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Mese: settembre, 2012

Sempre di domenica

La domenica la odio.

L’ho sempre odiata, da quando andavo a scuola, quando passavo il sabato in oratorio e la domenica dovevo studiare o fare i compiti.
La odio da quando ero piccolissima, e mio padre passava le giornate intere a letto, ad ascoltare il calcio minuto per minuto da una radiosveglia arancione di design anni ’70 circondato da giornali e fumava come un turco, senza parlare con nessuno.
La odio perché sono una che vive nel futuro, e il lunedì è sempre un giorno difficile.
La odio perché ho fatto l’amante, e l’amante la domenica è una persona invisibile.
La odio perché sono una specialista di storie a distanza, e la domenica, nelle storie a distanza, è il giorno degli addii, sperando che siano arrivederci, ogni volta.

Non riesco a godermi niente che non sia dormire, e poi sentirmi in colpa perché ho dormito troppo e non ho combinato nulla.

Non riesco a godermi niente, poi, qui, perché la domenica è il giorno della trappola, il giorno in cui sono forzatamente messa davanti agli errori e alle scelte sbagliate che ho fatto, e non c’è niente da godere, nelle scelte sbagliate che ho fatto.

Così passo le domeniche a leggere un po’, dormire un po’, cucinare un po’, lavorare un po’.
Struggermi un po’.
Piangere un po’.
Ascoltarmi un po’.

E sentire la mia energia sottile, che poi è l’origine di tutti i miei problemi, perché con l’energia sottile non si combina niente di buono, e niente di nuovo.

La domenica è il giorno della solitudine, dell’abbandono, dell’amore che non c’è, del bisogno.

Domani, per fortuna, è lunedì.

La vita piccola

Ho una vita piccola, una casa piccola, un lavoro piccolo.
Uno stipendio piccolo.

Ho desideri piccoli: serate sul divano, libri letti con il sottofondo di Mozart, case luminose, e travi a vista.

Faccio acquisti piccoli, ho obiettivi piccoli: 5 chilometri, al massimo 10, mica una maratona.
Ho disturbi piccoli, nemmeno una tendinite; al massimo una contrattura.

Non ho ambizioni.
Mi piace fare teatro e mi ringalluzzisco quando il mio insegnante mi fa i complimenti; ma so che non sarò mai Mariangela Melato, nemmeno in un’altra vita, credo.
Studio dizione per dare il meglio di me, ma non ho bisogno di applausi o pubblico.

Ho problemi piccoli (o così mi dicono) che cerco di gestire con saggezza e una buona dose di capacità di rimozione.

Cerco di cucinare un po’ tutti i giorni, anche se non mi piace, e cerco di essere almeno un istante felice tutti i giorni, anche se non è facile.
Ma mi hanno insegnato che essere felici è questione di allenamento, quindi quando non ci riesco ci provo di nuovo; credo che un giorno mi verrà più naturale.

Cerco di distinguere le cose urgenti da quelle importanti, questo sì.
Che le cose urgenti urgono, è vero, ma ci rubano un sacco di energia per niente, se guardi le cose con saggezza.
E, di solito, siamo così presi dalle urgenze ,che perdiamo di vista gli obiettivi importanti: stare bene noi, e far stare bene gli altri, per esempio.

Chiedo ogni giorno alle persone che incontro come stanno, perché di solito non lo fa nessuno.
E ascolto quello che mi rispondono, perché – questo sì, davvero – non lo fa nessuno.
Avverto sempre i miei studenti quando non sono di buon umore, perché so essere cattiva, quando voglio.
Di solito, però, non voglio.

Cerco di fare del mio meglio giorno dopo giorno, e spesso il mio meglio non è abbastanza.
Rimando decisioni importanti, e spesso anche le pulizie di casa.
Mi guardo allo specchio e non mi piace quasi mai quello che vedo, ma ho imparato che sono così, e non c’è molto da fare se non abituarsi a se stessi.
Provo a smussare i miei spigoli più pungenti.
Mi alleno a stare zitta.

Ho grandi amori, di solito.
Di solito ho grandi amori con vite grandi.
Di solito finiscono male.
Di solito sopravvivo.

Dell’andarsene

La verità è che io sono già andata via.

Non conta – o almeno non conta abbastanza, per me – qual è la casa in cui mangio, o dormo.
O il fatto che ci sia un indirizzo sulla mia carta d’identità.

Io non sono più qui.

Non sono qui perché il mio cuore è lì da te, da un sacco di tempo, e questa volta, per esempio, non è tornato proprio.
Ho sentito i giorni scivolare uno dopo l’altro tutti uguali, e non ci ho fatto caso, perché erano giorni vuoti, senza significato, senza cuore.

Ho aperto e chiuso la porta, risposto alle domande facendo attenzione, ho fatto la spesa, ho cucinato, ho lavorato.
Ho riso, anche.
Sono stata carina con un’amica, ho ascoltato parole addolorate di qualcuno, ho consolato delle lacrime, ho incoraggiato persone scoraggiate.

Eppure ero lì con te.

Se qualche mese fa pensavo a come sarebbe stato possibile lasciare quello che avevo qui e mi angosciavo, anche, per questo, ora mi sembra, molto semplicemente, di non avere niente da lasciare.

Così vivo qui una vita in prestito, una vita a cui non faccio attenzione (e odio questo, lo odio tanto, non puoi immaginare quanto, davvero) e coltivo nella mia mente e nel mio cuore la vita che vorrei, che ogni tanto ho, che spero di avere molto a lungo.

Lavoro arditamente al nostro ipotetico futuro, lo sogno, lo modello, lo plasmo.

Aspetto, spero.

Mando a lavorare il mio avatar, e sto con te, nel frattempo, nelle tue giornate, che amo perché sono tue.
Rientro in me per andare a recitare, quando soltanto posso essere me (qui io non sono mai stata io, davvero) e faccio piccolissimi ma ineluttabili passi verso un Io & Te che chissà se mai diventerà un Noi.

Prego un sacco.
Per te, per me, per noi.

Per non morire adesso, prima di aver vissuto, soprattutto.

Il treno delle 19 e 20

I giochi di equilibrio sono i più difficili, e gli unici che vale la pena di imparare.
L’equilibrio tra il vicino e il lontano, tra il sempre e il mai, tra il poco e il troppo poco.

Così, mentre me ne torno a casa stanca e felice e in preda a uno struggimento infinito, penso alla difficoltà di scegliere la strada giusta, che a guardarle, tutte le deviazioni, c’è da diventare matti.

Essere troppo presenti, esserlo troppo poco.
Girare un foglio e vedere come va (non è mai morto nessuno, e se fosse proprio questa la prima volta?) oppure tenersi un po’ qua e un po’ là, e fare continui rimandi.
Scegliere la strada che ci sembra giusta e portarci dietro tutti i bagagli – che son pesanti – oppure fare brevi gitarelle nei dintorni delle cime, ma tornare, malinconicamente, in pianura, ogni sera.

È che vorrei dirti – e vorrei sentirmi dire – che tra poco sarà tutto a posto, e tutto facile.
E invece ci vorrà tempo, e pazienza e fede.
E coraggio.
E nessuno di noi due può aiutare l’altro a fare il suo pezzo, e io mi sento male, per questo, almeno un po’, a pensarci.
E non c’è nessuna sicurezza su quello che ci sarà domani, e oltre; perché noi ci diciamo delle cose, e ce ne promettiamo (poche, per fortuna poche) altre, ma la verità è che non sono promesse, ma solo speranze; ma sono le nostre, e le stringiamo forte.

E io qui, nel buio (com’è buio, che sta arrivando davvero l’autunno) penso che vorrei fare un salto nel nostro futuro a vedere come sarà.

Ma poi penso anche che non voglio saperlo, che non si sa mai che sia troppo diverso da quello che desidero, e poi mi tolga la voglia di mettermi a viverlo.

Ma desidero forte desideri grandi, Tu.
Spero che siano gli stessi tuoi, ecco.
Questo, questo sì.

Elenchi

Ci sono delle cose che uno non fa mai, ma per cattiva abitudine, mica perché non sa farle.

È un po’ il problema del fatto che diamo per scontato che tutto sia sempre come deve essere, e notiamo solo i difetti.

Mai nessuno che davanti a un lavoro ben fatto dice “che lavoro ben fatto”, a meno che non sia una roba artistica.
Io non esco quasi mai dalle classi dicendomi che ho fatto bene.
Ma so sempre, sempre dico, quando ho fatto male.

Quindi una pasta perfettamente salata è data per scontata, e così un bagno perfettamente pulito, o l’acqua calda della doccia, o mille milioni di altre cose.

E invece siamo tutti attenti a quello che non va, o a quello che non c’è.

Così un paio di vite fa uno dei miei amori provò a insegnarmi a svegliarmi ringraziando, la mattina, per le cose che avevo.
La colazione, i piedi, le gambe, le orecchie.
Era un lavoraccio, a farlo bene, eh?
Ma mi metteva nel mood giusto per la giornata.

Oggi, poi, dopo ieri, ci pensavo, che non ti ringrazio mai.

E così ho rimuginato su un elenco di cose per cui dovrei averti ringraziato o ringraziarti in generale, che non lo sai nemmeno quanto siano speciali, e io non te le faccio mai notare come tali.
Perché io sono una che guarda le macchie sui fogli, mica i fogli bianchi, anche se mi do arie da buddista, va detto.

E quindi pensavo che questo è il posto giusto per fare un elenco, da spuntare ogni tanto; così io non dico imbecillità, e Tu ti rendi conto di dove eravamo, e dove siamo arrivati.

Intanto grazie per le 24 ore, che poi sono diventate 36; e poi 48. E poi dei giorni interi.
Di fronte a tutte le premesse di tutto questo, mi sembra un miracolo, altro che storie.

Poi grazie dei messaggi della mattina, che poi uno magari dà anche per scontati, ma in realtà scontati non sono mai.
E se sapessi come migliorano le mie giornate lo vedresti da te, quanto sono importanti.
E la stessa cosa, grazie, devo dirtelo per ogni minuto passato al telefono, che miracolosamente è quella cosa per cui io posso non vederti che so? per due mesi, ma non mi fai mai sentire sola, ed è una gran cosa, per me.

Grazie per ogni confidenza che mi hai fatto, soprattutto quelle difficili.
Grazie per tutte le verità che mi hai detto; soprattutto quelle che non mi piacciono, che sono preziose perché potevi evitarle, e invece ci siamo detti che doveva essere vero, soprattutto.
Grazie per gli armadi della tua cucina, che io posso aprire e chiudere a mio piacimento, e che rendono casa tua un posto familiare e speciale per me.
Grazie per l’acqua gassata che mi fai trovare negli armadi.

Grazie perché accetti di ridere di te stesso, e di me, e di noi; anche e soprattutto quando non c’è molto da ridere.

Grazie per le parole grandi che mi dici, che si sa che le parole sono solo parole, ma sono sempre anche come carezze sul cuore, e accarezzare il cuore di un altro è un atto di amore.

Grazie per ogni volta che dici domani, o l’anno prossimo, o coniughi i verbi al futuro.
Grazie per ogni istante che hai scelto di condividere con me, che non era dovuto, eppure l’hai condiviso.
E grazie soprattutto per quello che sappiamo solo io e te, di una giornata di sole, in mezzo al marmo bianco, che vale più di tutto il resto.

E ogni volta che ho la luna storta, o che sei depresso, ricorda in che punto della tua strada stavi, il 4 dicembre dell’anno scorso, e rileggi questo elenco.
E dimmi, Tu, se ci avresti mai creduto, di poter fare ancora tutte queste cose con un’altra persona.

E, più di tutto, Tu, grazie per l’amore: che poi, è tutto qui.

 

Le soglie, i criceti, il senso

Cominciando dal fondo, oggi mi sono ricordata che senso vuol dire sì significato, ma vuol dire anche direzione.

E quindi i miei studi filosofici spiegano perché io spesso mi chieda che senso ha, quello che sto facendo, quello che vivo, quello che vorrei vivere.
Perché la maggior parte delle volte il significato mi è oscuro, ma la direzione, be’, la direzione è peggio.

Poi a volte mi prende l’ansia del criceto, che non solo mangia briciole, lo stronzo, e mai una volta che qualcuno gli dia qualcosa di più, ma soprattutto si affanna sulla ruota e corre e corre e gira e gira e non va da nessuna parte, merda.

E così mi ricordo il 2003 quando scelsi la mia nuova casa e ci immaginavo il mio nido d’amore, e l’uomo per cui avevo arredato quel nido stava con me tre volte a settimana, e mai, mai mai nessuna volta si fermò a dormire.
E io – cricetino imbecille – che ero felice lo stesso, e mi alzavo dal letto alle quattro per riportarlo a casa.
E no, non erano le quattro del pomeriggio.

Così mi ricordo le estati dal 2002 al 2007 con i messaggi contingentati e le telefonate clandestine, e io che ogni mattina accendevo il cellulare sperando che lui mi avesse scritto (quello tutti i giorni, mica solo d’estate) ed era festa un sms del cazzo, ed era tragedia tutte le volte che invece non c’era niente.
Ed era la maggior parte delle volte, per altro.

E poi mi ricordo i chilometri percorsi a migliaia per correre ad amare e farmi amare dall’altra parte della Pianura padana e il cuore che batteva a mille.
E l’uomo in questione non mi amava manco per niente, altro che balle.

E tutta la fatica, ogni volta.

E poi c’è tutto quel lungo discorso sulle soglie da attraversare, che se vuoi entrare in casa di qualcuno mica resti sulla porta.
Ma se sei la vicina che mi chiede il sale io ti do il sale e nemmeno ti invito a prendere un caffè (cioè, io invito sempre i miei vicini a prendere il caffè a casa mia, ma devo essere strana, perché in generale non lo fa nessuno).
E allora tutta la danza che si fa sulla soglia, per non sembrare invadente, ma anche scalpitando per entrare, perché se uno sta sulla porta non si costruisce niente; anzi, non si prende nemmeno un caffè insieme.

E in tutto questo, una sola certezza.

Io non sono più la donna di una volta.
E non rifarei le stesse cose.

Anzi, di più.
Dato che non sono la donna di una volta non rifarò le stesse cose.

(a morte i criceti, insomma)

I pensieri blu, e le altre cose

Così mi capita che ho pensieri così blu in testa che devo scriverli e buttarli via, sennò lo so che non riuscirò mai a dormire, o che piangerò prima di addormentarmi.
E non mi va.
E invece so che se li scrivo li dimentico, che fa bene; e se poi mi capita di star male per le stesse cose, so dove posso andare a leggere, per ricordarmi che rifaccio gli stessi errori e per ricordarmi di non dare la colpa a nessuno di diverso da me, per gli errori che faccio.

Mi capita di aver pensato un sacco di pensieri sotto forma di sogni o sotto forma di progetti.
Mi capita di averne sentito quasi il profumo.
Mi capita di aver pensato – almeno per un istante – che forse questa volta sarebbe stato diverso, che stavo immaginando un futuro possibile.

Poi, sotto i miei occhi, capitano delle cose che mi fanno pensare che no, forse non sarà esattamente come l’ho immaginato.
Ma io mi giro dall’altra parte, mi concentro sulle parti buone delle cose, sul fatto che ogni cosa è comunque perfetta, sempre, e tiro avanti.

Poi in sere come queste, che non è una bella serata, d’un tratto ho la prova concreta e indiscutibile di avere pensato male, e immaginato peggio.

Chiudo la porta che era solo accostata.
Mi appoggio un attimo per controllare che sia ben chiusa, che si sa che sono una distratta, con le porte.

Guardo la settimana che ho davanti.
Guardo domani.

Sì.
Tutto è perfetto.

Le cose reali, le cose vere, lo sono sempre.

(e vaffanculo ai sogni, lasciamoli a chi dorme)

Le parole e le palpebre (post per un’amica)

A volte ci si arrabbia, si perdono le staffe, vogliamo vincere a tutti i costi.
Vogliamo avere ragione.
Vogliamo essere brillanti.
Vogliamo graffiare la persona che abbiamo davanti; e più ci è vicina, quella persona, più ci viene bene graffiarla, e farle male.
Conosciamo tutti i suoi punti deboli, e non abbiamo paura di usarli.

Insomma, cose così.

Se ci si pensa bene, è una cosa molto umana – perché non credo che gli animali la facciano una roba così – ma tant’è siamo umani, anzi, qualche volta qualcosa in meno.

La cosa che dimentichiamo è che le parole sono importanti.
Che le parole vanno trattate come bombe a mano, delicatamente.
Che una volta pronunciate, le parole, non possono essere ingoiate, ritrattate, cancellata.

Dobbiamo saper fermarci un istante prima del recinto che l’Altro ha intorno a sé, il recinto che nasconde le cose inviolabili.
E davanti al nostro, di recinto, dobbiamo mettere due robusti cani da guardia, per evitare che la gente ci entri nel giardino, strappi le rose, calpesti l’erba tagliata all’inglese e poi venga a chiederci scusa, che a far ricrescere un roseto servono mesi, non le scuse.

Così, di fronte a parole che feriscono, abbiamo bisogno di tanto tempo per metabolizzare e passare oltre.
Tempo per contestualizzarle e non drammatizzare troppo.
Tempo per capire, soprattutto, se le rose si possono salvare, oppure bisogna espiantare tutto.

A te, Amica, auguro cani feroci davanti al tuo giardino; e che nessuna malattia colpisca le tue rose.
E che i piedi che calpestano l’erba del tuo prato siano sempre delicati.
E che chi parla con te se lo ricordi, che le le orecchie non hanno palpebre, e non c’è niente da fare, non si può proprio non sentire quello che viene detto.

A te, Amica, auguro che qualche volta la tua memoria faccia cilecca, e che tu abbia il coraggio per non stare a ricordare ogni momento ogni parola che ti ha ferito.

Ricordando che capita, di ferire le persone.
E che, finché non si ferisce apposta, allora tutto è accettabile.

A te, Amica, auguro un amore gentile, che si prenda cura del tuo giardino.
Soprattutto perché hai così tante piante, e alcune così delicate, che coltivare il tuo giardino è un lavoraccio, e un lavoraccio non si può fare da soli, senza aiuto.

Il resto, davvero, non conta nulla.

1 settembre, in ritardo

Non sono mai stata troppo brava con i compleanni, e ancora adesso, insomma.

Del tuo mi sono ricordata per sbaglio, che stavo su un altro social ed era appena scattata la mezzanotte quando uno ha detto che era arrivato settembre e SBAM, tutto a un tratto mi è venuto in mente.
Che poi, dato che faccio il lavoro che faccio, il primo settembre è il giorno del collegio docenti, perché mai dovrei dimenticarmelo.

Così, ed era dopo mezzanotte, quindi, ho detto a Lui (sì, Tu) delle cose di te, e così me ne sono venute in mente altre, e poi niente, piangevo come una cretina e le solite cose di ogni primo settembre che mi ricordo da un sacco di anni a questa parte.
Sedici, tipo.
Che, pensando che il mio dolore è in piena adolescenza dato che ha compiuto sedici anni forse posso anche concedergli di piangere, almeno un po’, che si sa come sono i ragazzi, a quell’età.

La cosa più bella, però, l’ho scritta e pensata prima del male.
Io sono contenta che oggi avresti compiuto 76 anni, e invece no.
Sono contenta che mi sei rimasta bella, nella testa, con gli occhi azzurrissimi brillanti, e le mani snelle, elegantissime, e quel modo tutto tuo di tenere in modo maniacale ai capelli che ho un po’ ereditato.

Sono contenta di non aver dovuto assistere al tuo declino lento e inesorabile, perché nella mia testa non sarai mai una vecchina rompicoglioni che ripete le cose e straccia i maroni a tutti perché è piena di fissazioni (e tu saresti stata esattamente una vecchina così, diciamolo).
Sono contenta, anche, che sei andata via ancora giovane e bella, davvero, che nessuno ti dava sessant’anni, nemmeno la settimana prima di morire, e ne andavi fierissima, altroché.

Ogni tanto mi guardo allo specchio e cerco di vedere che cosa ho di te, oltre al grasso sui fianchi e le cosce grosse (e non so se ringraziarti, di questo) e così, all’apparenza non ci trovo nulla.

Ma poi penso alle nostre matte risate tra una chemioterapia e l’altra, alla tua passione per l’acqua e zucchero, alla tua capacità di essere serena e di buon umore anche quando non eri felice (chissà se sei mai stata felice, per dire) e penso che questo, questo sì, ce l’ho anche io.
Una capacità tutta nostra di scrollare le spalle, almeno apparentemente, e di riuscire a vivere nonostante, che è una gran cosa.

Per dire, se ti assomigliassi di più sicuramente non starei sempre lì a chiedermi quale sia il viadotto giusto per provare a volare.

Poi penso che non so cucinare perché tu non cucinavi, e penso che non so cucire, perché tu non cucivi.
Ma che so stirare, solo perché ti ho visto farlo ogni giorno per anni di seguito.
E che so ridere.
E che so stare in casa senza annoiarmi.
E che so abbinare i colori.
E che ho gli armadi pieni di vestiti, come te.

E guardo un paio di foto tue, e penso che dietro agli occhi nascondi le mie stesse cose, ne sono sicura, ma che io ero troppo piccola perché tu me le raccontassi quando te ne sei andata, e adesso vorrei saperle, cazzo, e invece devo vedere se riesco a capirle da sola.

Così, da questa casa che non ti piacerebbe perché ha troppa poca luce (e non piace nemmeno a me per lo stesso motivo) e da questa città che non ti piacerebbe perché la gente si dà del tu e tu invece avevi il lei dei torinesi, che possono mandare la gente a quel paese senza mai perdere quel distacco di buona educazione di facciata, penso che a volte ti vorrei qui per farmi dare dei consigli.

Ma poi penso anche che tu non saresti d’accordo con nessuna delle scelte che ho fatto nella vita, e allora penso che sei stata fortunata ad andare via prima di essere delusa da questa donna che sono diventata.
Poi penso che forse se ci fossi stata tu non avrei fatto un sacco di errori.
Poi penso che ne avrei fatti di ben peggiori, e che quindi mi è andata un sacco bene.
Poi penso che Lui ti piacerebbe, perché ha delle bellissime mani e pizzica la r.

E insomma, sono passati 16 anni quasi interi e ancora non ho imparato e dire che mi manchi e basta.

Buon compleanno, mamma.