Shoten zenjin

di Calexandrìs

Capita, di domenica, che telefoni un’amica che ha appena chiuso con il fidanzato.

Capita che lei, disperata ma con una forza d’animo e una lucidità fuori dal comune, mi parli delle cose che non ci sono mai state, nel loro rapporto.
Mi parli di un rapporto fatto di due giorni a settimana, impossibile da arricchire, nemmeno saltuariamente, di un terzo giorno perché “lui ha paura di perdere le sue cose, la sua libertà”.

Capita che mi parli di una storia fatta di valigie e zaini “perché lui non ha mai voluto lasciare nemmeno un paio di ciabatte a casa mia; e non mi ha mai permesso di lasciare nemmeno un paio di ciabatte a casa sua”.
E così capita che mi racconti della sensazione di essere cancellata ogni volta che esce dalla porta, della sensazione di amare un uomo con la vita ordinata, organizzata e piena, e talmente ordinata organizzata e piena da non avere lo spazio non per lei, ma nemmeno per il pensiero, in futuro, un giorno, di lei.

E capita che mentre piange mi dica “Io non posso guardarmi allo specchio e continuare a stare con lui. Perché io posso stare con lui, ma se lui non vuole stare con me, allora è inutile. E io non posso guardarmi allo specchio e accettare che ci sia una persona che mi tratta così, e lasciarglielo fare”.

E poi mi dice altre cose, sulle cose che lui non vuole condividere, sui problemi di lui che ha l’idiosincrasia dell’impegno, la coppia, la condivisione; dei muri, delle cose che comunque era chiaro da subito che non avrebbe avuto.

E io la ascolto, e le voglio molto bene.

E alla fine della telefonata resto a fissare il soffitto, e mi chiedo se stava parlando davvero di sé.
Oppure se stava parlando di me.

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