lacasadelsole

Just another WordPress.com site

Mese: dicembre, 2012

Istantanee dell’anno che finisce

(È che ho faticato, ieri, a fissare un paio di momenti indimenticabili, e allora è tutta la mattina che m sforzo.
Che cosa voglio portarmi nel 2013, questo è il punto.)

E così, in ordine sparso.

La banchina del treno di febbraio, quella come istantanea numero uno, che avevamo il cuore che batteva.
Il messaggio che è arrivato dal Monte Bianco, quando non me l’aspettavo.
Un paio di volte che mi hai detto che ti mancavo.

Il divano azzurro, e il tappeto beige.
La vista del lago di Garda al tramonto, mentre eravamo in macchina.
Il giorno che mi è arrivato il messaggio del trasferimento, e il lago di Torbole, e un panino con il salame, buonissimo.
Lo spettacolo finito, e io fradicia dalla testa ai piedi, e felice come sempre, durante gli applausi.
Il momento perfetto dietro le quinte, anche quelle brutte quinte, quando il cuore va a mille, la memoria è azzerata e tutto sembra impossibile, eppure.
Le luci del palco, quando ti benedicono il viso.

Quel punto in cui le acque della Manica si mescolano, e tira il vento, e mi sembrava di essere alla fine del mondo, anche se è un’idea ridicola.
Certi tramonti perfetti, anche se qui.
La vista dal piazzale, che ogni volta che ci passo dico “cazzo, vivo a Firenze”, e ogni volta me ne stupisco, come se stesse capitando a un’altra persona.
Un dolce fatto con caramello mele e calvados mangiato nella Loira.
Un momento al tramonto durante una corsa, in cui mi sono detta “potrei correre per sempre” e mi sono sentita Forrest Gump.

I film guardati sul divano insieme, e poter piangere liberamente alla scena della banda che suona fuori dall’ospedale in Grazie signora Tatcher (e maledetti, che usano le colonne sonore come armi improprie).
Gli occhi di Pietro che mi guardano dalla culla, e poi sorridono.
Emilia che mi chiede “dormi con me stanotte?” che mi fa piangere come tutte le volte che penso che non avrò un figlio, se non quelli che per gentilezza mi prestano gli altri, ogni tanto.
La torre di Pisa, che è storta storta, in un giorno bellissimo, fatto di imbarazzo e di un sorriso sgangherato da parte di un bambino che amo senza conoscere.

La pizza cucinata da te, che impasti sul tavolo della cucina, e noi due in silenzio.
Le parole d’amore la mattina appena svegli.
Le curve che portano a Montespertoli, con il sole che sale in mezzo alla nebbia, che sembra che i paesi siano appesi in cielo, con le loro torri.
Il tuo odore, che riconoscerei tra mille.
I pianti del 21 aprile, per non dimenticare mai le parole che sono state dette.
Una cena in birreria, dopo anni, con una persona che mi ha insegnato tutto quello che sono oggi.
Una cena in birreria, a Brescia.
Una casa in mezzo alle montagne, e un uomo che vorrei incontrare di nuovo, per fargli vedere che ci siamo ancora, anche se non ci credeva, e non ci crede neanche adesso, sono sicura.

Certe mattine perfette, in cui il pino dalla finestra della cucina sembra dirmi che sono nel posto giusto.
Certe ore di lezione armoniose, con i ragazzi attenti.
Le tre salse ballate con Daniel, in quel momento unico in cui ci si guarda negli occhi, e si capisce che si sta ballando insieme davvero, che non è una cosa da poco.
Le confessioni di un amico in cammino.
La complicità di due donne splendide, che mi hanno fatto sentire meno sola in un mondo fatto di solitudini.
Due giornate passate in ospedale a ricordarmi che non sono di ferro, e che il dolore, se non si piange fuori, fa ammalare.
Un’amica con gli occhi azzurri che porta con sé cibo di conforto ogni volta che ci incontriamo, e con cui condividiamo cose profonde.
Bergamo insieme, con te che fai le foto e io che cerco di non essere d’impiccio al tuo progetto, e sono così felice di esserci, e che tu ci sia, che le luci del Natale e della luna mi fanno commuovere, per la paura di non esserci più, prima o poi.
Piazza Santa Croce, ogni volta che ci sono passata; soprattutto per vedere delle amiche strambe e amorevoli, che ammiro e invidio per il loro modo di essere.
Una mattinata a Parma, a cercare un’automobile che forse non c’era.
Io e te vestiti da corsa, insieme.

[EDIT] Un lungo messaggio privato, che ho salvato, che mi scrivesti a gennaio, in cui mi chiedevi di stare ferma e non muovermi, perché non sapevi come e perché ma ti piacevo.
E infatti sono ancora qui.

E, sempre, in ogni momento, il suono dei tuoi messaggi che arrivano.
E la tua mano, mentre guidi, che mi cerca.
E la tua mano, sul divano, che mi cerca.
E la tua mano, a letto, che mi cerca.

E Tu, dannazione, al centro del mio cuore di questo anno che finisce.

Annunci

Il mio Natale

Il mio regalo di Natale lo scarto stasera alle 21,45 ritardi permettendo, e conto di scartarlo per tre giorni interi.

Il mio regalo di Natale è la possibilità di poter stare zitta con te, lasciando parlare le mani.

E non dover fare finta, mai.

Il mio Natale

Il mio regalo di Natale lo scarto stasera alle 21,45 ritardi permettendo, e conto di scartarlo per tre giorni interi.

Il mio regalo di Natale è la possibilità di poter stare zitta con te, lasciando parlare le mani.

E non dover fare finta, mai.

Il più buono tra i buoni propositi

Ho intenzione di smettere di costruirmi film su quel futuro.
E di smettere di dire parole che richiederebbero quelle parole di risposta.

Le cose succederanno solo se saranno giuste, se saranno volute da entrambi con la stessa forza, se ameremo entrambi lo stesso sogno.

Probabilmente la cosa che desidero non succederà, ma sicuramente ne accadranno altre ugualmente belle.

Concentrarmi su quello, questo è l’unico proposito del nuovo anno.

Quelle cose, come avere sempre 16 anni

È incredibile come sotto sotto io sia ancora quella sedicenne sfigata di un tempo.

Passano gli anni, le esperienze, sopravvivo a tutto, ma ancora basta una parola sbagliata a mandarmi in pezzi.

Io sono ancora quella.
E scelgo ancora persone che dicono parole sbagliate.

Le conseguenze (dell’amore?)

Ogni parola ne nasconde altre.
Ogni frase vuole dire anche sempre qualcosa d’altro.
Ogni affermazione apre la porta a mille riflessioni.

Nessuna buona, oggi.
(credo sia ora di andarsene)

[il solito post del] 2012

Quest’anno ho imparato che:

1) Posso innamorarmi ancora follemente, e non è poco, e posso farlo senza stare male, e questo è molto.
Ma ho anche imparato che quando la pressione sale, o sento che qualcosa mi disturba, l’istinto a scappare è diventato più forte di quello di rimanere.
E questa è la cosa più importante, se mi si vuole tenere vicina.

2) Bisogna stare lontani dalle guerre altrui, perché i danni collaterali sono inevitabili.

3) Non ho più voglia di stare da sola, e questo è un male, perché alla fine quello è il destino di quasi tutti.

4) Quando sono stanca, o la luna è sbagliata o il livello di zuccheri scende eccessivamente, divento una stupida sciocca donna. Una cozza ossessiva.
Magari quando diventerò saggia riuscirò a non telefonare a nessuno, quando succede.
Ma ancora non sono saggia.

5) Non ho più bisogno di raccontare a nessuno le mie cose.
Perché, alla fine, ho capito che a nessuno interessano le mie cose (o quelle di chiunque altro) e sono stufa di sprecare fiato energia e parole per condividere il mio cuore con chi non lo vuole.

6) Sto meglio senza mio padre vicino. È definitivamente vero, anche se è una cosa brutta.

7) Posso essere molto zoccola: e questo ha degli innegabili vantaggi. Per questo mi chiedo come mai non lo sono stata prima.

8) Ognuno ha dei lati nascosti, delle stanze segrete, dei campi minati. O almeno: molti ne hanno.
Io sono saltata su un paio di questi, quest’anno.
Cercherò di tenermene alla larga, nel 2013; tanto chi non vuole farti entrare nella sua vita non lo fa nemmeno se bussi e chiedi il permesso.

9) Lavorare vicino a casa è bellissimo perché ti regala un sacco di vita che prima non avevi.

10) Si può vivere con il cuore spezzato, con il cuore freddo, con chi si ama lontano.
Si sopravvive quasi sempre, soprattutto quando non vogliamo.
E forse è l’unica cosa di cui ringraziare la vita.

11) Mi stanco spesso di una stanchezza profonda e terribile. Una stanchezza che è come una coperta nera come l’inferno che mi avvolge e mi fa fare pensieri brutti.
E credo che sarà questo, alla fine, a far finire tutto.

12) Faccio molte cose per non pensare a me. Faccio parlare la gente per non dovermi ascoltare o per non dover parlare io.
Alla fine, non sono felice, ma almeno ho imparato a ballare, a scrivere, a recitare e mille altre cose, il che mi sembra uno scambio equo.

13) Non chiamo più “casa” Torino. Ma anche qui, dove sono ora, non è “casa”. Credo che resterò nomade per la vita intera.

14) Quando ho voglia di occupare uno spazio maggiore cerco di calmarmi e respirare: non serve affannarsi.

15) Ho ricominciato a scrivere lettere che non spedisco.
Di solito sono lettere che mi fanno piangere, perché sono lettere in cui dico quello che penso e che non ho nemmeno il coraggio di ammettere.
Spero di non doverle spedire mai.
Ecco, questo sì.

Il 2012 è stato faticoso, bellissimo, emozionante, frustrante.
È stato pieno di lacrime e risate.
Se il mondo finisse, davvero, domani, io credo che ne sarei felice.
Credo di essere definitivamente troppo stanca per un altro anno così.

L’abitudine

Sono così abituata a essere lasciata in un angolo che ho imparato a non soffrire più l’abbandono.

Ma le ferite, quelle, profonde, pur guarite, si sentono sempre, quando cambia il tempo.

Le cose della gioia

È da ieri che ho questa cosa sulle dita, e nessun istante per scriverla.

Ieri sera ero in centro, per una cosa di aperitivo museo e teatro, e poi ero sull’altana di un palazzo medievale che guardava dritto dritto sul campanile di piazza della Signoria, e non era freddo, e non c’era gente, e c’era silenzio; e poi tornavo a casa e passavo per piazza Trinita, e viale Tornabuoni era miracolosamente vuoto.

E allora mi sono ricordata di quella cosa che un sacco di volte ho letto, ho scritto, e poi c’era uno che me lo diceva sempre sempre, a me insoddisfatta cronica, e lo dice anche il maestro Tartaruga di Kung-fu panda, quindi deve essere vero.

E la cosa è che non c’è gioia se non nel presente, nel qui, e nell’ora.
E che nell’istante assoluto tutto è perfetto.
E che il presente è troppo prezioso per stare a menarcela con quello che non c’è, perché di solito non riusciamo nemmeno ad apprezzare quello che c’è, altroché.

E così ora nel letto scomodo dell’Ikea, mentre David Bowie passa alla radio e la luce del salotto filtra fino qui, e io sono al calduccio e la casa profuma di pulito, e mi alzerò, e prenderò un tè caldo, e poi farò una doccia calda, e finirò di leggere zio Vanja, ecco, ora, io sono perfettamente felice.

Una felicità così profonda, così totale, così assoluta che non può essere incrinata dal fatto che non ci sei, che non c’eri ieri e non ci sarai domani.
Che non può essere incrinata da quello che non ho né avrò mai.

Perché ho molto: per esempio, sono viva, e lo so.

Il 2012

(in anticipo, ché credo ci saranno molte cose da dire)

Gennaio è stato il mese dell’inaspettato, del passaggio dal “non ci vedremo più” al “quando possiamo rivederci?” che faceva sorridere.
È stato anche il mese del salto a ostacoli, dei chilometri sulle colline, dei giorni che non passavano mai, del numero preferito Wind, del telefono arroventato dalle nostre telefonare appassionate, del raccontarsi tutto, del respirarsi da lontano.

Febbraio è stato il mese in cui tutto sarebbe potuto finire, e invece tutto è continuato.
Il mese della neve, grazie alla quale invece di bloccare i treni sei salito sopra la banchina a prendermi, e la prima cosa che hai fatto è stato dirmi che eri innamorato di me, e mi hai preso la mano, mentre io sorridevo così tanto che a Milano sembrava primavera.

Marzo è stato il mese dei treni e poi dei treni, e poi dei salti mortali, e poi dei treni, e poi delle scuse, e poi ancora di altri treni.
Il mese in cui ho sradicato me stessa dal posto in cui vivo, e ho perso la sensazione che Torino fosse casa, per sempre.

Aprile è stato il mese dei 40 giorni che poi sono stati meno, e di quello che ancora oggi chiamo il Big Drama.
Il mese in cui tutta la vita che avevo progettato è andata a puttane e in cui tutto è finito, anche se a capirlo ci ho messo un po’, e ancora adesso non me ne capacito, quando guardo in faccia chi mi ha detto che non mi ama più e che non amo più e nemmeno lo riconosco, a volte.
Aprile è stato un mese di lacrime e lontananza, e paura, soprattutto.

Maggio è stato un compleanno con regali sbagliati, o brutti, o nessun regalo.
È stata una festa di compleanno in cui a un certo punto me ne sono andata, e non se ne è accorto nessuno, anche se ero io la festeggiata.
E poi di nuovo chilometri e chilometri e la scuola che sembra non finire mai, e invece sta per finire.
E le lacrime, quante.

Giugno è stato il mese della sopravvivenza, degli esami, delle ultime cose, del senso di frustrazione di fare un bel lavoro che però nessuno capisce mai davvero, nemmeno gli altri che lo fanno.
È stato il mese delle prove, dello spettacolo, delle assenze che contano.
È stato il mese in cui ho cominciato a capire cose che sto capendo ancora adesso, ma che erano già tutte lì, davanti, anche se faccio finta di no.
E sono le cose che rovineranno tutto, lo so già.

Luglio è stato il mese di un sogno che sembrava impossibile, e poi sembrava diventato possibile.
Un sogno fatto di giorni, di tempo, di incontri, di progetti, di futuri.
Che a pensarlo adesso, luglio, mi fa anche un po’ tenerezza la donna che ci ha creduto; perché è stupida, ma ci crede, e già solo per questo merita.
Luglio è stato anche il mese dell’ansia, del tempo che passa, dei ritardi incomprensibili, del terrore di essere malata, di essere vecchia.
Luglio è stato il mese in cui ho capito per la prima volta che è troppo tardi per un sacco di cose, non solo per diventare una pianista di successo.
Luglio è stato il mese in cui la vita mi ha regalato un lavoro vicino, che mi rende ricca, non solo per i soldi, ma per il tempo, che è una cosa che non possiamo comprare.

Agosto è stato il mese di un viaggio mancato e di un viaggio fatto.
Di telefonate nel mezzo dell’Europa orientale e in paesi che nemmeno esistono.
Del dispiacere di non esserci stata.
Di regali fatti sull’impulso del sogno di luglio.

Settembre è stato il mese del nuovo, della distanza, del ritrovarsi.
Delle macerie tra cui non c’è niente più da salvare, anche se a volte mi racconto di sì, perché altrimenti come si fa a vivere tutti i giorni?
Di parole non dette al telefono con quello che resta della mia famiglia.
Di tante parole dette al telefono, invece, con chi non sarà mai la mia famiglia, ma tant’è.
È stato il mese in cui per un istante tutto sembrava uguale, e invece tutto era diverso,
Il mese in cui molte cose si sono messe a girare per il verso giusto, che è un verso che porta lontano, e alcune si sono mostrate per quello che sono, anche se non mi piacciono.
Ma scelgo la verità, potendo.

Ottobre è stato il mese di una tessera del cinema, di incontri troppo radi, di molta gioia, del correre insieme, o almeno provarci.
Dell’attenzione a non lasciare niente indietro, anche; perché non si può mai essere sicuri di tornare da dove si parte, e questa è una cosa di cui bisogna tenere conto.
Ottobre è stato il mese in cui i miei piedi hanno ricominciato a prendere dimestichezza con il ballo, e il mio cuore ha battuto all’unisono con quello di Medea, che non è una cosa necessariamente negativa.

Novembre è stato il mese in cui ho compiuto 16 anni da orfana di madre, in cui ho avuto una fortuna con gli incastri che mi ha permesso di viaggiare vedo nord due volte.
Il mese di alcune routine consolidate e di alcune cose nuove.
Di ottime notizie per te, che sono quindi ottime notizie per me, che sono più felice quando sei felice tu.
Novembre è stato il mese in cui ho scoperto di essere bella, a volte.
Ma anche spesso; o almeno, così qualcuno vuole farmi credere.

Dicembre è un mese appena iniziato, in cui la vita scivola così veloce che sono sempre in affanno.
Il mese dell’agenda piena, delle troppe cose, delle troppe ore a scuola, dei troppi progetti, delle troppe poche ore di sonno.
Dicembre è il mese della lontananza del cuore, della distanza delle nostre vite, quella stessa distanza che ti faceva dire un anno fa “non ho spazio per niente, figurati per un’altra persona”, anche se poi un po’ di spazio l’hai trovato.
È il mese della famiglia a Natale, che solo a pensarci sto male già adesso.
Il mese dei biscotti, del cheesecake, dei troppi dolci, del freddo, soprattutto.
Dicembre è il mese che ci porta a fare un intero giro del sole, se stringiamo i denti.
Se non hanno ragione i Maya, ovviamente.