Rompere tutto

di Calexandrìs

A volte mi viene l’insopprimibile istinto di alzarmi in piedi, durante una delle solite cene tra amici che fanno finta di non vedere, oppure non vedono o non guardano nemmeno, perché alla fine chissenefrega.

Mi viene da alzarmi, dicevo, e di gridare.
La verità.

Di alzarmi e dire quello che vedo da ormai un anno, la mediocrità, la meschinità, l’utilitarismo.
La miseria umana, insomma.

Anche la mia, per dire.

E invece, invece, non mi alzo mai.
Non mi metto a gridare.

Un po’ mi fa paura rompere tutto quello che ancora non è in pezzi, questa finzione borghese che regge a tutti gli urti, a me che me ne vado senza dire dove, alle telefonate la sera tardi, alla mia assenza di cuore e di testa e di corpo.

Ma credo che a una frattura così totale, che mi spazzerebbe via in un soffio tutta la vita che comunque un po’ ho, potrei resistere.

Quello che mi terrorizza è alzarmi e gridare (se ci penso mi sono già alzata, e ho gridato forte, anche) e mostrare il mio dolore, e la mia anima, e che non succeda nulla.

Ecco.
Questo, questo è il mio incubo peggiore.
Il nulla.

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