Il vestito rosso

di Calexandrìs

A trent’anni comprai il mio primo vestito rosso.

Era l’anno della svolta, della rinascita; il momento in cui avevo deciso di prendere in mano la mia vita, e viverla, invece di vedere passare gli anni, uno dopo l’altro, tutti uguali, senza aspettare niente altro che un altro giorno uguale all’altro, che mi portasse a invecchiare e morire.

Mettevo il vestito rosso per esibire la mia femminilità di donna soddisfatta e che sfidava il mondo a viso scoperto e a occhi asciutti.
Mettevo il vestito rosso per mostrare la mia me sfacciata, che non aveva paura di nulla, non del mondo, non del futuro, non di se stessa.

Mettevo il vestito rosso per darmi coraggio, per sentirmi bella, per gridare al mondo che c’ero, che mi guardassero, perdio, perché esistevo e nessuno mi avrebbe messo i sogni in un cassetto a prendere polvere.

Un giorno di ottobre del 2007 la donna che metteva i vestiti rossi è morta, sostituita da una pallida ombra di se stessa.
Una donna che si vestiva di grigio, che copriva la propria scollatura, che rideva a voce alta per ingannare i mostri che le sussurravano nelle orecchie di aver paura.
Questa donna ha fatto scelte importanti, ha lottato metro per metro per uscire dal fango in cui si era impantanata, ma mai, *mai* ha avuto il coraggio di vestire di rosso.
Perché il rosso era morto, insieme a lei; e sepolto in un’altra vita.

Ma due giorni fa ho indossato un vestito rosso.
Mi sono guardata allo specchio.
Sono tornata.
Posso rinascere, ancora.
Posso non avere paura.
Posso essere felice, ancora

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