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Mese: gennaio, 2013

I giorni che vanno di fretta

Ci sono giorni in cui la vita va di fretta, ed è quasi mercoledì.
Tu ti muovi lenta perché a ogni passo la schiena ti fa male, e sai bene che tutto il male sta nel fatto che stringi i denti, e che non fa bene stringerli, perché le cose giuste accadono facilmente, c’è scritto su tutti i libri zen, e se stringi i denti non è un gran segno, credendo nei segni.

Tu sei una che stringe i denti, dice le cose, si rimangia le cose; vede le cose, fa finta di non vederle, mette i paraocchi e va avanti.
Soprattutto perché non ci sono alternative ad andare avanti, dato che indietro non si torna mai.

Sei la stessa che a volte ha dei momenti di tale chiarezza e lucidità che si fa i complimenti da sola: dopo, di solito, si mette a piangere come una bambina, perché vedere le cose con la luce accecante della verità fa male agli occhi.
Ed essere nata prudenzialmente miope non è sufficiente per non accorgersi, soprattutto quando si usano altri occhi, quelli del cuore.

Ci sono parole che trattieni a stento, sempre tra i denti, che poi stringi e ti viene male alla mandibola e così poi ti viene male al collo e da lì alla schiena; e sono parole che potrebbero anche essere dette, finalmente; se non avessi paura di buttare giù questo castello di carte.
Ma allora tu sei quella che pensa che tanto se il castello di carte deve cadere cadrà, e non è necessario abbatterlo prima del tempo, quando ci si può ancora fare qualche festa.

Ci sono giorni che volano, proprio, e domani sai che riderai come una sciocca con le tue nuove amiche, e giovedì anche; e venerdì riderai con una tua amica antica che ti manca tanto, e sabato vedrai da vicino la persona che ti legge come un libro aperto, che poi ti dice le cose che ti mandano in ospedale, magari, ma qualche volta bisogna che qualcuno ti raccomandi di non menartela troppo, sennò chissà dove vai a finire.

Oggi, insomma, in questa velocità insopportabile che ti ha mangiato quella strana cosa che dovresti fare ogni tanto, ovvero lavorare, è stata una di quelle giornate importanti della tua vita.

Hai dei compiti da svolgere per fare chiarezza, hai un obiettivo chiaro e determinato da raggiungere, che poi sarebbe andare via da qui, e hai misurato la profondità di quanto stai amando l’uomo che ami, che è più di quanto pensavi e di quanto sei solita dire.

Oggi, dopo la doccia che dovrebbe sciogliere tutto il male che hai addosso, hai il compito di dormire bene e avere fede; perché le cose importanti sono sempre le più semplici.

E se domani o tra un anno o tra una vita il fato avrà deciso che è arrivata l’ora di congiungere la tua vita con quella di chi ami, allora succederà.
E a quel punto non saranno i giorni né i chilometri a renderlo impossibile.

Quando vengo da te, Tu, sono così felice, che comincio a sorridere dalla mattina.

Ogni volta me ne dimentico, ogni volta, il venerdì mattina, me ne accorgo, e mi sorprendo.

Momenti blu

I momenti blu sono quegli istanti in cui ti rendi conto che è meglio vivere con il niente che hai, circondata dal niente che ti circonda, vivendo il niente che vivi piuttosto che sognare un tutto che non c’è.

I momenti blu sono quelli in cui ringrazi mentalmente tutte le persone che ti hanno insegnato a contare fino a 72, a respirare, a tornare al presente, a lavare i piatti per lavare i piatti, a essere qui e ora.

Perché non esiste dopo, non esiste domani, non esiste futuro.

Perché non esistono le cose dette, ma solo quelle fatte.

Qui.
Ora.
Adesso.
Respirare.
Guardare avanti.
Esserci.
Farcela.

Resti archeologici

Il mio primo ragazzo si chiamava Marcello.
Ci alzavamo un’ora prima per andare a scuola insieme e baciarci per strada.
Siamo stati insieme dalla seconda superiore al suo primo anno dell’università: tre anni e passa; una vita.

Le sue ultime notizie risalgono ad almeno sei anni fa: è sposato con quattro figli.
Nel frattempo credo che ne abbia avuti altri, conoscendo la moglie.

Poi è toccato al compagno di liceo bellissimo che mi ha spezzato il cuore in mille pezzi.
Ne ho perse le tracce una decina di anni fa, anche se in fondo a me c’è ancora una voce che lo vuole morto.
Si è sposato con quella per cui mi aveva lasciato e ha un tot di figli anche lui.
Se la vita è giusta starebbe morendo lentamente tra mille dolori: chissà.

Di Massimo mi innamorai come una matta; era grande, mi sembrava bello e aveva una di quelle caratteristiche che lo rendevano irresistibile: non mi amava.
Ci siamo persi di vista e io credevo che non avrei mai dimenticato nemmeno un millimetro quadrato di lui; invece un paio di anni fa mi resi conto che non ricordavo nemmeno il cognome, per dire.

Ieri mi ha telefonato il mio ex marito, che è un uomo splendido, ma che ogni volta che ci penso credo che sia uno scherzo, quello che siamo davvero stati sposati.
Non ricordo niente; non un giorno, non un istante.
Non una litigata; niente.
Due anni a dormire nello stesso letto, e nemmeno una giornata indimenticabile.
Al momento della separazione eravamo rimasti amici, e credevo che almeno quello sarebbe durato.
Invece no, non è durato nulla.

Una settimana fa ho ricevuto la mail di quello che in questo blog avevo taggato sempre_tu.
Non ho ancora risposto perché, dopo anni di mail, e telefonate, e parole d’amore (mie) anche quando le sue erano esaurite, anche dopo tutti questi anni in cui credevo che non avrei mai esaurito le cose da dirgli, invece si sono esaurite, le cose da dirgli.
E l’ultima volta al telefono, a sentirgli raccontare sempre le le stesse cose, utilizzando sempre le stesse parole, anche, mi ha fatto pena, e ho dovuto inventarmi una scusa per chiudere la telefonata.
Perché non c’è niente di più terribile che provare pena per chi si è amato tanto.

L’uomo che in questo momento è in salotto, che è l’uomo per cui ho lasciato la mia vita di prima, è lo stesso che stamattina ho guardato in faccia senza riconoscerlo.
E mi è sembrato così lontano il momento in cui l’ho amato, e in cui avrei fatto qualunque cosa per lui e con lui.
Ho guardato le sue mani estranee, e ho incrociato – dopo mesi, credo – il suo sguardo, senza riconoscerlo davvero.

E ho capito che le storie finiscono quando non ci si guarda più negli occhi.
E non ci si guarda più per nascondersi i pensieri, i sentimenti, l’irritazione, la vergogna, l’imbarazzo.
Così vivo con un estraneo in salotto, con cui mi incrocio la mattina, in cucina.

L’unico di cui mi è rimasta traccia è quello per cui ho voluto morire, quindi è un po’ fuori gara.
Ma quando volevo morire perché era finito il nostro amore credevo che ci avrei pensato ogni giorno, a lui, a noi due.

E ancora l’anno scorso ci pensavo un po’ ogni giorno.
Oggi, mentre mi facevo la doccia, mi è venuta in mente una poesia che aveva scritto per me e che ho perduto in uno dei furti che mi hanno portato via l’identità.
E così, cercandola invano tra i miei file, qui su questo computer, mi sono resa conto che sarà un mese che non lo penso nemmeno un po’, e che l’ultima volta l’ho pensato perché mi ha scritto un messaggio lui, e non era un messaggio rassicurante, anzi.
Era un messaggio che tirava la catena e mi riportava un po’ al mio posto.

Ma, a essere sincera fino in fondo, ho dimenticato anche lui, un pezzetto, almeno.

E pensando a tutti questi amori uccisi e superati e dimenticati, mi viene la malinconia di aver perso dei pezzi di me e della mia vita per strada.
Ma mi resta la consolazione di sapere che si sopravvive e tutto.
E a tutti.

Quando

Quando ti accorgi che hai i capelli viola e che hai comprato un ombretto viola.
Che hai una sciarpa nuova, regalo di Natale, viola.
Che alla fine hai comprato una borsa, viola.

Quando ti accorgi che non stai bene.
E che non è uni scherzo, anche se lo sembra.

Arrendersi

La cosa dell’arrendersi è ampiamente sottovalutata.

Tutti i momenti tutti ti insegnano a essere determinato, a decidere che cosa vuoi, ad andare diritto per la tua strada, ad abbattere gli ostacoli, o a saltarli, o a eluderli.
E poi riprovare, nel caso in cui tu fallisca.

Ma poi, dopo qualche parola ieri sera, di quelle che si incastrano sotto le costole, dalle parti del cuore, e dopo un sogno rivelatore di stanotte, e una mattina di afasia come da tempo non, uno si accorge, d’improvviso, che è tutta energia sprecata.

Che la vita è troppo breve, davvero, per occuparsene.
Che i giorni che ci sono dati in sorte sono troppo pochi per metterci dentro tutta la tua energia.
Passano, finiscono, amen.

Arrendersi vuole dire smettere di guardare avanti fingendo di vedere cose diverse da quelle che ci sono, per darsi il coraggio di alzarsi, anche domani.

Arrendersi è quella cosa, meravigliosa, della scena di Matrix.

Non cercare di piegare il cucchiaio; è impossibile. Cerca di fare l’unica cosa saggia: giungere alla verità.
Quale verità?
Che il cucchiaio non esiste.

E, insieme al cucchiaio, non esistono un sacco di altre cose.
Vederlo.
Accettarlo.
Arrendersi.

Ehi, Tu (sì. Sempre tu)

Mentre scrivo queste righe tu probabilmente stai facendo una cosa importante.
Mentre scrivo queste righe penso che voglio tanto (tantissimo) che tu abbia quello che chiedi oggi e che io chiedo per te, anche se a quel punto per me mancherà solo più una cosa alla missione compiuta, e ancora non ho trovato modo di eludere la promessa (che poi, su, le promesse non vanno eluse).

Ti scrivo mentre sto cercando un modo di farti arrivare tutti i miei sorrisi e il mio calore e la mia energia e il mio amore, mica per annoiarti con le promesse che vorrei eludere anche se non si può, per dire.

Ti scrivo per dirti che in momenti come questi, che le cose sono chiare e gli obiettivi anche, mi sono ricordata di un paio di cose sagge.
E allora come faccio a non condividerle con te, le cose sagge.

La migliore, credo, è che qualunque cosa io faccia o voglia o dica o desideri, non serve a nulla.
Che le cose devono accadere da sole, senza sforzo, senza fatica.
E che le cose belle succedono (succedono, senza dubbio), ma solo se le vogliamo in più di uno.
Nella fattispecie, per esempio, se le vogliamo tutti e due.

Allora questa letterina è per dirti che puoi prendermi a bacchettate sulle dita quando sono impaziente, o tiro la corda, o ti pare che la tiri (ma certo che a volte la tiro, mica poco).
E ricordami, quando tiro la corda, che non serve a niente.

Perché tanto, quello che deve succedere succede.
E quello che non deve, fatalmente, non succede.
E non è che se mi agito come un criceto impazzito cambi qualcosa.
Con calma, stiamo a vedere.
Con calma, sto a vedere cosa vuoi, e se vogliamo la stessa cosa.

Poi, tra un mese, ci occupiamo anche di eludere la promessa.
Oppure non lo facciamo, e però posso dire di me che sono riuscita a fare quello che desideravo per te.

E non è una cosa da poco, no no.

Le cose che si imparano

Anni fa, un sacco, feci l’amante.
Non l’amante classica, che il lui in questione non era sposato, ma solo convivente part-time, ma sempre amante ero.

Fu una delle cose più belle della mia vita, e delle più tremende.

Di bello ci fu la passione.
Sei anni ininterrotti di fiato corto, batticuore, sesso spettacolare, momenti rubati: come vivere in un film, solo che la vita è tua.
Sapere di essere speciale, unica, rara e aggiungete tutti i luoghi comuni.
Non importava che fosse vero o no.
La cosa che contava – l’unica – era che ci credevo.
Senza dubbi.
O, almeno, senza dubbi dal lunedì al venerdì.
Quando il venerdì lui veniva recapitato ala fidanzata ufficiale il mio cuore scricchiolava e si metteva a dolere forte.
Ma il lunedì il sole splendeva in cielo, e io tornavo al mio amore, di cui ero una fidanzata feriale, in pratica.
Era poi tutto molto brutto d’estate; ma i grandi mori sopravvivono ad anni di lontananza.
Che cosa mai saranno tre settimane di silenzio, per dire.

Se qualcuno mi avesse chiesto cosa volevo, all’epoca, avrei detto che avevo tutto quello che desideravo.
E l’avrei detto con una determinazione nello sguardo che avrebbe messo a tacere chiunque (e infatti metteva a tacere chiunque).
Ed ero così determinata perché mentivo.
Consapevolmente e con determinazione.

Dopo qualche mese, infatti, avevo ben chiare in testa le cose che desideravo: che lasciasse lei e che venisse a vivere con me.
Avevo preso una casa apposta, per dire.

C’è da dire che però solo due cose erano chiare, fin dall’inizio: che non avrebbe lasciato lei.
E che – anche fosse mai accaduto – non sarebbe mai venuto a vivere con me.
Lo sapevo, quindi?
Sì.
Lo volevo?
Sì.
Sapevo di non poterlo avere?
Sì.

Ma avevo tutto il resto.
E il resto, il resto è stato splendido per sei anni.
Sei anni a guardare solo quelle cose meravigliose che c’erano e che mi facevano gli occhi brillanti.
Sei anni, lunghissimi, a ignorare cosa non andava, cosa non funzionava, e massimizzare le vette, a evitare le valli.
Un esercizio per l’anima.
Ci morii quasi, quando finì.
Ma imparai un sacco di cose.

Per esempio ho imparato che cosa voglio, davvero, e che cosa non voglio, davvero.
Ho imparato a stare da sola, senza appoggiarmi a qualcuno, perché Qualcuno, di solito, si sfila mentre sei appoggiata, e se ti fidi sono cazzi.
Ho anche imparato a dirlo, che cosa voglio davvero.

Faccio ancora un sacco di fatica a dirlo con chiarezza e usando poche parole “voglio questo”; mi pare una cosa troppo maleducata, quasi.
Ma ogni tanto lo dico.
Il problema, però, resta.
Quando io dico “voglio questo” e l’altra persona dice “no, questo no”, io lo so cosa dovrei fare.
Dovrei dire “allora vaffanculo”, prendere la porta e andarmene.

Perché lo so che cosa voglio, e so che senza quello io non posso essere felice.
No?
No.

Quando io dico “voglio questo” e l’altro dice “questo no”, il mio istinto mi fa dire “ah, bene, non importa”.
E subito cerco di distrarre l’altro, per paura che se ne accorga, che voglio quello, e che si accorga che l’unica cosa logica sarebbe che io me ne andassi.

Perché se ci sono delle cose che ho imparato, quelle sono a vedere le cose buone che mi circondano, le cose rare che condivido con gli altri, i momenti in cui so quanto valgo, e che non muoio, no, nemmeno d’amore; e sono cose belle e istruttive e importanti.

Ma ancora non ho imparato ad andarmene.
Preferisco esserci e sentire la mancanza una goccia alla volta, finché la mancanza sarà troppo grande per resistere, che andarmene e perdere tutto insieme.

Quante cose da imparare, ancora.

Quello che non sarò mai

Anche se qualche volta, anzi spesso, svuoto la mia poltrona a dondolo e mi immagino passarci sopra delle ore, con gli occhi chiusi o aperti nel vuoto a sentire il mio respiro, e tutto l’universo che mi gira intorno, io non credo che sarò mai quel tipo di donna, o di persona, che forse non c’entra con il sesso, anche se secondo me c’entra.

Perché io sono una che ha un sacco bisogno di parlare, e non è ordinata, e ha la scrivania che sembra il banco del robivecchi di un mercato rionale, e che procrastina delle cose che basterebbe un minuto; una che si lamenta di essere grassa e poi mangia pandoro e caffellatte; una che sogna di essere elegante e raffinata e poi ha l’armadio pieno di vestiti comprati da Promod, e sono sempre gli stessi modelli, cambiano solo i colori.

Non sarò mai una di quelle che ha poca roba, ma bellissima, e legge libri di Pessoa e Saramago, capendoli e amandoli, e imparandone pezzi a memoria.
Nemmeno una che fa fotografie splendide, o viaggi incredibili.
O che fa carriera, dato che faccio un lavoro in cui non si fa carriera.

Ecco.
Mi piacerebbe essere adulta, responsabile, elegante, silenziosa e autonoma,

Una che non ha bisogno della telefonata della buonanotte, stasera.
E invece.

Sugli ombrelli, gli scudi, gli opliti

Facciamo finta, per un attimo, che ci sia qualcuno che vi odi.
Qualcuno che passa le sue giornate a mandarvi le sue maledizioni.
Qualcuno che voglia la vostra rovina, la vostra infelicità.
Fatto?
Ecco, tenetelo a mente.

Ora, invece, fate finta, per un attimo, di dover uscire fuori casa per delle commissioni urgenti, importanti, insomma, non rimandabili e che diluvi.
Ma un diluvio di quelli fatti per bene, che in un secondo siete fradici fino alle mutande; proprio mentre non potete fare a meno di restare impeccabili per tutta la giornata.
Ecco.
In questo caso, immagino, l’unica cosa che desiderereste sarebbe un ombrello.

Uno di quegli ombrelli grandi, vasti, che coprono per bene il malcapitato in mezzo a una tempesta.
Naturalmente, se siete in mezzo a un temporale di quelli epici, anche un ombrello perfetto non sarà sufficiente a impedirvi di sgualcirvi o di bagnarvi un po’, soprattutto se ci sarà qualche colpo di vento improvviso; eppure un ombrello è esattamente quello che vi serve.

L’amore, rispetto a chi vi vuole male, è ciò che l’ombrello è rispetto al vostro diluvio.

Essere amati significa avere uno scudo con voi.
Anzi, un oplita alla vostra destra che vi protegge con il suo scudo dai colpi della malignità altrui.
Se chi vi detesta vi odia di odio inesauribile e ha molto desiderio del vostro male, qualche volta la cattiva sorte vi colpirà.
Ma saranno fastidi, ferite di striscio.
Il vostro oplita, fedele, vi riparerà dai colpi peggiori; e quando andrà male ne prenderà parte al vostro posto.

La morale è facile.
Non perdete i vostri ombrelli.
Non tradite il vostro oplita.

Nessuno può davvero fare a meno di in ombrello quando piove.
E di qualcuno che lo ama, per affrontare la vita.