L’ottavo giorno e il criceto nel cervello

di Calexandrìs

Il nostro ottavo giorno ha una faccia da giornata normale, con me che guardo in aria le indicazioni della Verde e stramaledico me stessa per essere così imbecille; e tu su una strada qualunque, che mi vieni incontro come fosse normale avermi lì davanti a 100 metri, e per un attimo mi pare che ti piaccia che possa essere normale avermi lì a 100 metri.

E continua con te che mi dici in un tempo da pubblicità da radio che tutte le mie paure non hanno senso di esistere (che allora uno dice “potevi anche dirlo prima, no.”) e io guardo avanti, la strada, perché non ho voglia di farti vedere quanto ci hai azzeccato e quanto io sia stupida, anche.

Il nostro ottavo giorno è un giorno che diventa nono, con noi due che ci faccia o largo come tutte le coppie normali in mezzo a scaffali di vestiti e supermercati, e non mi sembra che ci dispiaccia, o almeno a me non dispiace.

E poi siamo noi che giochia o insieme, che mangiamo insieme, che guardiamo un film, insieme, e ridiamo, sorridiamo, commentiamo, insieme.

Ci abbracciamo, ci mostriamo, ancora un pezzettino: pensiamo, e ci raccontiamo.

L’ottavo giorno sono io che ti racconto del mio criceto nel cervello, che è la cosa peggiore che ti posso raccontare, di me, e tu commenti dicendo “che brutto”, e capisco che hai capito perfettamente cosa intendo. Eallora posso aprirti davvero le porte delle mie paure, e tu, con lo sguardo fermo e limpido a chiuderle tutte, una alla volta, senza dubbi.

E dopo che hai visto le mie porte con dietro i miei demoni, il nostro ottavo giorno sei tu che mi regali tutto te stesso, e io che mi emoziono.

Il nostro ottavo giorno sei tu che mi guardi come quel momento il primo istante e c’era dentro tutto, già. E ancora mi guardi così, ma per più tempo, con più profondità.

Il nostro ottavo giorno, Tu, sono io che voglio che mi guardi sempre così, perché mi fa sentire a casa.

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