Istantanee dell’anno che finisce

di Calexandrìs

(È che ho faticato, ieri, a fissare un paio di momenti indimenticabili, e allora è tutta la mattina che m sforzo.
Che cosa voglio portarmi nel 2013, questo è il punto.)

E così, in ordine sparso.

La banchina del treno di febbraio, quella come istantanea numero uno, che avevamo il cuore che batteva.
Il messaggio che è arrivato dal Monte Bianco, quando non me l’aspettavo.
Un paio di volte che mi hai detto che ti mancavo.

Il divano azzurro, e il tappeto beige.
La vista del lago di Garda al tramonto, mentre eravamo in macchina.
Il giorno che mi è arrivato il messaggio del trasferimento, e il lago di Torbole, e un panino con il salame, buonissimo.
Lo spettacolo finito, e io fradicia dalla testa ai piedi, e felice come sempre, durante gli applausi.
Il momento perfetto dietro le quinte, anche quelle brutte quinte, quando il cuore va a mille, la memoria è azzerata e tutto sembra impossibile, eppure.
Le luci del palco, quando ti benedicono il viso.

Quel punto in cui le acque della Manica si mescolano, e tira il vento, e mi sembrava di essere alla fine del mondo, anche se è un’idea ridicola.
Certi tramonti perfetti, anche se qui.
La vista dal piazzale, che ogni volta che ci passo dico “cazzo, vivo a Firenze”, e ogni volta me ne stupisco, come se stesse capitando a un’altra persona.
Un dolce fatto con caramello mele e calvados mangiato nella Loira.
Un momento al tramonto durante una corsa, in cui mi sono detta “potrei correre per sempre” e mi sono sentita Forrest Gump.

I film guardati sul divano insieme, e poter piangere liberamente alla scena della banda che suona fuori dall’ospedale in Grazie signora Tatcher (e maledetti, che usano le colonne sonore come armi improprie).
Gli occhi di Pietro che mi guardano dalla culla, e poi sorridono.
Emilia che mi chiede “dormi con me stanotte?” che mi fa piangere come tutte le volte che penso che non avrò un figlio, se non quelli che per gentilezza mi prestano gli altri, ogni tanto.
La torre di Pisa, che è storta storta, in un giorno bellissimo, fatto di imbarazzo e di un sorriso sgangherato da parte di un bambino che amo senza conoscere.

La pizza cucinata da te, che impasti sul tavolo della cucina, e noi due in silenzio.
Le parole d’amore la mattina appena svegli.
Le curve che portano a Montespertoli, con il sole che sale in mezzo alla nebbia, che sembra che i paesi siano appesi in cielo, con le loro torri.
Il tuo odore, che riconoscerei tra mille.
I pianti del 21 aprile, per non dimenticare mai le parole che sono state dette.
Una cena in birreria, dopo anni, con una persona che mi ha insegnato tutto quello che sono oggi.
Una cena in birreria, a Brescia.
Una casa in mezzo alle montagne, e un uomo che vorrei incontrare di nuovo, per fargli vedere che ci siamo ancora, anche se non ci credeva, e non ci crede neanche adesso, sono sicura.

Certe mattine perfette, in cui il pino dalla finestra della cucina sembra dirmi che sono nel posto giusto.
Certe ore di lezione armoniose, con i ragazzi attenti.
Le tre salse ballate con Daniel, in quel momento unico in cui ci si guarda negli occhi, e si capisce che si sta ballando insieme davvero, che non è una cosa da poco.
Le confessioni di un amico in cammino.
La complicità di due donne splendide, che mi hanno fatto sentire meno sola in un mondo fatto di solitudini.
Due giornate passate in ospedale a ricordarmi che non sono di ferro, e che il dolore, se non si piange fuori, fa ammalare.
Un’amica con gli occhi azzurri che porta con sé cibo di conforto ogni volta che ci incontriamo, e con cui condividiamo cose profonde.
Bergamo insieme, con te che fai le foto e io che cerco di non essere d’impiccio al tuo progetto, e sono così felice di esserci, e che tu ci sia, che le luci del Natale e della luna mi fanno commuovere, per la paura di non esserci più, prima o poi.
Piazza Santa Croce, ogni volta che ci sono passata; soprattutto per vedere delle amiche strambe e amorevoli, che ammiro e invidio per il loro modo di essere.
Una mattinata a Parma, a cercare un’automobile che forse non c’era.
Io e te vestiti da corsa, insieme.

[EDIT] Un lungo messaggio privato, che ho salvato, che mi scrivesti a gennaio, in cui mi chiedevi di stare ferma e non muovermi, perché non sapevi come e perché ma ti piacevo.
E infatti sono ancora qui.

E, sempre, in ogni momento, il suono dei tuoi messaggi che arrivano.
E la tua mano, mentre guidi, che mi cerca.
E la tua mano, sul divano, che mi cerca.
E la tua mano, a letto, che mi cerca.

E Tu, dannazione, al centro del mio cuore di questo anno che finisce.

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