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Mese: novembre, 2012

Quando vado bene

Vado bene prima, quando non mi trema il cuore.
Quando sento – so, sono sicura ed è anche vero – che se perdessi tutto la perdita comporterebbe nulla più che una seccatura.
Un paio di lacrime di rabbia in un fazzoletto di carta.
Di rabbia, sottolineo.

Vado bene finché quando volto le spalle per andarmene non mi giro e non ne ho nemmeno la tentazione.
Di solito è quando sono sicura di tornare, per altro; e infatti succede.

Vado bene quando la voce della mia autoconservazione è forte e chiara, quando ho le gerarchie al posto giusto e al primo posto ci sono io.

In quel caso ricordo con gratitudine le lunghe estati con Lui che non chiamava e non scriveva, che sono state le estati che mi hanno insegnato a sopravvivere.
Da sola.

Vado molto bene quando mi dimentico le cose che mi vengono raccontate.
Quando i miei problemi mi occupano la testa, e non quelli altrui.
Quando mi dimentico le date degli altri.
Quando mi dimentico le cose degli altri: nomi, luoghi, parole.

Quando vado bene sono bella, sorridente, spiritosa.
Di solito sono quella che non scrive per prima, che non chiama per prima, e che viene sempre cercata.
E funziona così – e funziona bene – perché non è una strategia.
È che proprio sto bene, sono in equilibrio, sono in piedi, non ho alcun bisogno: meno che mai di un’altra persona.

Poi, di solito, per rovinare tutto questo equilibrio, tutto questo benessere, tutta questa grazia, mi innamoro. 

L’eroe e la principessa

Così, mentre a teatro si studia Medea, compare un libro di Calasso a spiegare una cosa banale, che però a ripensarci, banale proprio non è.

Dice, nelle Nozze di Cadmo e Armonia, che tutte le storie della mitologia si sviluppano a partire dall’Eroe e la Principessa.

L’Eroe cerca un mostro da uccidere, cerca l’impresa.
La Principessa aspetta un Eroe che la porti via, o la ami, che poi sono la stessa cosa.

Quando si incontrano, l’Eroe scopre che per la sua impresa ha bisogno della Principessa.
Ha bisogno, soprattutto, che la Principessa tradisca la sua patria/suo padre/suo fratello, insomma, tradisca un po’ di se stessa per aiutarlo a compiere l’impresa.

La Principessa, povera scema, se si può dire, vede che l’Eroe vuole il mostro, e l’impresa.
Ma si racconta, povera scema, se si può dire, che l’Eroe è in realtà lì per lei.
O che, una volta aiutato a uccidere il mostro e a compiere l’impresa, le resterà accanto per amore, per gratitudine, per desiderio di riposo.
E tradisce, e lo aiuta, e lo segue.
Va oltre sé, va da lui.
Cambia città, stato, continente, abitudini.
Vive la vita di lui, partecipa all’impresa.
Insomma, vissero felici e contenti.
Per un po’.

Perché, e questa è la cosa che chiude tutto il discorso, e apre porte di inenarrabile dolore, l’Eroe, sconfitto il mostro, compiuta l’impresa, per un istante si riposerà amando la Principessa.
Poi vorrà un altro mostro.
Un’altra impresa.
Per compiere la quale, però, avrà bisogno di un’altra Principessa, che crederà di essere amata, che tradirà se stessa e via dicendo, in un infinito cerchio che si ripete, sempre uguale.

Perché gli Eroi hanno sempre un altro mostro.
Sempre.
E ne vanno a caccia, da soli.

Così, alla Principesse, di solito non resta che maledire gli Eroi.
E suicidarsi, dopo.

Ma quelle sono storie, lo sanno tutti.

Gli errori

L’errore che fanno tutti, e io non faccio eccezione, è che quando siamo alle strette e stiamo per cadere l’unica scelta saggia sarebbe lasciarsi scivolare giù, senza aggrapparsi da nessuna parte.
E invece.

Invece l’istinto consiglia male, consiglia di affannarsi, di correre, di chiedere, di attaccarsi con tutte le proprie forze a ciò che abbiamo invece di fidarsi di ciò che siamo.

E insomma, io provo a lasciarmi andare.
Al massimo cado.

Ma una caduta da così in alto, una caduta così assoluta, non è la cosa migliore che possiamo chiedere al destino?

Saperlo fare

Stasera, orfana di un paio di braccia e delle parole che desidero, provo a darmi le braccia che mi occorrono, e le parole che mi servono.

Cerco di rassicurarmi, di imparare a scivolare dentro le cose, invece di sbatterci addosso con tutta la mia forza.
Cerco di guardare come vanno le cose e che non occorre fare nulla per farle andare diversamente.
Perché le cose vanno come devono, quasi sempre.
E quando non vanno come devono probabilmente non possiamo fare nulla per cambiarle.

Quindi, alla fine, stasera mi do quello di cui ho bisogno,
Silenzio calore ascolto gioia.

E mi accoccolo nel mio posto segreto, in cui tutto va bene e niente mi fa paura.

La (solita) lettera

(È che novembre per me resta il mese degli strappi, e quindi sono sempre pronta e rassegnata a perdere dei pezzi; quindi perché non dire quello che penso in fondo al cuore?)

Caro Tu,
eccoti qui a scoprire un altro pezzo di te archiviato.
A scoprire che ti manca, dopo averlo archiviato.
A sentire la curiosità di scoprire se quella cosa così importante faccia ancora parte di te, di quello che sei e di quello che puoi essere.

E freni, ripensando a quando hai lasciato.

Bene. Non posso nasconderti che il mio istinto più profondo mi inviterebbe a dissuaderti, a convincerti usando mille buone argomentazioni a lasciar stare.
Un po’ per quello che ho letto, e un po’ per quello che penso.

Il mio istinto più bieco ha fatto già mentalmente i conti di quanto tempo una cosa simile rosicherebbe a un noi già così sottile come il nostro.
E ha già visto che non avanzerebbe nulla.
E già le paroline mi salgono alle labbra, giuste e sapienti (alcune) e ricattatorie (molte altre) per dirti di lasciare stare, che non è cosa che non è il caso.

E invece?

E invece che importa l’istinto bieco, e il desiderio di possesso, e la paura di perderti quando sull’altro piatto della bilancia ci metti così tanto.
Se sull’altro piatto della bilancia ci metti te, il tuo sogno, il tuo progetto di uomo che desideri essere, allora che cosa può contare una storia?
Noi stiamo con noi stessi tutti i giorni di tutta la vita.
E stiamo con chi amiamo solo qualche giorno in tutta la vita.
Capisci che non c’è partita.

Soddisfare chi siamo, profondamente, viene prima di tutto il resto, di tutti gli amori, di tutte le storie.

Per questo, Tu, io dico che se senti il fuoco che brucia, allora forse è ora di andare a vedere.
Mentre se senti la paura che striscia allora è il momento di lasciar definitivamente stare.
Perché la paura è un avvertimento saggio che diamo a noi stessi, e se abbiamo paura è stupido far finta che tutto vada bene.

Per questo, Tu, e per altri milioni di parole che non sto nemmeno a scriverti, un po’ per evitare la retorica, un po’ perché sono troppe, un po’ perché sono confuse, io ti invito a guardarti in fondo all’anima.

Se ci troverai l’amore per quel te del passato e il desiderio bruciante di riabbracciarlo (ammesso che si possa riabbracciare un sé passato – io non lo credo, ma magari tu sì), allora vai, e riabbraccialo.
Paga il prezzo che questo abbraccio chiede, e vai.

Se invece ci troverai solo il superficiale desiderio di non lasciare una cosa a metà, la soddisfazione egocentrica di dire che hai portato una cosa a termine (chi l’ha detto che ogni cosa vada portata a termine per avere un valore?) e in fondo la paura che ti ha preso quella volta, allora ascoltami, e ascolta te stesso, e lascia stare, che non è il caso di sfidare il destino.

Ma se tu vorrai ripartire in questa avventura così bella e così impegnativa, io sarò dalla tua parte.
Ti appoggerò da qui, e non recriminerò sul costo che questo sogno ha per me.

Se sceglierai di ritornare indietro, al te che sei stato, per ridiventare il te che ancora non sei mai stato, io ti appoggerò con tutto il mio amore; l’amore che pure ci sarà, anche se sarà diventato impossibile, davvero.

Fai la tua scelta, amati profondamente, scegli di essere felice,
E se scegli di andare, vai via in fretta, e non girarti indietro.
Lo sai che gli strappi definitivi sono gli unici che non fanno male.

Sedici anni

Era un sabato, e c’era il circo.
Il circo in novembre; che roba assurda, davvero.
A novembre non c’è mai niente da ridere, no?
Ma forse il circo non è una roba per ridere, e quindi va bene.

Era un sabato, ed era tardi, e ci si guardava in faccia cercando di evitare di dire quello che tutti sapevamo che era ora di dire.
Era un sabato e facevamo finta che la porta socchiusa fosse normale: io cercavo sempre di non guardarci dentro, quando passavo.

Lei aveva un pigiama rosa e bianco: era stato mio, prima.

Era così tardi che era ora di andare a dormire, ma prima bisognava scegliere un vestito.
Uno non ci pensa a queste cose se non gli sono mai successe: per fortuna a mia zia erano già successe, e le sapeva, le cose da fare.
Io scelsi il vestito che le piaceva un sacco, fatto su misura per occasioni che non c’erano mai state.
E la biancheria, anche.
Uno non ci pensa alla biancheria, eppure ci vuole anche quella.

Eravamo io e mio padre, a un certo punto della notte, nel letto matrimoniale insieme a far finta di dormire, con le orecchie tese.
Entrambi cercavamo di non far capire all’altro che eravamo svegli; la fatica, ricordo, di stare ferma, e respirare piano per non dover parlare.

A un certo punto si apre la porta, entra mia zia, noi ci sediamo sul letto.
Lo sappiamo, entrambi, eppure vogliamo sentirlo.
“Dormite, ora sta meglio”.
E subito ricordo di aver pensato che eravamo stati fortunati, che fosse finita, finalmente.

Da lì in poi fu un andirivieni di gente.
La gatta che sembrava impazzita, il quadro con le rose in salotto, la bara, i parenti, gli amici, il telefono.
Il mal di testa.
Lo sforzo di respirare a fondo per non scoppiare a piangere.
“non serve a niente piangere” ripetuto come un mantra.
Il caffè sempre sul fuoco, la gente sempre intorno.
Mai silenzio.

Uscire a prendere una boccata d’aria.
Non sopportare di stare fuori.
Le frasi di circostanza.
La bara da chiudere.
La corona del rosario d’argento che voglio lasciarle (chissà perché, me lo chiedo ancora adesso).
Poi il viaggio il funerale le parole (quante cazzo di inutili parole si dicono ai funerali).
Poi il ritorno il silenzio gli armadi da svuotare.
Tutto da ricostruire.
Le forze che non ci sono.
Fare finta di averle.
Fare finta, per anni, di averle.

Sedici anni fa, oggi.
Sedici anni fa, e fa ancora un sacco di male.

Della sorellanza

A diciott’anni non avevo amiche.

Le donne erano le mie rivali, quelle che mi contendevano i ragazzi che mi piacevano.
Quelle di cui dire male, o non bene, ma sempre sottovoce.
Quelle da guardare con invidia, e con un malcelato senso di superiorità.

A diciott’anni pensavo che gli uomini fossero più intelligenti, più arguti, più adatti.
Banalmente, dico adesso, erano uomini.
Li volevo tutti, anche quelli che magari non mi piacevano davvero.
Ma l’idea di averli lì, di poter scegliere, be’, quella cosa mi piaceva un sacco.

Mi faceva sentire importante.

Con i maschietti parlavo tantissimo.
Mi confidavo.
Loro ascoltavano un po’.
Poi di solito si distraevano.
Spesso ci provavano; e magari ci si baciava.
Così iniziavo avendo un confidente e poi non sapevo bene che cosa avevo: un amico? un para-fidanzato?
Mai capito.

Credo di aver capito il senso di avere un’amica donna a trent’anni, non prima.

Una persona con cui non devi fingere di non avere bisogno dell’estetista, o i crampi per il ciclo.
Qualcuna che capisse perché almeno un paio di giorni al mese piangi per un nonnulla, e che basta un messaggio per svoltarti la giornata.
Qualcuna che ti ascoltasse per ore parlare della stessa cosa (lui non mi ama, eppure continua a cercarmi; non si impegna; non vuole fare sul serio; ama me anche se sta ancora con lei: insomma, il repertorio di tutte).
Qualcuna che non si annoiasse e non si distraesse dopo ore in cui parli delle stesse cose; perché lei fa lo stesso con te.

Credo di aver capito quanto forte possa essere il legame con una donna quando lo sono diventata, una donna.
Prima, quando ero soltanto un essere umano dotato di sesso femminile, mi pareva superfluo avere a che fare con uno specchio di me stessa.

Oggi, che sono una donna, che non mi interessa più di avere tutti gli uomini intorno, ma che voglio intorno soltanto l’uomo che mi piace, amo circondarmi di sorelle.
Donne che in mezzo alla più grande delle disperazioni si mettono il rossetto, i tacchi alti e vanno a sfidare il mondo.
Donne che si infrangono contro i muri di un mondo spesso crudele contro chi non è bello efficiente intelligente, ma che pure raccattano i pezzi e trovano l’energia per badare ai figli, ai genitori anziani, a chi ha bisogno di cura.
Donne che sanno qual è il loro posto, e sanno starci.
Donne che parlano la mia stessa lingua, che è quella della Luna, a volere farla semplice.

A volte mi piacerebbe insegnare l’arte di essere amica di una donna a chi non sa che cosa vuol dire.
A quelle che continuano, anche da adulte, a comportarsi come le fanciulle in fiore che erano a diciotto anni, quando la biologia le faceva essere appetibili e le faceva ronzare intorno ai ragazzi.
E mi piacerebbe dire loro che sono patetiche.

Ma, poi, penso che chi non ha il coraggio di guardare se stessa, chi non ha il coraggio di avere un’amica donna, non merita nemmeno quel regalo.

Penso che la prossima vita farà meglio.
E che in questa raccoglierà soltanto il malanimo che ha seminato.

I regali di novembre (che è un mese che non fa mai regali)

Novembre mi spacchetta dei regali sotto il naso, inaspettati.

Il primo è un viaggio in macchina, mentre sono così stanca da non capire nemmeno dove sto andando, ma sono nel posto giusto e con la persona giusta, completamente avvolta da quello che ho desiderato, tanto, nelle ultime settimane.

Il secondo è partecipare, in un qualche modo silenzioso, a un acquisto importante.
Esserci, che non è una cosa da poco.

Il terzo è prendere coscienza di quanto possa essere normale il nostro essere eccezionali, ché ormai abbiamo dei riti anche a fare la spesa (e mi piace); oppure quanto possiamo essere eccezionali nel nostro fare cose normali.

Il quarto regalo di novembre è sentire che il desiderio l’uno dell’altra non è diminuito per nulla, anzi.
La nostra urgenza a toccarci, ad accarezzarci, ad afferrarci che spazza via i pensieri di quando siamo lontani, con i corpi e a volte con i pensieri.

Il quinto regalo ha a che fare con la naturalezza con cui posso restare a letto mente tu fai delle cose nella tua casa; la sensazione di avere diritto di esserci senza dover fare niente di particolare.

Il sesto regalo è la pizza sfornata, che ripete il regalo, già grandissimo, che mi hai fatto un mese fa: cucinare per me, che è un amore grande.

Gli altri regali si susseguono in ordine sparso: la colazione a ore strane, tu che mi parli mentre sono sul divano, senza vedermi, ma sapendo che ci sono, il maglione per coprirmi, il racconto delle tue telefonate, la condivisione dei tuoi progetti, lo scambio di opinioni sulle cose importanti della tua vita, tu che mi ascolti (questo, sì, è un regalo immenso).
Essere lasciata sola nella tua casa, potermi preparare il caffè senza occhiali perché ormai ho imparato dove sono le cose, e non ho bisogno di vederle con precisione, e poi giocare insieme, e ridere, e giocare ancora.
Confessarti dei miei patti scellerati con le forze del cosmo, e sentire che ci credi, e che contemporaneamente provi a trovare un modo per aggirarli; e lo fai con delicatezza, senza prendermi in giro, che è una cosa a cui tengo tanto.

Ma il regalo più grande resta quello che mi fai nella penombra, quando ci siamo per un istante sfamati, e quando io torno io e tu torni tu.
Quel regalo che è il tuo sguardo, i tuoi occhi che mi osservano con quell’intensità, con quelle parole inespresse, con quell’amore dentro, che mi fa pensare, per un istante, che tutto sia davvero possibile.

Rivelazioni di un venerdì di novembre

(lo dicevo poco fa a un amico)

Sono sopravvissuta ad aver perso mia madre, la mia città, i miei amici.
La mia casa, i miei hobby, le mie routine.
Il mio gatto.

Sono sopravvissuta ad aver cambiato la scuola in cui mi trovavo così bene, ad aver cambiato la mia scuola di teatro in cui stavo divinamente.

Sono sopravvissuta a un anno da pendolare in una scuola orribile e scomoda, a una città ostile, ad amici più che ostili.
Sono sopravvissuta alle critiche di chi mi conosceva appena, all’indifferenza, all’inefficienza.

Sono sopravvissuta a un inverno con 18 gradi in casa quando faceva caldo; al disamore strisciante.
Sono sopravvissuta a un amore finito, alla delusione dell’ennesimo progetto buttato alle ortiche, alle macerie di una vita “normale” andata in fumo.

Sono sopravvissuta ai cambiamenti, alla delusione, alla lontananza, all’integrazione difficile, alla solitudine.

Quindi no, nessuno ha il diritto di venire a dirmi che non faccio una cosa perché ho paura dei cambiamenti.
Posso accettare di sentirmi dire che non faccio una cosa perché sono esaurita, o perché non ho abbastanza fantasie da vedere un’alternativa valida.
Ma non perché ho paura del cambiamento.

(Ehi, Tu, forse davvero, dopo questo, posso anche pensare a una maratona)

Novembre

A novembre succedono sempre delle cose.

La gente se ne va.
A volte muore.
A volte si infrangono i sogni.

A volte mi rompo io.

(spero di trovare tutti i pezzi, almeno questa volta, ché me ne mancano già troppi, davvero)