L’eroe e la principessa

di Calexandrìs

Così, mentre a teatro si studia Medea, compare un libro di Calasso a spiegare una cosa banale, che però a ripensarci, banale proprio non è.

Dice, nelle Nozze di Cadmo e Armonia, che tutte le storie della mitologia si sviluppano a partire dall’Eroe e la Principessa.

L’Eroe cerca un mostro da uccidere, cerca l’impresa.
La Principessa aspetta un Eroe che la porti via, o la ami, che poi sono la stessa cosa.

Quando si incontrano, l’Eroe scopre che per la sua impresa ha bisogno della Principessa.
Ha bisogno, soprattutto, che la Principessa tradisca la sua patria/suo padre/suo fratello, insomma, tradisca un po’ di se stessa per aiutarlo a compiere l’impresa.

La Principessa, povera scema, se si può dire, vede che l’Eroe vuole il mostro, e l’impresa.
Ma si racconta, povera scema, se si può dire, che l’Eroe è in realtà lì per lei.
O che, una volta aiutato a uccidere il mostro e a compiere l’impresa, le resterà accanto per amore, per gratitudine, per desiderio di riposo.
E tradisce, e lo aiuta, e lo segue.
Va oltre sé, va da lui.
Cambia città, stato, continente, abitudini.
Vive la vita di lui, partecipa all’impresa.
Insomma, vissero felici e contenti.
Per un po’.

Perché, e questa è la cosa che chiude tutto il discorso, e apre porte di inenarrabile dolore, l’Eroe, sconfitto il mostro, compiuta l’impresa, per un istante si riposerà amando la Principessa.
Poi vorrà un altro mostro.
Un’altra impresa.
Per compiere la quale, però, avrà bisogno di un’altra Principessa, che crederà di essere amata, che tradirà se stessa e via dicendo, in un infinito cerchio che si ripete, sempre uguale.

Perché gli Eroi hanno sempre un altro mostro.
Sempre.
E ne vanno a caccia, da soli.

Così, alla Principesse, di solito non resta che maledire gli Eroi.
E suicidarsi, dopo.

Ma quelle sono storie, lo sanno tutti.

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