci starebbe tutto un pistolotto in cui si spiega che le cose cambiano, e che a dieci anni di distanza improvvisamente ho capito che quel posto potrebbe essere occupato da qualcun altro, ma non c’entra nulla con questo post, anche se è una riflessione che mi piace).

Io brindai con gli amici, guardando negli occhi Grande Amore di Vita mia, e promisi solennemente agli Spiriti che non avrei vissuto l’anno che portava dai 29 ai 30 anni facendo quello che volevano gli altri.
Che avrei lottato per avere la vita che volevo, a qualunque costo.

Il costo fu alto, ma non impossibile.
E infatti, per un sacco di anni, pur tra pianti e rimorsi e rimpianti e menate e paturnie e risate, ho avuto ogni giorno la vita che volevo.
Non facile, non comoda.
Ma mia.

Oggi, dieci anni dopo, ho riletto quella dedica e mi sono ricordata.
Mi sono ricordata chi ero, quale donna infelice e terrorizzata e sterile e fredda e controllata fossi all’epoca, e come poi io sia riuscita a sbocciare, un pezzetto alla volta, liberandomi da quella gabbia dorata – ma gabbia, gabbia – in cui mi ero messa per motivi che oggi mi sembrerebbero meno che trascurabili.
Mi sono ricordata le cose che desideravo dieci anni fa, e ho scoperto che le voglio ancora, tutte.

Che sono cose difficili, ma che ho le ossa più robuste.
Che sono cose che hanno un prezzo alto, ma che io sono più ricca di un tempo.
Che sono cose che desidero ancora, oggi.

Il profumo della libertà, su tutte.
La certezza di vivere come voglio, e non come tutto sommato si può vivere stando bene.

Dieci anni dopo sono ancora qui che sogno qualcosa di più.
E ho un anno intero per andarmelo a prendere.

In mezzo al guado

Così mi trovo in mezzo al guado.

Alle mie spalle i cocci di quella che credevo sarebbe stata la mia vita.
Una vita normale; l’ultima occasione di una vita normale.
Una vita per non fare l’amante.
Una vita che comprendesse l’ufficializzazione, i sabati, la spesa.
Una famiglia, anche se non lo dicevo a voce alta.

Di là, i sogni.
La passione.
I progetti grandi.
Due sopravvissuti che hanno fame di verità e giustizia che si guardano negli occhi e creano un mondo loro, a misura loro, dei loro difetti, dei loro pregi, dei loro desideri.

E io qui, in mezzo.
In mezzo a scoprire ancora una volta che non sono adatta alla vita degli altri, e che la vita tagliata su misura per me forse non esiste.
In mezzo a scoprire che le mie ferite sono profonde e antiche, e non ho capito se sono curabili.
In mezzo a lottare contro la paura di andare avanti e vedere l’ignoto (come vorrei sapere dove saremo io e te tra due anni; se esisteremo io e te tra due anni. Perché se lo sapessi mi pare che avrei più coraggio,  e nuoterei con più forza. Oppure no, è un’illusione di chi spera invano di controllare il futuro) e la paura di essere così debole da dover tornare indietro e soffocare.
Ogni giorno di più.
In mezzo a rimboccarmi le maniche e lavorare su di me; ringraziando lo Spirito che mi ha dato un lavoro che amo molto, e la possibilità di mantenermi, che non sono cose da poco, va detto chiaramente.
In mezzo a lottare contro il drago che mi vorrebbe prigioniera nella torre.

Ogni tanto mi fermo, sono sicura di non farcela, piango, mi adagio.
Immagino come sarebbe lasciarmi portare via e basta.

Ogni tanto sono stanca.

Ogni tanto frigno.

Ma la tua voce, Tu, quella, è la risposta alla domanda su dove io voglia andare.