Il treno delle 19 e 20

di Calexandrìs

I giochi di equilibrio sono i più difficili, e gli unici che vale la pena di imparare.
L’equilibrio tra il vicino e il lontano, tra il sempre e il mai, tra il poco e il troppo poco.

Così, mentre me ne torno a casa stanca e felice e in preda a uno struggimento infinito, penso alla difficoltà di scegliere la strada giusta, che a guardarle, tutte le deviazioni, c’è da diventare matti.

Essere troppo presenti, esserlo troppo poco.
Girare un foglio e vedere come va (non è mai morto nessuno, e se fosse proprio questa la prima volta?) oppure tenersi un po’ qua e un po’ là, e fare continui rimandi.
Scegliere la strada che ci sembra giusta e portarci dietro tutti i bagagli – che son pesanti – oppure fare brevi gitarelle nei dintorni delle cime, ma tornare, malinconicamente, in pianura, ogni sera.

È che vorrei dirti – e vorrei sentirmi dire – che tra poco sarà tutto a posto, e tutto facile.
E invece ci vorrà tempo, e pazienza e fede.
E coraggio.
E nessuno di noi due può aiutare l’altro a fare il suo pezzo, e io mi sento male, per questo, almeno un po’, a pensarci.
E non c’è nessuna sicurezza su quello che ci sarà domani, e oltre; perché noi ci diciamo delle cose, e ce ne promettiamo (poche, per fortuna poche) altre, ma la verità è che non sono promesse, ma solo speranze; ma sono le nostre, e le stringiamo forte.

E io qui, nel buio (com’è buio, che sta arrivando davvero l’autunno) penso che vorrei fare un salto nel nostro futuro a vedere come sarà.

Ma poi penso anche che non voglio saperlo, che non si sa mai che sia troppo diverso da quello che desidero, e poi mi tolga la voglia di mettermi a viverlo.

Ma desidero forte desideri grandi, Tu.
Spero che siano gli stessi tuoi, ecco.
Questo, questo sì.

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