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Mese: agosto, 2012

L’amore è un’altra cosa

C’è un momento nella vita, che credo sia quello in cui diventiamo grandi, in cui ci diciamo che no, questa volta è troppo; questa volta il cuore in pezzi no.

Magari è subito successivo alla lettura di uno di quei libri di saggezza vattelapesca che ti insegnano che solo se sei autonomo, se sai stare da solo, se non hai bisogno dell’altro, allora è amore.

Magari hai deciso che l’ultima volta, quella in cui ti sei spezzato tutte le ossa contro il muro delle tue illusioni infrante, quello in cui hai rinunciato alla tua vita, ai tuoi sogni, alle tue abitudini, per l’amore del tuo cuore, deve essere davvero l’ultima volta.

E che da adesso in poi non rinuncerai nemmeno al pisolino della domenica pomeriggio, per un’altra persona.
Non al gatto se chi ami è allergico (si faccia vaccinare, se vuole), non a dormire dalla tua solita parte nel letto, non a uscire una volta a settimana per i cazzi tuoi. Nemmeno per una settimana all’anno, sia chiaro.
Non ai tuoi tempi – nemmeno a un minuto, dei tuoi tempi.
Non ai tuoi spazi – nemmeno a un centimetro, dei tuoi spazi.

E così ti metti al sicuro.
Sai che la persona che ami (che dici di amare, almeno) potrebbe lasciarti, tradirti, scomparire, deluderti, e tu sopravviveresti senza battere ciglio.
Oddio, magari due lacrimucce sì; due lacrimucce, un paio di pasti saltati, una sonora sbronza.
Ma niente di più.

D’altra parte, su, quella persona non era così importante da aver visto in fondo a te.
Mica eri folle d’amore.
Solo i folli d’amore muoiono d’amore, o ci vanno vicini, no?

Noi, equilibrati equilibristi, saldamente egoisti, fortemente egocentrati, provati da mille dolori – anche, soprattutto – siamo sopravvissuti a ben altro.
Non possiamo morire per un amore che finisce.
Non siamo morti con le macerie della nostra vita in pezzi, figurati.
Siamo sopravvissuti alla morte reale di persone che amavamo molto; siamo rimasti in piedi, le abbiamo anche dimenticate, almeno in parte (che faccia aveva mia madre? che odore aveva, davvero, mia madre? che espressione aveva quando era felice? e la voce? insomma, si perdono un sacco di ricordi, basta dare tempo al tempo): la fine di un amore non può che farci un po’ di solletico.

Poi passa.

Ecco.

Al netto di tutta la saggezza, i mantra, lo yoga, il buddismo, l’autonomia psicologica e altre cose, tutto questo non è amore.

L’amore non è morirne, sia chiaro.
Ma è sentire, con ogni pezzo di te, che potresti, morirne.
Non riuscire nemmeno a concepire di stare senza l’altro, pur sapendo che potresti, certo, ma non riuscire nemmeno a immaginarlo senza sentire una fitta lancinante da qualche parte.

L’amore è credere di morirne se veniamo lasciati, credere di impazzire per il tradimento dell’altro, sentirci mancare il cuore per la lontananza, essere convinti di aver bisogno dell’altro, se non per vivere, almeno per vivere felici; o per vivere più felici.

Anche solo un capello in meno è come fare un viaggio guardando invece che con gli occhi con l’obiettivo di una macchina fotografica.
Parlare di un libro per sentito dire.
Annusare un piatto invece di mangiarlo.

L’amore, insomma, è una cosa terribilmente seria.
L’amore, se è vero, è un’altra cosa.

Memorandum per il futuro

Gli aspetti che già conoscete – Gli innamorati

E quindi ci si ama, dicono le carte; ci si ama e si è ben diversi, io e Te.
E dobbiamo fare attenzione a queste diversità, che siano ricchezza e non ostacolo, e a imparare ad accettarle nell’altro, e a non averne paura, anzi.
Pare che ci si diverta di più, essendo diversi: e vogliamo non ascoltare le carte?

 

L’altra faccia della medaglia – L’eremita

“Questa figura rappresenta la persona che risolve i problemi e finisce il compito senza nascondere niente sotto il tappeto, non importa quale compito sia”.
E lo fa portando luce, innocenza, voglia di scoprire su questa strada nuova – solitaria, almeno all’apparenza – ma che porta la luce dove va, verso l’altra persona.
E quindi il lavoro da fare è rimuovere le ombre dal passato, dal presente, e dal futuro.
In un viaggio verso l’altro.
E, insomma, dobbiamo lavorarci, mi pare.

 

Cosa va cambiato – Il matto

E quindi pare che io debba avere il coraggio di fronteggiare il futuro, di percorrere il mio sentiero ed essere aperta anche se le mie spalle non sono coperte e se la saggezza di tutti gli altri – quel maledetto buon senso che detesto – dice il contrario.
Andare avanti, fronteggiare il panico che ogni cambiamento dà.
Prendere la strada e andare.
E allora il consiglio è essere perfettamente felici, pur nel vuoto, perché tutto è esattamente come deve essere.
Oh, dicono loro, eh?

 

La decisione, la prospettiva – Il 6 di coppe

Eccola qua, la carta di un battesimo, che poi è una rinascita.
La certezza che se mi lascio questa melma alle spalle allora posso di nuovo nutrire la mia anima, ed essere finalmente felice, come posso essere, come voglio essere.
Rinascere, ripartire.
Un altro viaggio, insomma.

 

E ora, Tu, mi dici se non ho ragione a crederci.

Girare le pagine

C’è questa cosa che mi capita sempre, quando faccio scelte grandi nella vita.

Dopo un certo tempo – sei mesi, un anno, due, dieci – guardo le mie scelte e non me ne ricordo la ragione.
Mi chiedo quando mi è successo, che io abbia scelto di fare quella scelta lì.
Mi chiedo chi ero, quando ho fatto quella scelta lì.

Stasera, in macchina, attraversavo un ponte, e vedevo l’Arno, e le luci del Duomo, e la torre di Piazza della Signoria, e mi chiedevo come io abbia fatto, a venire a vivere qui.
Come io abbia fatto, a deciderlo.
Chi ero, quando l’ho deciso.

Perché quella donna lì, è chiaro, non c’è più.

Ed è questa, la chiara percezione della fine.

Scenari post-nucleari

(Sarà che oggi era *oggi*, ma così stamattina pensavo che anni fa, 3 o 4, definivo così la mia vita, come uno scenario post-nuclare. Un deserto pericolosissimo, dove ricordi orribili e soprattutto ricordi bellissimi mi attaccavano a tradimento, uccidendomi un poco alla volta)

Che poi di vite così, successive a una catastrofe nucleare, ne ho viste un tot, eh.

Gente che aveva una vita tutta per benino e che è stata spazzata via da cose che hanno lasciato segni, e timori, e paure.

E quella cosa delle zone a cerchi concentrici che più ti avvicini più è pericoloso è anche vera.
E infatti io l’ho data un’occhiata veloce alla Zona Rossa, e non ho capito che tipo di fuoriuscite ci siano state, o quanto questo abbia scatenato reazioni, in un qualche modo.
La Zona Rossa, d’altra parte, è riservata, chiusa, pericolosa.
E anche non saperne quasi nulla è giusto, alla fine; che uno non può mica vivere con la paura della Zona Rossa, su.

Ma quello che faccio io, quando incontro lo scenario post-nucleare, è una roba da contadina testarda e ottimista.

Mi porto del grano da seminare, e via.
Giù a seminare.

E succedono cose strane.
Tipo che tu semini grano e cresce segale.
Allora per prima cosa pensi di aver sbagliato semente (dai, insomma, non è che sono esperta, no?), e ti interroghi su cosa farne, della segale.
E ti viene in mente una roba bellissima; tipo che tu volevi farci del pane, con il grano, ma alla fine se alla farina bianca ci metti la segale, il pane viene più gustoso e fa anche meglio.
Lo sanno tutti.

Così raccogli la segale, ma, testardamente, risemini il grano.
E nasce – che so? – soia.

Ecco, la soia è un po’ un problema perché non ti è mai piaciuta, ma sarà mai che rifiuti qualcosa?
E poi dai, la salsa di soia, diceva anni fa la tua nutrizionista, fa benissimo.
Condisce e non ingrassa.

Così uno ringrazia Dio, raccoglie la soia, e risemina.
Grano.

E nascono girasoli.

E così via.

Cioè.
Nascono sempre cose che servono, ma mai esattamente quello che vuoi tu.
Allora uno, che ne so, magari pensa di lasciar stare, abbandona il campo al suo destino radioattivo e mutante e se ne va.
Ecco, uno.
Mica io.
Io sono pronipote di un bisnonno che a 80 anni fece piantare 40 ulivi nel suo oliveto, perché “in campagna non devi lavorare per vedere i risultati domani; in campagna bisogna pensare a quelli che vengono dopo”, figurati se mi faccio scoraggiare dai girasoli, o dal granturco, o dal mais.

Io semino grano finché non verrà grano; se guardi bene, già nei raccolti sbagliati (ma non esistono raccolti sbagliati, ché tutti è utile, insomma) qualche spiga viene su.

Al limite un intero raccolto di grano non sarò io a farlo, ma chissà chi, chissà quando, dopo di me, che si troverà il lavoro fatto, e dovrà soltanto farci il pane.

Ma questo è giusto, in assoluto.
Perché l’amore è non solo ottimismo, e fede.
L’amore è anche generosità, senza farsi tante menate sul proprio tornaconto.

E poi, su: ci ho vissuto io per anni, in una vita devastata.
Se non fosse per qualcuno che ci ha perso tempo ed energia, oggi i miei campi non darebbero frutti di nessun tipo.
Altro che girasoli.

21 agosto – Il vuoto e il pieno

La vita è come una casa con tante stanze.
Ci sono quelli che hanno una stanza vuota, e allora si innamorano perché non sopportano di avere una stanza vuota.

Ci sono quelli che hanno stanze così piene, di problemi paure ricordi souvenir fobie traumi rancore biglietti del cinema hobby routine abitudini, che non hanno spazio nemmeno per uno spillo, figurarsi per amare un’altra persona se non se stessi.

Ci sono quelli che hanno stanze perfette, ben arredate, pulite e linde.
Quando si innamorano ti invitano a entrare nelle loro stanze, a guardare.
Ma non puoi toccare nulla, né tanto meno spostare qualcosa.
Sei lo spettatore della loro messa in scena di cui non sei mai nemmeno una comparsa; ma il tuo ruolo è applaudire, e con trasporto possibilmente.

Poi ci sono le persone d’amore.
Le persone d’amore hanno stanze arredate bene, con i giusti equilibri di pieno e di vuoto, e quando si innamorano ti fanno entrare.
E sanno che sgualcirai i cuscini dei divani, che sporcherai per terra con le scarpe, che sposterai un quadro per raddrizzarlo.
E lo accettano.
Accettano di cambiare percorsi, abitudini, la colazione, l’ora di cena.
Accettano gli imprevisti, i panorami inattesi, i ritardi, le parole quando vogliono state zitti, le risate cristalline che servono a scacciare i pensieri blu.

E sanno che amare è un gioco di prestigio un’arte una questione di equilibrismo un sacrificio un cambiamento un nuovo viaggio un dono un atto di fede.

Le persone d’amore, forse, non esistono.

20 agosto – Gente in cammino

Del viaggio mi piace respirare l’atmosfera dei posti, sentire la gente che parla tra sé in un’altra lingua, mangiare cose mai provate.

Dei posti mi piacciono quelli deserti, o quelli dove non sento l’aria di casa, che sentir chiamare Tommaso con voce stridula già mi irrita in Italia, figurati in Noemandia.

Mi piace il cielo che cambia colore velocissimo, il vento, le spiagge deserte, il freddo della sera.
Mi piace il Nord.

Mi piace essere stata in ristoranti pieni dove la gente parlava a bassa voce e i bambini – tantissimi – vengono richiamati da voci dolci di madri a cui obbediscono.

Del viaggio mi piace la fatica e che le cose che ho visto e sentito mi restano.
Del viaggio non mi piace tornare.

16 agosto

Le cose d’agosto sono quelle che si pensano in un viaggio in moto che è silenzioso per forza, con la libertà assoluta di pensare ai fatti propri e piangere nel casco senza nessuno che ti chieda che cos’hai.

La prima di queste cose è che viaggiare in moto proprio mi piace.
Mi piace il senso dell’umorismo che ci va quando devi cambiarti sedicimila volte con il cambiamento del tempo al Nord e non appena hai finito di vestirti da pioggia esce il sole.
Mi piace fare parte di una comunità che si saluta con due dita e fa i conti dei chilometri durante i viaggi, in una specie di sfida a chi ne fa di più.
E ce n’è sempre di motociclisti che fanno più chilometri di te, e tutti a dire oh e ah di ammirazione.

La seconda di queste cose è che ancora, dopo tanti anni, ho bisogno di controllare le cose.
Saperle prima.
Avere la sensazione di avere la mia vita sotto controllo.
E non c’è niente di più falso, e lo so.
Ma non riesco a lasciarmi andare, a pensare che tutto andrà bene, che nei film quando uno dice “andrà tutto bene” di solito è il momento in cui muore qualcuno, non so se mi spiego.
E così sballottata dalla moto là penso che la mia vita è una fatica, e che dovrei riposarmi, che tanto tutto andrà bene ugualmente perché io non ho il potere su nulla.

Poi scopro la terza cosa, che è fatta dalle mie ferite così fresche, ancora.
Che io sono una che ha girato due pagine alla volta, all’ultima svolta, ma mi sono fatta più male di quello che ho detto, anche a me stessa.
E si vede, se mi guardi in fondo agli occhi, che ho una ferita aperta, io che non mi sono fidata mai di nessuno e poi mi sono fidata e ho fatto male.
E così scopro la quarta cosa, che è il mio sguardo diffidente sul mondo, perché ho una paura fottuta di farmi ancora male, di affidarmi alla persona sbagliata, e di non riuscire a stare più in piedi.

Così la quinta cosa è che prego un sacco, un dio a caso, lo Spirito, il karma.
Prego per me, ma soprattutto per te, perché tu sia felice e che abbia le cose di cui hai bisogno.
E per me chiedo la stessa cosa: quello di cui ho bisogno, così, in generale, che forse non lo so che cosa sono le cose di cui ho bisogno.

E poi penso che potrei essere pronta a cambiare ancora la mia vita per te, ma che lo farò quando tu sarai pronto a che io cambi la mia vita per te, che sono cose che se anche le fa uno solo si fanno sempre in due, e la pagina che ho appena girato ne è la prova.

E infine scopro, tra un mantra e l’altro, un progetto e l’altro, un sogno e l’altro, che non ho bisogno di stare con te per essere felice.
Ma ho bisogno di essere felice per stare con te.
E questa, così, mi pare una cosa terribilmente saggia.

Un mese

Che lo so che prima o poi passi di qui, e nel frattempo io sarò dispersa in qualche giro pensato per togliermi i pensieri blu dalla testa, e poi sarai tu a essere disperso in qualche giro per metterti negli occhi e nelle ossa bei pensieri che ti sorreggano fino al prossimo, di giro, e allora avremo comunicazioni brevi e interrotte, e forse anche nessuna comunicazione per un po’, e noi non ci siamo mica abituati, alla fine, perché tutte le volte che ci siamo detti che non ci saremmo potuti sentire poi alla fine ci siamo sentiti lo stesso.

Invece questa volta no, sarà diverso davvero, e non è che ci si sentirà chissà quanto, se non magari con messaggi, che io ci scrivo delle lettere intere e tu due righe, perché sei un uomo, e si sa che è così.

E quindi io te lo scrivo già qui, che ti penserò ogni giorno un pochino, e che farò attenzione a fare in modo che non mi manchi troppo, ma so già che invece mi mancherai troppo, perché mi manchi già troppo, perché a furia di passare agli schemi successivi qui la partita del gioco elettronico si è fatta importante e io la guardo per capire dove possano essere le trappole in cui perdere le tre vite standard date in dotazione in ogni videogame che si rispetti.

Mi mancherai, ma non ho dubbi – o almeno non ho quasi dubbi – che io e te avremo un settembre.

E te lo dico, finalmente: a maggio pensavo che ci saremmo fermati a giugno.
E a giugno pensavo che tutto si sarebbe squagliato sotto il sole di luglio, dissolto come il solito miraggio di cui parlammo mesi fa, eppure invece di tirarmi indietro per paura di farmi male ho scelto di vivere il giugno che veniva per non dovermi pentire di non aver vissuto un giorno felice in più, che la vita è troppo corta per rinunciare a 24 ore perfette, anche se nessuno te lo insegna quando è ora.

Così ho aspettato ogni giorno di luglio come fosse l’ultimo, e invece mi sono trovata che mi pare che luglio abbia azzerato tutto e sia stato l’inizio di una cosa completamente nuova, che mi piace un sacco e che mette sia a me che a te dei sorrisi felici sulla faccia.

Così, Tu, non mi fanno troppa paura questi giorni di agosto che comunque passano sempre veloci, perché mi sembra, o almeno voglio crederci, che alla fine di questi giorni io troverò te in fondo alla solita scalinata della solita stazione: e questo mi pare il giusto premio per una così breve attesa.