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Mese: ottobre, 2012

Inverno

Che l’inverno sia proprio qui, dietro l’angolo, me lo segnala il sonno pesante con cui combatto da stamattina, il freddo che mi è entrato nelle ossa già ieri, e ancora mi fa compagnia, le luci di casa accese alle cinque.

La coperta addosso, mentre sono sul divano.
Gli spifferi che arrivano dalla finestra.

Il cielo ha sprazzi di azzurro in mezzo alla coltre di nubi grigia, compatta, che promette pioggia.

Una vocina insistente nella mia testa cerca di convincermi a non uscire, a restare chiusa, a cercarmi una tana, una cuccia in cui passare queste giornate, in attesa della primavera che verrà, se verrà.
La sensazione, prepotente, è che la primavera non verrà, e che l’inverno verrà ad appesantire i nostri cuori, ancora, ed è una brutta sensazione, una brutta idea.

Mi fa paura pensare a tutte le serate che cominceranno alle quattro del pomeriggio, alla brezza tagliente che mi toglierà voglia di uscire, alle mani sempre fredde che mi faranno sentire come se fossero le mani di un’altra.
Mi fa paura pensare agli abbracci di cui ho bisogno in inverno, e che non ho, e che non avrò nemmeno quest’anno.

Mi fa paura l’idea di non avere la forza di fare tutte le cose che ho in mente di fare; la fatica delle valigie e i treni, delle corse, della dieta, che se mollo adesso sono fregata, di tutti i “mi manchi” che penserò senza dire, di tutte le parole che ingoierò perché  inutili, o cattive.
Sempre superflue, comunque, quando non sono accompagnate dalle mani: perché le mani e la parole dovrebbero stare sempre insieme, non come capita troppo spesso, che sono separate.

Mi fa paura la lontananza, l’idea di ammalarmi, quella di essere lasciata qui, mentre tutto il mondo va avanti.

Mi fa paura l’idea che non arrivi la primavera.
Non la mia; soprattutto quella.

Le macchine rotte

Ci sono momenti in cui fare il mio lavoro ha a che fare con la vita, e la vita ha a che fare con l’abbandono, e la sindrome del nido vuoto.
È come quando i ragazzi si diplomano, o cambi scuola: per un paio di mesi si faranno sentire spesso, poi ogni tanto, poi – velocemente – mai.

Le prime volte ci resti male, hai lavorato con loro per tanti anni, sei convinta di essere diventata un po’, almeno un po’, indispensabile: ti hanno raccontato i loro problemi i loro sogni i loro progetti.
Ma nessuno è indispensabile.

È che la vita poi diventa una cosa seria, e bisogna occuparsi di altro: fare, risolvere, organizzare.
Non solo parlare.
E soprattutto non solo parlare dei massimi sistemi.

Così un po’ il mio lavoro è ancora quello di Socrate, benedetto, che faceva partorire idee.
Io idee, qualche volta; e quando sono fortunata, addirittura, vite.

A volte faccio un po’ come quelli che riparano macchine rotte: sono le persone più importanti della tua vita, quando le macchine sono rotte, diventano superflui quando tutto gira a dovere.
E non è che si possa augurare alla gente di avere sempre macchine rotte.

Così la vita – lo diceva qualcuno – è una scuola di abbandoni.
Bisogna imparare a girarsi, staccarsi, allontanarsi.
Riconoscere quando tutto va bene, e smettere di curare anime curate.
E smettere di aggiustare macchine che vanno benissimo.

E smettere di usare le parole come mantra privi di senso: perché le parole guariscono e aggiustano, ma la vita si vive con i fatti, e niente di meno.

Pareole che non dirò mai

Mio figlio.

(le parole per spiegare cosa sento sono troppo dolorose, persino da scrivere in un blog di piangere)

Novità di rilievo

La novità di rilievo, di questi ultimi mesi del 2012, è che sono, come al solito, in una dinamica già vista e rivista.

E quindi, a esser precisi, non c’è novità.

E invece.

E invece la novità di rilievo è che non ho la minima intenzione di fare come ho sempre fatto.
Incaponirmi.
Accontentarmi.
Aspettare.
Battere la testa contro la realtà.
Interpretare la realtà in modo che sembri più bella di come è.

Ecco, no.

Ho voglia solo di stare bene, di scrollare le spalle, di guardare avanti, di camminare con passo leggero, e deciso.
Ho voglia di strade semplici, di gioia, di cose belle, di risate.
Ho voglia di facilità, di futuro, di serenità d’animo.

Ho voglia di amore; ho voglia di te.

Spero sia tu, Tu, la persona con cui essere felice.
Perché di essere infelice, no, non ho proprio più voglia.

Shoten zenjin

Capita, di domenica, che telefoni un’amica che ha appena chiuso con il fidanzato.

Capita che lei, disperata ma con una forza d’animo e una lucidità fuori dal comune, mi parli delle cose che non ci sono mai state, nel loro rapporto.
Mi parli di un rapporto fatto di due giorni a settimana, impossibile da arricchire, nemmeno saltuariamente, di un terzo giorno perché “lui ha paura di perdere le sue cose, la sua libertà”.

Capita che mi parli di una storia fatta di valigie e zaini “perché lui non ha mai voluto lasciare nemmeno un paio di ciabatte a casa mia; e non mi ha mai permesso di lasciare nemmeno un paio di ciabatte a casa sua”.
E così capita che mi racconti della sensazione di essere cancellata ogni volta che esce dalla porta, della sensazione di amare un uomo con la vita ordinata, organizzata e piena, e talmente ordinata organizzata e piena da non avere lo spazio non per lei, ma nemmeno per il pensiero, in futuro, un giorno, di lei.

E capita che mentre piange mi dica “Io non posso guardarmi allo specchio e continuare a stare con lui. Perché io posso stare con lui, ma se lui non vuole stare con me, allora è inutile. E io non posso guardarmi allo specchio e accettare che ci sia una persona che mi tratta così, e lasciarglielo fare”.

E poi mi dice altre cose, sulle cose che lui non vuole condividere, sui problemi di lui che ha l’idiosincrasia dell’impegno, la coppia, la condivisione; dei muri, delle cose che comunque era chiaro da subito che non avrebbe avuto.

E io la ascolto, e le voglio molto bene.

E alla fine della telefonata resto a fissare il soffitto, e mi chiedo se stava parlando davvero di sé.
Oppure se stava parlando di me.

Ricordando la citazione giusta, al momento giusto

Ricominciare.

Ancora.

Sempre.

Come giunti dopo lunga attesa.

 

 

(le cose cambiano, sempre)

La vita e i saldi

È che proprio la vita non fa i saldi, né dopo Natale, né alla fine dell’estate.
Le cose hanno un costo, un prezzo, ed èun costo che rimane stabile.

E così – anche quando cerco di fregarmi, anche quando faccio la lagna lamentosa dicendo che voglio le cose – lo so sempre, che ottengo sempre ciò che voglio.
Basta che io sia disposta a pagare il prezzo sul cartellino della cosa che voglio.

E più una cosa è importante, più il prezzo è alto.
E quando io dico la voglio la voglio la voglio, lei è già lì, a mia disposizione, se io ho in mano il portafogli per pagare.

Solo che mentre non staremmo mai a discutere su qualcosa che compriamo, siamo sempre lì a discutere e tirare sul prezzo delle scelte da fare.
Per forza, poi, che non abbiamo ciò che desideriamo: mica lo vogliamo davvero, fino in fondo.
Lo vogliamo davvero, diciamo, ma.
E quel ma lì è quello che ci frega.

Penso a quelli che vorrebbero passare un esame, ma non vogliono studiare come matti.
Penso a quelli che vogliono un lavoro pagato un sacco, ma vogliono avere tutto il tempo libero del mondo.
Penso a quelli che vogliono stare con qualcuno, ma non vogliono nemmeno cambiare il colore delle tende in casa, per quella persona.

La verità, mi pare, sono certa, è che la somma fa sempre zero.
Tanto dai, tanto ricevi,
L’illusione, quella che ti frega sempre, è che c’è un momento magico nella vita di ogni persona, in cui sembra possibile avere tutto, andare a credito, e che tutto sarà sempre così.

Invece.
Invece di solito quei momenti non durano, sono come un’offerta prova: sono quelli che la vita ti manda per farti vedre quanto saresti felice, e quanto preziosa potrebbe essere la tua vita, e gioiosa e ricca, se solo rinunciassi al copriletto marrone che ti ha regalato la zia.
Se solo potessimo fare a meno di qualcosa.

Ma no. Vogliamo tutto.
Vogliamo tutto quello che abbiamo già, e tutto quello che ci arriva a portata di mano.
E siamo come i giocolieri con le mani piene di cose, immobili e terrorizzati di perderne anche solo una, di quelle cose, che magari non è così importante, ma è nostra.
E se è nostra non la vogliamo cedere, né condividere.

La verità è che la vita non fa sconti.
E solo i più saggi di noi sanno volere le cose, fino in fondo.

Quello che non sarò mai

Quello che non sarò mai è deciso da un numerino a fianco di una sigla astrusa, ma che ha la legenda a spiegare che cosa significa, proprio lì a fianco.

Quello che non sarò mai è una cosa che ho voluto a sprazzi, qualche volta, senza crederci davvero, per mancanza di opportunità, soprattutto.
Mancanza di occasioni, o degli incroci giusti: un paio di occhi e un paio di mani che mi dicessero “sei la donna giusta per quel genere di cose, e una cosa così la voglio proprio fare con te, perché sei tu”.

Quello che non sarò mai è una cosa che oggi mi cambia la prospettiva in un modo che fino a qualche istante prima di aprire la busta non potevo nemmeno immaginare.
La sensazione di poter invecchiare, senza la possibilità vera di avere un futuro.

Quello che non sarò mai mi porterà lontano da molte delle persone che amo: per non soffrire troppo, credo; o per invidia.
Quello che non sarò mai è una benedizione per chi non sarà mai, che guadagnerà una vita migliore, senza incrociarmi in questa incarnazione.

Quello che non sarò mai mi toglierà la possibilità di sentirmi importante per qualcuno, necessaria, anche, che è un pensiero che angoscia ma che arricchisce la vita di qualcosa, evidentemente, se lo dicono tutti.

Quello che non sarò mai mi impedirà di capire che cosa provano le persone che hanno quello sguardo, quello slancio, quell’amore per la vita che intravedo e non sentirò mai.

Quello che non sarò mai è una cosa che mi porterà lontano da chi ha la benedizione di esserlo, perché farebbe troppo male assistere a una gioia così grande, senza poterci partecipare, almeno con il pensiero.

Il vestito rosso

A trent’anni comprai il mio primo vestito rosso.

Era l’anno della svolta, della rinascita; il momento in cui avevo deciso di prendere in mano la mia vita, e viverla, invece di vedere passare gli anni, uno dopo l’altro, tutti uguali, senza aspettare niente altro che un altro giorno uguale all’altro, che mi portasse a invecchiare e morire.

Mettevo il vestito rosso per esibire la mia femminilità di donna soddisfatta e che sfidava il mondo a viso scoperto e a occhi asciutti.
Mettevo il vestito rosso per mostrare la mia me sfacciata, che non aveva paura di nulla, non del mondo, non del futuro, non di se stessa.

Mettevo il vestito rosso per darmi coraggio, per sentirmi bella, per gridare al mondo che c’ero, che mi guardassero, perdio, perché esistevo e nessuno mi avrebbe messo i sogni in un cassetto a prendere polvere.

Un giorno di ottobre del 2007 la donna che metteva i vestiti rossi è morta, sostituita da una pallida ombra di se stessa.
Una donna che si vestiva di grigio, che copriva la propria scollatura, che rideva a voce alta per ingannare i mostri che le sussurravano nelle orecchie di aver paura.
Questa donna ha fatto scelte importanti, ha lottato metro per metro per uscire dal fango in cui si era impantanata, ma mai, *mai* ha avuto il coraggio di vestire di rosso.
Perché il rosso era morto, insieme a lei; e sepolto in un’altra vita.

Ma due giorni fa ho indossato un vestito rosso.
Mi sono guardata allo specchio.
Sono tornata.
Posso rinascere, ancora.
Posso non avere paura.
Posso essere felice, ancora

Le parole

Se dovessi riassumere in due parole quello che faccio ogni giorno, direi che lavoro con le parole.

Le amo nelle poesie, ne gusto il suono, cerco di trasmettere la perfezione di avere una parola adatta per ogni momento, ogni oggetto, ogni sentimento, ogni pensiero.
Le cerco, adatte, come un tesoro prezioso, per spiegare la storia e le sue mille concatenazioni; le uso per disegnare il panorama del passato, per descrivere come poteva essere.

Le doso quando rimprovero, usando termini che colpiscano senza offendere.
Le modulo nei toni, nella lunghezza, nella profondità, e con le parole plasmo un mondo, il mondo in cui invito le persone che amo a entrare.

Ne approfondisco la potenza estrema: un sogno, un progetto folle, comincia sempre con una parola.
E non appena si pronuncia una parola, già nasce il sogno che essa descrive.
Se dico “vedremo”, sto disegnando il futuro, creo il futuro stesso, usando il futuro semplice.

Uso le parole per mostrare, spiegare, convincere, punire, accarezzare, consolare, amare, chiedere amore, sognare, costruire il mio destino, colpire, rialzarmi, incoraggiare.

Le memorizzo.
Ne memorizzo il senso, il significato, il tono.
E quando le memorizzo, allora, non mi lasciano più.
Le faccio entrare dentro di me, e lì piantano un seme.
Se il seme è buono, se la parola è amorosa, darà frutti di sorrisi e speranze.
Se il seme è cattivo, se la parola è una porta che si chiude, darà frutti amari e salati. Come le lacrime.

Così vedo me stessa in mezzo a questa rete di toni, e termini, e parole, e intenzioni, e cerco di restare quieta, di non costruire mondi intorno a parole dette male e pensate peggio.
Cerco di restare quieta e ricordarmi che sono le cose, che contano, non solo i nomi che quelle cose indicano.
E questo mio restare quieta caccia indietro le lacrime.

Ma, dato che le orecchie non hanno palpebre, le parole che ho sentito hanno comunque piantato un seme.
Che darà comunque dei frutti.

Maledizione.