L’impermanenza delle cose (sottotitolo: avrebbe anche rotto)

di Calexandrìs

Ieri, saranno state le cinque, a un tratto mi pareva di aver capito tutto.

Avevo capito che cosa dovevo fare e cosa no.
Soprattutto, avevo capito che cosa dovevo sperare, e cosa no.
E così, di conseguenza, avevo capito che cosa dovevo aspettarmi, non nel presente, ma magari anche nel futuro, che sono cose che alla lunga non dispiacciono per niente, anche se magari fanno un po’ schifo.

Poi, sempre ieri, ma saranno state le nove, ho capito di non avere capito.
Tutte le carte mi si sono mescolate facendo un casino.
Ma un casino bello, non so se mi spiego; e allora, tra una certezza brutta e un’incertezza, una confusione, potenzialmente belle, be’, non c’è partita.

Grazie a questo sono andata a dormire con un sorriso in faccia di quelli un po’ ebeti che fanno di me una deficiente, ma una deficiente felice, e non ho dubbi su che cosa scegliere.

Poi, oggi, poco fa, complice questo quarto d’ora senza febbre che mi rende in grado di leggere, mi sono spulciata un po’ il reader, e, leggendo qua e là, mi sono trovata al punto in cui ero arrivata alle cinque, ieri pomeriggio.
Che, a ben vedere, è un merito alla mia intelligenza, al mio istinto al mio sesto senso (chiamatelo un po’ come cazzo volete), però, dopo il sorriso ebete delle nove anche un po’ vaffanculo.

Insomma.
È mercoledì, sono malata, sono (anche) molto triste, (anche) molto disillusa e qualche altro aggettivo tremendo che adesso non mi viene in mente ma solo perché non ho voglia di pensarci.

C’è del lavoro da fare.

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