Inverno

di Calexandrìs

Che l’inverno sia proprio qui, dietro l’angolo, me lo segnala il sonno pesante con cui combatto da stamattina, il freddo che mi è entrato nelle ossa già ieri, e ancora mi fa compagnia, le luci di casa accese alle cinque.

La coperta addosso, mentre sono sul divano.
Gli spifferi che arrivano dalla finestra.

Il cielo ha sprazzi di azzurro in mezzo alla coltre di nubi grigia, compatta, che promette pioggia.

Una vocina insistente nella mia testa cerca di convincermi a non uscire, a restare chiusa, a cercarmi una tana, una cuccia in cui passare queste giornate, in attesa della primavera che verrà, se verrà.
La sensazione, prepotente, è che la primavera non verrà, e che l’inverno verrà ad appesantire i nostri cuori, ancora, ed è una brutta sensazione, una brutta idea.

Mi fa paura pensare a tutte le serate che cominceranno alle quattro del pomeriggio, alla brezza tagliente che mi toglierà voglia di uscire, alle mani sempre fredde che mi faranno sentire come se fossero le mani di un’altra.
Mi fa paura pensare agli abbracci di cui ho bisogno in inverno, e che non ho, e che non avrò nemmeno quest’anno.

Mi fa paura l’idea di non avere la forza di fare tutte le cose che ho in mente di fare; la fatica delle valigie e i treni, delle corse, della dieta, che se mollo adesso sono fregata, di tutti i “mi manchi” che penserò senza dire, di tutte le parole che ingoierò perché  inutili, o cattive.
Sempre superflue, comunque, quando non sono accompagnate dalle mani: perché le mani e la parole dovrebbero stare sempre insieme, non come capita troppo spesso, che sono separate.

Mi fa paura la lontananza, l’idea di ammalarmi, quella di essere lasciata qui, mentre tutto il mondo va avanti.

Mi fa paura l’idea che non arrivi la primavera.
Non la mia; soprattutto quella.

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