Sempre di domenica

di Calexandrìs

La domenica la odio.

L’ho sempre odiata, da quando andavo a scuola, quando passavo il sabato in oratorio e la domenica dovevo studiare o fare i compiti.
La odio da quando ero piccolissima, e mio padre passava le giornate intere a letto, ad ascoltare il calcio minuto per minuto da una radiosveglia arancione di design anni ’70 circondato da giornali e fumava come un turco, senza parlare con nessuno.
La odio perché sono una che vive nel futuro, e il lunedì è sempre un giorno difficile.
La odio perché ho fatto l’amante, e l’amante la domenica è una persona invisibile.
La odio perché sono una specialista di storie a distanza, e la domenica, nelle storie a distanza, è il giorno degli addii, sperando che siano arrivederci, ogni volta.

Non riesco a godermi niente che non sia dormire, e poi sentirmi in colpa perché ho dormito troppo e non ho combinato nulla.

Non riesco a godermi niente, poi, qui, perché la domenica è il giorno della trappola, il giorno in cui sono forzatamente messa davanti agli errori e alle scelte sbagliate che ho fatto, e non c’è niente da godere, nelle scelte sbagliate che ho fatto.

Così passo le domeniche a leggere un po’, dormire un po’, cucinare un po’, lavorare un po’.
Struggermi un po’.
Piangere un po’.
Ascoltarmi un po’.

E sentire la mia energia sottile, che poi è l’origine di tutti i miei problemi, perché con l’energia sottile non si combina niente di buono, e niente di nuovo.

La domenica è il giorno della solitudine, dell’abbandono, dell’amore che non c’è, del bisogno.

Domani, per fortuna, è lunedì.

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