Le cose che si imparano

di Calexandrìs

Anni fa, un sacco, feci l’amante.
Non l’amante classica, che il lui in questione non era sposato, ma solo convivente part-time, ma sempre amante ero.

Fu una delle cose più belle della mia vita, e delle più tremende.

Di bello ci fu la passione.
Sei anni ininterrotti di fiato corto, batticuore, sesso spettacolare, momenti rubati: come vivere in un film, solo che la vita è tua.
Sapere di essere speciale, unica, rara e aggiungete tutti i luoghi comuni.
Non importava che fosse vero o no.
La cosa che contava – l’unica – era che ci credevo.
Senza dubbi.
O, almeno, senza dubbi dal lunedì al venerdì.
Quando il venerdì lui veniva recapitato ala fidanzata ufficiale il mio cuore scricchiolava e si metteva a dolere forte.
Ma il lunedì il sole splendeva in cielo, e io tornavo al mio amore, di cui ero una fidanzata feriale, in pratica.
Era poi tutto molto brutto d’estate; ma i grandi mori sopravvivono ad anni di lontananza.
Che cosa mai saranno tre settimane di silenzio, per dire.

Se qualcuno mi avesse chiesto cosa volevo, all’epoca, avrei detto che avevo tutto quello che desideravo.
E l’avrei detto con una determinazione nello sguardo che avrebbe messo a tacere chiunque (e infatti metteva a tacere chiunque).
Ed ero così determinata perché mentivo.
Consapevolmente e con determinazione.

Dopo qualche mese, infatti, avevo ben chiare in testa le cose che desideravo: che lasciasse lei e che venisse a vivere con me.
Avevo preso una casa apposta, per dire.

C’è da dire che però solo due cose erano chiare, fin dall’inizio: che non avrebbe lasciato lei.
E che – anche fosse mai accaduto – non sarebbe mai venuto a vivere con me.
Lo sapevo, quindi?
Sì.
Lo volevo?
Sì.
Sapevo di non poterlo avere?
Sì.

Ma avevo tutto il resto.
E il resto, il resto è stato splendido per sei anni.
Sei anni a guardare solo quelle cose meravigliose che c’erano e che mi facevano gli occhi brillanti.
Sei anni, lunghissimi, a ignorare cosa non andava, cosa non funzionava, e massimizzare le vette, a evitare le valli.
Un esercizio per l’anima.
Ci morii quasi, quando finì.
Ma imparai un sacco di cose.

Per esempio ho imparato che cosa voglio, davvero, e che cosa non voglio, davvero.
Ho imparato a stare da sola, senza appoggiarmi a qualcuno, perché Qualcuno, di solito, si sfila mentre sei appoggiata, e se ti fidi sono cazzi.
Ho anche imparato a dirlo, che cosa voglio davvero.

Faccio ancora un sacco di fatica a dirlo con chiarezza e usando poche parole “voglio questo”; mi pare una cosa troppo maleducata, quasi.
Ma ogni tanto lo dico.
Il problema, però, resta.
Quando io dico “voglio questo” e l’altra persona dice “no, questo no”, io lo so cosa dovrei fare.
Dovrei dire “allora vaffanculo”, prendere la porta e andarmene.

Perché lo so che cosa voglio, e so che senza quello io non posso essere felice.
No?
No.

Quando io dico “voglio questo” e l’altro dice “questo no”, il mio istinto mi fa dire “ah, bene, non importa”.
E subito cerco di distrarre l’altro, per paura che se ne accorga, che voglio quello, e che si accorga che l’unica cosa logica sarebbe che io me ne andassi.

Perché se ci sono delle cose che ho imparato, quelle sono a vedere le cose buone che mi circondano, le cose rare che condivido con gli altri, i momenti in cui so quanto valgo, e che non muoio, no, nemmeno d’amore; e sono cose belle e istruttive e importanti.

Ma ancora non ho imparato ad andarmene.
Preferisco esserci e sentire la mancanza una goccia alla volta, finché la mancanza sarà troppo grande per resistere, che andarmene e perdere tutto insieme.

Quante cose da imparare, ancora.

Annunci