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Mese: giugno, 2012

Inequivocabili segnali di invecchiamento

Ho limiti maggiori.
Mi fermo se non proprio in tempo, abbastanza in tempo per non distruggermi.
Così magari mi fratturo qualche arto, ma gli organi interni sembrano a posto.

Rido di più, anche e soprattutto delle cose serie che mi capitano, perché penso che c’è chi sta peggio – molto – di me, e allora amen, perché non ridere?

Esco a passeggio da sola, quando sono triste.
Spengo il telefono ed esco, invece di parlare e parlare e parlare di me; che sono stufa di sentirmi dire IO, davvero.
Mi trucco un po’ di più e un po’ meglio.
Sono diventata bravissima a fare le valigie.

Ho ancora tanta paura di tante cose; ma sono meno di una volta, perché ho seppellito una madre, ho abbandonato una famiglia, ho ammazzato una parte di me ,e ho distrutto un amore; eppure sono ancora viva, e sono cose che lasciano dei segni.
Ho ancora tanta voglia di darmi a qualcuno – che sia Tu, magari – ma ammetto che mi si possa non volere come sono; e pazienza, mi dico: sopravviverò.

Penso spesso sopravviverò; ed è molto, davvero.

Medito, ogni volta che riesco.
Sento il mio respiro, le mie gambe, il mio corpo, e penso che alla fine va tutto bene.
Penso, spesso, che va tutto bene mentre tutto sembra andare male; e lo penso davvero, che mi pare una bella cosa.

Comincio a pensare di difendermi da chi non mi vuole abbastanza bene.

Voglio stare con chi amo, molto.
Ma forse non “a ogni costo”, che è una grossa novità, forse la più importante, perché le persone che vogliono stare con me non l’hanno mai fatto “a ogni costo”.
E magari il fatto di averli incontrati spesso, questi uomini che mi volevano, sì, ma prima c’erano delle altre cose, be’ forse è un segno; forse era quello che dovevo imparare, che pure ancora mi viene male, dato che sogno ancora di fare pazzie e andare a vivere il mio sogno.
Forse, alla fine, voglio solo stare con me, e starci bene.

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Lettera

Ehi, Tu,

vieni e siediti qui vicino a me.
Il ventilatore è acceso, e puoi appoggiare la testa senza sudare, che lo so che fa caldo.

Rilassa le spalle, ne hai bisogno.

Dammi la mano, ascolta il mio cuore.

Non ho soluzioni per te; non ho soluzioni nemmeno per me, che pure ho problemi sciocchi rispetto ai tuoi.

Solo, ho delle cose da dirti, e voglio che le ascolti.

Io, tu, nessuno di noi conosce il futuro.
Immaginiamo sempre il domani a partire dall’oggi, e così quando il nostro oggi è bello e ricco e roseo pensiamo che anche il nostro domani lo sarà.

Poi arrivano i giorni bui, e pensiamo che il nostro domani sia buio, come il nostro oggi.

Tu,
è un’illusione.
Guardala con me.

Quando la tua vita ti sembrava ricca e perfetta è andata in pezzi in un soffio, senza motivi che tu capissi.
Ora che la tua vita ti sembra un inferno tutto in salita, non riesci a immaginare che finisca – anche questo inferno – come quel paradiso, in un soffio.

Non hai molte scelte, se non quella di credermi, sai?

Credimi quando ti dico che non lo sai, che nessuno di noi lo sa, e ognuno di noi fa finta di essere sicuro di essere vivo domani, e l’anno prossimo.
E invece se ci pensi nessuno sa nemmeno questo.

Credimi quando ti dico che abbiamo solo questo momento, che è perfetto.
Credimi quando ti dico che puoi farcela, perché lo so – e lo sai – puoi farcela.

Probabilmente dovrai inventare un’altra vita, una nuova soluzione, un nuovo viaggio, più definitivo di quelli che hai fatto finora.
E magari avrai la possibilità di scalare il tuo Everest, qualunque esso sia.

Credimi se ti dico che possiamo farcela, insieme, anche se a volte sono io la prima a non avere il coraggio e a chiederti di prendermi, di salvarmi, di portarmi via con te.
Credimi, soprattutto, se ti dico che davvero l’amore vincerà sull’odio; che noi possiamo vincere se ci amiamo, se mi dai la mano, se poggi la testa qui sul cuore.
Se ti fidi di quello che abbiamo insieme quando ci guardiamo negli occhi.

Credimi se ti dico che questa notte passerà.
Che non vincerà chi semina la miseria del cuore.

Credimi se ti dico che io e te insieme siamo un Noi.

E sì, ho usato la maiuscola; sennò non avremmo passato lo schema.

L’ottavo giorno e il criceto nel cervello

Il nostro ottavo giorno ha una faccia da giornata normale, con me che guardo in aria le indicazioni della Verde e stramaledico me stessa per essere così imbecille; e tu su una strada qualunque, che mi vieni incontro come fosse normale avermi lì davanti a 100 metri, e per un attimo mi pare che ti piaccia che possa essere normale avermi lì a 100 metri.

E continua con te che mi dici in un tempo da pubblicità da radio che tutte le mie paure non hanno senso di esistere (che allora uno dice “potevi anche dirlo prima, no.”) e io guardo avanti, la strada, perché non ho voglia di farti vedere quanto ci hai azzeccato e quanto io sia stupida, anche.

Il nostro ottavo giorno è un giorno che diventa nono, con noi due che ci faccia o largo come tutte le coppie normali in mezzo a scaffali di vestiti e supermercati, e non mi sembra che ci dispiaccia, o almeno a me non dispiace.

E poi siamo noi che giochia o insieme, che mangiamo insieme, che guardiamo un film, insieme, e ridiamo, sorridiamo, commentiamo, insieme.

Ci abbracciamo, ci mostriamo, ancora un pezzettino: pensiamo, e ci raccontiamo.

L’ottavo giorno sono io che ti racconto del mio criceto nel cervello, che è la cosa peggiore che ti posso raccontare, di me, e tu commenti dicendo “che brutto”, e capisco che hai capito perfettamente cosa intendo. Eallora posso aprirti davvero le porte delle mie paure, e tu, con lo sguardo fermo e limpido a chiuderle tutte, una alla volta, senza dubbi.

E dopo che hai visto le mie porte con dietro i miei demoni, il nostro ottavo giorno sei tu che mi regali tutto te stesso, e io che mi emoziono.

Il nostro ottavo giorno sei tu che mi guardi come quel momento il primo istante e c’era dentro tutto, già. E ancora mi guardi così, ma per più tempo, con più profondità.

Il nostro ottavo giorno, Tu, sono io che voglio che mi guardi sempre così, perché mi fa sentire a casa.

Come ti amo

Ti amo come una leonessa: feroce e possessiva, pronta ad attaccare chiunque si avvicini per farti del male.

Ti amo come una gazza ladra gelosa dei suoi oggetti lucenti.

Ti amo come fosse la prima volta che amo; con gli occhi e la pelle pieni di te, e che ne vogliono ancora.

Ti amo come la mattina di Natale, perché scarto i giorni del nostro amore come fossero regali,sperando che siano sorprese belle.

Ti amo con l’energia del primogiorno dell’anno, quando è ancora tutto possibile.

Ti amo con la volontà del primo giorno di scuola, quando i quaderni sono intonsi.

Ti amo con la gioia delle vacanze.

Ti amo con la pazienza delle mogli degli avventurieri e dei marinai, che sanno che i loro uomini devono partire, e guardano l’orizzonte sperando che tornino.

Ti amo con il desiderio assoluto dei bambini quando vogliono qualcosa.

Ti amo con il distacco totale dei monaci buddisti, che costruiscono i loro mandala sapendo che verranno distrutti, perché il tempo, la vita e la morte distruggono sempre tutto.

Ti amo aspettando il destino che arrivi, e pregando che sia un destino dolce, senza nemmeno affannarmi troppo, perché ti amo come una donna che sa che le cose vanno come devono andare, sempre, e che affannarsi è inutile.

Ti amo con la determinazione di un oplita, la dolcezza di un canto, la fame di te che non si può saziare.

Ti amo con le parole che ho, che non sono abbastanza, per quello che voglio dirti.

La Tempesta (di W. Shakespeare)

“Allora, direte voi, sono tutti morti.
No.
Nessun morto, nessun ferito; nemmeno, che so?, un vestito appena appena sgualcito”

Questo lo scrivevo io, mesi fa, per riassumere la scena del naufragio dell’opera che dà il titolo a questo post.

Oggi queste battute mi sembrano profetiche.
E mi fanno sorridere.
Nonostante.

Così

Lunedì inizia con me che piango sul cuscino, senza motivi, eppure.

Una stanchezza assoluta che mi fa mancare il fiato, l’assenza di prospettive reali, un elenco di cose da fare che non riesco a incastrare anche se ero una discreta giocatrice di Tetris, una volta.

Desideri in fondo alla gola che non so esprimere, desideri in fondo alla pancia da ricacciare indietro, desideri al centro del cuore da ignorare, almeno per un po’.

Trovare, in questo miele esaurito, un buon motivo per alzarmi, e provare a pensare che posso farcela, che è stato peggio molte volte, che è un attimo, che devo solo mettermi in verticale e fare.
E non pensare, soprattutto.

Accendere il computer e provare a scrivere due cose per domani – sempre all’ultimo momento, come al solito – e provare a ignorare il resto, le paure, soprattutto.

Lunedì inizia con me che piango sul cuscino, senza motivi.
Lunedì continua con me che caccio indietro la paura.

Non c’è da aver paura, davvero.