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Mese: luglio, 2012

(Scritto il 25 luglio)

Ci siamo sfiorati, che so?, quattro, cinque volte.
E ogni volta ci siamo mancati di pochissimo.
E poi, dai, non ci saremmo riconosciuti, lo sappiamo bene, persi in progetti enormi tu, nella mia piccola vita automatica io.

Ma il destino, il Karma, lo Spirito, gli angeli custodi, vattelapesca chi, è più testardo di noi.

Così siamo qui, incastrati uno nell’altro, a sorridere delle volte che avremmo potuto incontrarci e invece no, a cercare di immaginare come far continuare questo miracolo, a cercare di non rompere questo regalo, che si sa, le cose belle sono sempre fragili.

Incastri

Il primo incastro è quello del lunedì in cui sei tornato a casa e mi hai trovato ad aspettarti, ed era non solo una festa, ma anche la sensazione che fosse già successo, almeno un milione di volte, in un’altra vita, almeno, tanto era giusto, e anche normale.

Il secondo incastro siamo io e te in macchina verso le montagne e un lago, e stiamo un sacco zitti, oppure parliamo di cose normali, e non ho nemmeno bisogno di girare la testa per guardarti, perché sento che sei lì vicino, e mi basterebbe allungare una mano, e non ho bisogno di altro, nemmeno di toccarti, davvero.

Il terzo incastro sono i sorrisi delle persone abituate a vederti da solo che sorridono con gli occhi sinceramente contenti a vederti con me a fianco.
Sorrisi benevolenti di sconosciuti che sono felici per te, lo sento, che hai compagnia.

Il quarto incastro sono i sorrisi appena svegli – almeno i miei, sorrisi appena sveglia – che dicono più delle mille volte che ci diciamo che ci amiamo.

Il quinto incastro sono i ritorni a casa, la malinconia che avanza, le risate per scacciarle, le memorie che vengono a galla, una storia triste che però va raccontata perché spiega le tue rughe intorno alla bocca che non sono per i troppi sorrisi, una sveglia tremenda che pure superiamo senza parlarci, come se lo avessimo fatto per una vita, di non parlarci, e ci venisse così bene che nessuno dei due ne è infastidito.

Il sesto incastro è salutarci senza decidere quando rivedersi, con la fiducia incrollabile che ci rivedremo perché è una cosa giusta, come deve essere, come è sempre stato, che addirittura la grande nevicata di febbraio ha cancellato decine di treni ma non il mio.

L’ultimo incastro è improvvisato e inaspettato, all’ombra di un marmo bianchissimo, e non siamo in due.
E io non ti guardo nemmeno con la coda dell’occhio, intimidita da quello che è successo (un niente che ha il peso di una piuma sul cuore, un niente per cui non avrò mai abbastanza parole per ringraziarti) e sorpresa da quanto per un istante io mi senta perfettamente a mio agio, con il cielo e la terra che si allineano, e nessun pensiero, soltanto Io, Te, Qui, Ora.

E il sorriso di oggi, con le paure che si affacciano da una porticina lontana in fondo a me sconfitte da questa luce che soltanto le cose giuste hanno.

D’improvviso

D’improvviso accorgersi che le persone che ti sono vicine oggi un anno fa nemmeno sapevi esistessero. 

Il miracolo di prendere degli sconosciuti, aprirgli le porte,renderli familiari. 

La meraviglia di amare un uomo e conoscerlo un pezzo alla volta, e scoprire il suo odore e le sue espressioni un pezzo alla volta. 

Imparare che non esistono sconosciuti, a meno che tu non voglia lasciarli tali. 

La felicità di pensare che io e te avremmo potuto non incontrarci mai, e invece.

Fili che si spezzano

Anni a meditare e accettare che le cose iniziano e finiscono.

Anni ad allenarsi alle fini, ai distacchi, agli addii.

Poi alle tre di un 13 luglio qualunque sentire una mano che ti strappa l’anima, senza motivo, senza apparente ragione.
Sentire un filo – il filo che lega me a qualcuno – spezzarsi improvvisamente, come tagliato da un paio di forbici.

E la sensazione di cadere giù, in fondo, senza fine, terrorizzata dalla caduta, angosciata dalla caduta.

Pensare dapprima che qualcuno sia morto (ma subito dirsi che una morte si viene a sapere, non c’è bisogno di essere sensitivi, e poi davvero non sono sensitiva), poi ricordare che le morti possono essere simboliche.
Possono essere abbandoni.
Possono essere liberazioni.

Cercare invano rassicurazioni sul fatto che nella mia vita c’è ancora tutto quello che c’era alle due di un 13 luglio qualunque.
Non trovarle.

E ora qui ad aspettare, per scoprire che cosa è successo.
O che cosa succederà.

Dieci giorni

Mancano dieci giorni al nostro decimo giorno, e poi, ti giuro, smetterò di contarli.

Poi, da lì, dai giorni che ci stringeremo vicini la sera, ci allontaneremo per un po’, perché vivere è difficile (che sta diventando un po’ il nostro motto, mi sa).

Ma, volendo vedere le cose positive in tutto, io credo che le settimane che verranno dopo ci daranno una chiara misura di quanto ci vogliamo stare vicini, di quanto ci vogliamo, di quanto vogliamo stare insieme.

E, Tu, io spero che sia tanto quel quanto; spero che sia tanto ognuno di quel tanto.

Anzi, di più: guardo annunci di appartamenti e scommetto su di noi.

Che sono io

Vorrei regalarti la parte migliore di me, che è qui da qualche parte; ma è bene che tu sappia che per arrivarci devi scoprire anche le parti non migliori di me.

È bene che tu sappia che non sono sempre una donna generosa, ma cerco di dare tutto quello che ho quando posso.

È bene che tu sappia che per una sacco di tempo sono stata una di quelle donne che non sanno come gli piacciono le uova (e questa è una citazione di un film trash, che se l’hai visto e la riconosci allora davvero siamo anime gemelle e non ne parliamo più); e adesso che forse l’ho scoperto, come mi piacciono le uova, allora combatto contro la tentazione di mangiarle come te, ogni giorno, per essere la donna perfetta per te.

È bene che tu sappia, quindi, che io probabilmente non sono la donna perfetta per te, anche se a volte i nostri incastri sono così miracolosi che mi chiedo se davvero il destino non esista.
Ma che non è importante essere perfetti uno per l’altro; è importante essere veri, uno per l’altro.

È bene che tu sappia che non sono mai paga – questo, sì, come te – perché ho obiettivi grandi, e voglio costruire la donna che sono, senza farmi trascinare dalle idee degli altri.

È bene che tu sappia che a volte la notte prima di dormire piango; a volte senza un perché specifico, ma perché vivere è difficile, come dici tu.

È bene che tu sappia che la cosa più difficile per me è dire no, perché ogni volta che lo dico ho paura che la persona che riceve il mio no mi abbandoni, e la brava bambina che c’è nascosta dentro di me non sopporta la disapprovazione praticamente di nessuno.

È importante che tu sappia che probabilmente non litigheremo, perché non so litigare.
Messa alle strette scappo, ma non litigo; e sono sicura che sai che questo non è bene.

È importante che tu sappia che voglio stare con te, e mi immagino dei modi che a pensarli adesso sono praticamente fantascientifici, eppure li ho in testa, con tanto di sceneggiatura.

È importante che tu sappia che desidero fare parte della tua vita, dei tuoi incastri, dei tuoi progetti.

È bene che tu sappia che ho un sacco di difetti, e li uso tutti, ma che ti amo più di quanto io abbia mai amato nessuno.

E, Tu, puoi rileggerla questa ultima frase, perché sì, implica tutto quello che pensi che voglia dire.

Io ho un lettore in Belgio.
E uno nei Paesi Bassi.

E sono curiosissima di loro.

Insomma, battete un colpo.

Diario di bordo

Dovessi dire che cosa ho fatto in queste settimane, direi che ho respirato, soprattutto.

Ho respirato, ho ascoltato la mia pancia, quello che mi stava dicendo, ed erano un sacco di cose, anche.
Ho camminato.

Ho riso.
Ho pianto un poco, non tanto, ma una volta è bastato per finire in ospedale.
Sono finita in ospedale, ma mi sa che era un malanno dell’anima, che comunque fa più male del malanno del corpo.

Ho avuto un pessimo rapporto con me come donna, con il mio corpo, con desideri inconfessabili che ormai ho confessato.
Ho avuto voglia di fare un sacco di fotografie, ma non avevo mai la macchina fotografica dietro.
Ho guidato meno di quanto avrei voluto.

Ho mangiato benissimo.
Ho scoperto di essere – ancora – una donna attraente, e se magari gli esami dicono la cosa che io dico da anni, ormai, potrei essere ancora una donna più attraente.
Ho conosciuto storie incredibili.
Mi sono sentita molto stupida, molto pigra, molto viziata.

Non mi sono mai sentita sola.
Ho parlato molto poco.
Sono stata molto da sola.
Ho conosciuto una persona che potrebbe essere la possibilità che il destino mi dà di rimediare a questo disastro che ho fatto.

Ho parlato molto poco, o almeno molto meno del solito.
Deve essere per questo che ho detto cose intelligenti.
Ho fatto da madre/zia/sorella maggiore a una ragazza che amo molto.

Ho vissuto.
Non tanto quanto avrei voluto, ma non è andata male.

Parole semplici

Oggi chiamo uno degli uomini sbagliati della mia vita, che però ha il dono di farmi sentire sempre meglio, dopo che mi ha fatto sentire peggio, e in quattro parole quasi da scuola elementare è riuscito a sintetizzare due mesi interi di pensieri articolati.

Le parole non erano una domanda, ma un’affermazione: “Lo so, era più bello prima”.

E con queste sei parole ha aperto la porta a tenuta stagna che avevo chiuso tra me e il dolore di aver buttato al macero una vita che magari non era bellissima ma funzionava piuttosto bene per inseguire un sogno un progetto un cambiamento. Un amore.

E sì, cazzo.

Era più bello prima, non perché lo fosse davvero, ma perché io credevo che lo fosse; perché mi pareva di aver trovato un posto in cui dire casa, unpersona con cui dire famiglia, una casa in cui rifugiare il cuore.

Era più bello prima perché sorridevo con gli occhi limpidi, e e la vita era semplice, come il pane con il salame, in culo a tutta la filosofia.

Era più bello prima non perché lo fosse davvero, ma perché avrebbe potuto.

E invece ora devo aprire la porta del male e accettare che no, non è stato bello, e che mi ero sbagliata, e che forse sarà ancora altrettanto bello, e forse di più, ma non qui, non nel modo che avevo immaginato.

E così sono qui sul divano con i crampi allo stomaco che piango, e ho deciso di piangere il lutto del mio sogno tradito, di seppellire il cadavere ormaiputrefatto di un amore che non ha mai funzionato.

Forse, quando avrò fatto morire quel che resta di questo malato agonizzante potrò fare spazio al nuovo amore che avanza, e tornerò fertile, anche nel corpo, non solo nel cuore.

Rimorsi, rimpianti & C.

Cerco di tenere bene a mente quello che dicevo ieri, al telefono con un’amica.

Prima c’è stato il mio disastroso matrimonio, e sono stata saggia a non farlo, con il senno di poi.
Poi c’è stato un veggente.
Poi un sessantenne traditore seriale.
Poi un uomo di quarant’anni con una malattia genetica e un cervello da quindicenne.
Mi sembrerebbe piuttosto stupido dire ora “avrei potuto avere un figlio prima” perché no, sono stata abbastanza intelligente da non fare un figlio con nessuno di questi, e probabilmente ho salvato un’anima, eccheccazzo.

E questo discorso vale a prescindere dal mio umore, o da come sto in alcuni momenti, identico e preciso nell’intonazione, le virgole e le pause.

Ed è stupido anche pentirsi di  aver scelto tutti gli uomini della mia vita per me e non per soddisfare un desiderio di maternità che non avevo, per altro.

Ed è puerile pensare che però se ti avessi incontrato in un altro momento un figlio con te l’avrei anche fatto, perché non ti ho incontrato in un altro momento, e quindi.

Ed è da idioti scoprire di volere una cosa soltanto quando ti dicono che no, con tutta probabilità è una cosa che non puoi avere; perché è un desiderio indotto, porco mondo, e lo sanno tutti che il nostro cervello funziona che non appena ti dicono di non pensare elefante rosa immediatamente ce l’hai davanti, un elefante rosa, come se esistesse, davvero.

E dietro a tutti questi pensieri saggi che metto uno in fila all’altro, ci sono io che piango a pensare a tutti i se che non possono più diventare certezze, e che vivere oggi è meno interessante di ieri, quando ancora tutto era possibile, o almeno pensavo, o almeno mi piaceva pensarlo.

E mi chiedo che cosa ne farò, di questa me che rimane,  e mi sento un po’ come se mi avessero rubato il futuro, e sento che non è poi più così interessante vivere.
E cerco di scuotere le spalle, e di pensare che comunque in tutto c’è un senso se non da trovare sicuramente da dare, o qualcosa da imparare.
E aspetto che questo senso, questa lezione, mi si sveli.
E prego che sia una lezione gentile.