Scenari post-nucleari

di Calexandrìs

(Sarà che oggi era *oggi*, ma così stamattina pensavo che anni fa, 3 o 4, definivo così la mia vita, come uno scenario post-nuclare. Un deserto pericolosissimo, dove ricordi orribili e soprattutto ricordi bellissimi mi attaccavano a tradimento, uccidendomi un poco alla volta)

Che poi di vite così, successive a una catastrofe nucleare, ne ho viste un tot, eh.

Gente che aveva una vita tutta per benino e che è stata spazzata via da cose che hanno lasciato segni, e timori, e paure.

E quella cosa delle zone a cerchi concentrici che più ti avvicini più è pericoloso è anche vera.
E infatti io l’ho data un’occhiata veloce alla Zona Rossa, e non ho capito che tipo di fuoriuscite ci siano state, o quanto questo abbia scatenato reazioni, in un qualche modo.
La Zona Rossa, d’altra parte, è riservata, chiusa, pericolosa.
E anche non saperne quasi nulla è giusto, alla fine; che uno non può mica vivere con la paura della Zona Rossa, su.

Ma quello che faccio io, quando incontro lo scenario post-nucleare, è una roba da contadina testarda e ottimista.

Mi porto del grano da seminare, e via.
Giù a seminare.

E succedono cose strane.
Tipo che tu semini grano e cresce segale.
Allora per prima cosa pensi di aver sbagliato semente (dai, insomma, non è che sono esperta, no?), e ti interroghi su cosa farne, della segale.
E ti viene in mente una roba bellissima; tipo che tu volevi farci del pane, con il grano, ma alla fine se alla farina bianca ci metti la segale, il pane viene più gustoso e fa anche meglio.
Lo sanno tutti.

Così raccogli la segale, ma, testardamente, risemini il grano.
E nasce – che so? – soia.

Ecco, la soia è un po’ un problema perché non ti è mai piaciuta, ma sarà mai che rifiuti qualcosa?
E poi dai, la salsa di soia, diceva anni fa la tua nutrizionista, fa benissimo.
Condisce e non ingrassa.

Così uno ringrazia Dio, raccoglie la soia, e risemina.
Grano.

E nascono girasoli.

E così via.

Cioè.
Nascono sempre cose che servono, ma mai esattamente quello che vuoi tu.
Allora uno, che ne so, magari pensa di lasciar stare, abbandona il campo al suo destino radioattivo e mutante e se ne va.
Ecco, uno.
Mica io.
Io sono pronipote di un bisnonno che a 80 anni fece piantare 40 ulivi nel suo oliveto, perché “in campagna non devi lavorare per vedere i risultati domani; in campagna bisogna pensare a quelli che vengono dopo”, figurati se mi faccio scoraggiare dai girasoli, o dal granturco, o dal mais.

Io semino grano finché non verrà grano; se guardi bene, già nei raccolti sbagliati (ma non esistono raccolti sbagliati, ché tutti è utile, insomma) qualche spiga viene su.

Al limite un intero raccolto di grano non sarò io a farlo, ma chissà chi, chissà quando, dopo di me, che si troverà il lavoro fatto, e dovrà soltanto farci il pane.

Ma questo è giusto, in assoluto.
Perché l’amore è non solo ottimismo, e fede.
L’amore è anche generosità, senza farsi tante menate sul proprio tornaconto.

E poi, su: ci ho vissuto io per anni, in una vita devastata.
Se non fosse per qualcuno che ci ha perso tempo ed energia, oggi i miei campi non darebbero frutti di nessun tipo.
Altro che girasoli.

Annunci